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8 Maggio 2013

THALASSA THALASSA. Italian Occult Psychedelia Festival 4 - 5 - 6 aprile 2013, DalVerme, Roma


thalassaFabio Orsi, Father Murphy, Heroin In Tahiti, Gianni Giublena Rosacroce, Architeuthis Rex, Cannibal Movie, Estasy, How Much Wood Would A Woodchuck Chuck If A Woodchuck Could Chuck Wood, M.S. Miroslaw, Eternal Zio, Golden Cup, Rainbow Island, Squadra Omega.

 

 

La psichedelia oscura, ovvero quella miscela di influenze provenienti dal passato, insieme alle nuove urgenze espressive che sono dilagate negli ultimi anni in ambito sotterraneo e alternativo, hanno portato alla coniazione da parte del giornalista Antonio Ciarletta del termine: italian occult psychedelia. Indipendentemente dalla sua acuta analisi storico antropologica sull’evoluzione delle tendenze e sulla recezione propriamente allogena e nostrana che se ne è fatta, quest’anno ha materialmente preso il via un Festival celebrativo dedicato al genere. E’ stato allestito presso il Circolo “DalVerme” in una delle storiche periferie che da malsane e degradate si sta reinventando a furor di popolo con iniziative e fermenti che escono dal basso, dagli scantinati odoranti di muffa potremmo dire, per portare alla ribalta linguaggi nuovi e frenetica voglia di esprimersi. Al quartiere Pigneto Malatesta si cerca senso, per lasciare un’impronta, per gridare un riscatto pieno di speranza ed ideali che non si vogliono disperdere nell’anonimato della vita ordinaria. La risposta è stata completa e incondizionata, sia da parte della prestigiosa rosa di nomi che è figurata nel cartellone della tre giorni, sia da parte del pubblico.

 

 

Giovedì 4 Aprile: Fabio Orsi, Father Murphy, Heroin In Tahiti, Gianni Giublena Rosacroce

 

Il primo nome in scaletta, quello degli Heroin in Thaiti, sono purtroppo costretta ad affidarlo al commento di Onga (Boring Machines): la loro continua, spasmodica ricerca sta diventando un miscuglio di follia, avidità, genialità. Non si sentono mai sufficientemente originali Francesco de Figueiredo e Valerio Mattioli nel cercare una forma di linguaggio musicale che non sia categorizzabile. Ed in effetti pare non abbiano suonato nulla dal repertorio, per il quale vi avrei volentieri rimandato alla mia recensione del loro ultimo “Death Surf”. Cito però la loro bellissima Spaghetti Wasteland per cercare una descrizione adeguata alle atmosfere dilatate e allucinate intessute dal duo di Borgata Boredom. In parte citazionisti e in parte artefici di un linguaggio droneabilly che porta il loro marchio di fabbrica esclusivo, che enfatizza la metamorfosi, la destrutturazione, l’immersione psicotica. Dipingono i paesaggi desolati pasoliniani inserendoci la stessa passione morbosa fatta di decadente e lucida poesia estetica, attrazione e rifiuto, contemplazione e distacco, alienazione e appartenenza. La talassoterapia a base di esalazioni psichedeliche continua con l’immersione nei ritmi afro asiatici del polistrumentista del collettivo La Piramide di Sangue e dei Movie Star Junkies, Gianni Giublena Rosacroce.

 

E qui l’obiettivo sembra essere quello di porre in essere una fascinazione alterata che celebra un riuscito connubio tra world music, ritualità esoterica, cromatismi etnici. Tra bizzarrie percussive, crossover avant noise, neo tribalismi lo-fi. Un filone che ha avuto exploit significativi con In Zaire, Goat, Al Doum and the Faryds, Hobocombo e Mombu. Ambient, rumorismo, improvvisazione e colori fluorescenti escono dal suo magico tocco al clarinetto ma anche nelle sonorità di strumenti atipici che ci riportano all’incanto ritmico e al folklore del medio oriente e alle zone d’ombra legate al sincretismo voodoo. Sempre più catatonici e solenni invece i Father Murphy che ci hanno regalato un’esibizione da vera trance ipnotica. Velocità amplificate, sferzate taglienti come lame e una thalassa batteria pulsante, sanguigna, invasata. Riescono ogni volta a far cogliere le sfaccettature più recondite della loro musica e dei messaggi subliminali che contiene.

 

Si viene risucchiati nel misticismo di un cerimoniale ed ogni direzione, ogni traiettoria, è determinata dalle variabili della partecipazione sensoriale, dal grado in cui le forze magnetiche che si sprigionano vanno ad interagire. Implosione adrenalinica esponenziale. Rapimento estatico. Conclude la serata un’altra mutante creatura della scuderia Boring Machines: Fabio Orsi. La sua musica, fortemente evocativa, è costituita da intarsi elettronici, loop di avanguardia noise che ci trasportano attraverso reminescenze, sentori di tradizione e proiezioni futuristiche. Lavora con il sintetizzatore, gli accordi in acustico di tastiera e chitarra e le sue propagazioni, il galleggiamento dei droni operano una sinestesia assolutamente stratificata il cui fascino più rilevante è la percezione amplificata delle sfumature, le microinterruzioni di linearità dell’onda sonora emessa. Una suggestione che incanala nella perpetua ruota del tempo e nell’idea del viaggio cosmico, l’essere e la cornice che di volta in volta ne sfoca i contorni. Tra richiami ambient ed introspezioni contemplative.

 

 

Venerdì 5 Aprile: Architeuthis Rex, Cannibal Movie. Estasy, How Much Wood Would A Woodchuck Chuck If A Woodchuck Could Chuck Wood, M.S. Miroslaw

 

La serata, leggermente meno affollata della sera precedente, o forse semplicemente composta da un pubblico ormai ben edotto ai passaggi lungo le scalette ripide e anguste che conducono dalla sala superiore a quella inferiore delle performance, inizia sempre puntualissima alle ventuno con quarto d’ora accademico. Stavolta calcolo mi sincronizzo con altrettanta precisione con la puntualità dei tempi e mi trovo piazzata davanti al locale con sufficiente anticipo per concedermi chiacchiere, cocktail e spettacolo. Apronothalassa gli Architeuthis Rex, un duo che propone sonorità dark ambient ed elettronica sci-fi. Sono Antonio Gallucci e Francesca Marongiu. L’esibizione risulta essere leggermente ‘irrigidita’ pur nell’impeccabile meticolosità e forse questo riesce a renderla meno coinvolgente rispetto all’atmosfera di grande suggestione filmica evocata nel pregevole “Urania”. L’ultimo lavoro di gennaio 2013 “Eulasis” ha un’architettura di phatos e cupezza (Dead Can Dance, Coil) che a tratti si inabissa in veri e propri spasmi di violenza quasi arcaico tribale.

 

Per cui la cosa che ha funzionato di meno, forse anche a causa dello spazio limitato, è stata proprio la fluidità dei passaggi dall’etereo allo strong. Di grandissimo coinvolgimento e smisurato interesse proprio per la sua intrinseca peculiarità è stata invece la prova di M.S. Miroslaw. Mirko Santoru, supportato dalla presenza autorevole di Simon Balestrazzi e dalle inquietanti proiezioni di Laura Dem, ci ha regalato il mistero pagano e ancestrale legato alla sua terra d’origine. Sentori di tempo lontano, tradizione e ritualità legati sempre alle apparenti contraddizioni di una terra che incarna solitudini selvagge e sacralità di civiltà che proprio nel contatto con la natura hanno trovato espressione di nobiltà e coesione. Si intrecciano i suoni inquietanti e fuori dimensione spazio temporale del sintetizzatore con le percussioni e con il particolarissimo suono emesso dallo scheletro di un cavallo su cui lo stesso Santoru ha ingegnato delle corde. I Cannibal Movie invece hanno decisamente fatto un buon rumore con i loro due recenti dischi “Avorio” e “Mondo Music”. L’ultimo in particolare omaggia il film del 1962 “Mondo Cane”, un cult ormai storico in cui musica e immagini vengono fuse per creare suspence e stupore.

 

thalassa Da Mondo Cane infatti partì quella serie ormai intoccabile detta mondo movie a cui il duo, Donato Epiro e Gaspare Lemming Sammartano, si ispira apertamente anche nel nome. Organo e percussioni capaci di regalarci un suono tanto mistico quanto invasato e truculento, in un effluvio di improvvisazione psichedelica tribal funk gradevole e sempre armonica, anche nelle cavalcate più forsennate. Il folk scheletrico ed etereo degli How much wood would a woodchuck chuck if a woodchuck could chuck wood? come per gli Architeuthis Rex, viene sicuramente penalizzato nell’esecuzione dal vivo in posti non perfettamente conciliabili alla tipologia della loro musica. Una lieve sfasatura dei volumi in partenza non ha reso perfettamente nelle atmosfere di sospensione e minimalismo che hanno caratterizzato il loro ultimo, spettacolare lavoro. Ripresa sul finale, con tutti i meriti da dare al trio torinese che comunque si è caricato di un repertorio certamente complesso.

 

Sono costretta a perdermi l’esibizione in falsetto di Emiliano Maggi (Estasy) e la sua psichedelia trasognata e retrò per usufruire di un generoso passaggio in macchina gentilmente offerto dai due componenti degli Sneers (Maria Greta e Leonardo Oreste) e senza il quale mi sarei dovuta affidare alla malasorte del 105 notturno. Là sì che c’era da piombare in atmosfera da incubo! In conclusione però impressioni favorevoli e grande stupore nel constatare un’adesione rimarchevole di un pubblico eterogeneo, preparato e attento. Possibilità di scambiarsi opinioni e confronti nelle pause tra le varie esibizioni e tanta, tanta voglia di dare visibilità e rilievo a quella parte di underground nostrano che sta veramente e coraggiosamente proponendo qualcosa di originale e qualitativamente valido. Confidiamo che questo inizio porti frutti e che la manifestazione figuri tra le iniziative valide e imperdibili della nostra città già dal prossimo anno.

 

                                                                 Romina Baldoni

 

 

Sabato 6 Aprile 2013: Eternal Zio, Golden Cup, Rainbow Island, Squadra Omega

 

thalassa Rainbow IslandLa terza giornata del Thalassa, l’Italian Occult Psychedelia Festival, inizia con la presentazione del libro “Acid Brains” di Antonio Ciarletta al Forte Fanfulla. Ciarletta è stato uno degli ispiratori di questo festival avendo pubblicato nel gennaio del 2012 un articolo dal titolo "Italian Occult Psychedelia", dedicato ad una nascente nuova scena musicale underground. L’Italian Occult Psychedelia si sviluppa in Italia nella seconda metà degli anni Zero come rilettura postmoderna della psichedelia anglosassone degli anni ’60 e ’70, contaminata con l’immaginario collettivo dell’Italia di quegli stessi anni: da un lato la cinematografia italiana più violenta con i film horror, i western, i poliziotteschi e dall’altra il recupero della tradizione popolare, quella più oscura e arcaica, bene illustrata dai saggi di Ernesto De Martino. Il risultato complessivo è un’immagine completamente alterata e decostruita della memoria, una rievocazione per nulla convenzionale degli spettri di quel passato, una vera e propria hauntology nazionale.

 

Nell’organizzare il festival, Dal Verme si affida all’immaginario del mare, Thalassa appunto, a quegli oceani scuri e capaci con le sue profondità di evocare l’idea dell’occulto. Un festival rigorosamente underground, che guarda ai cataloghi di alcune tra le etichette piùthalassa eternal zio interessanti del panorama indipendente italiano, tra cui la veneta Boring Machines e la romana NO=FI Recordings. La terza giornata del Thalassa è dedicata alle forme più cosmiche della psichedelia nostrana. I Rainbow Island aprono le danze con una psichedelia dissonante e schizofrenica, capace di eruttare quintali di elettronica acida e allucinata. Un flusso di loops e drones paranoico e disarticolato che avvolge il pubblico con una sorta di schiuma elettronica saponosa. Il tempo di sostituire gli strumenti e salgono sul palco degli Eternal Zio. La loro psichedelia è una sorta di raga ipnotico dalle forme rituali popolari.

 

L’ampio uso di strumenti acustici consente alla band milanese di realizzare un mantra ipnotico stridulo in grado di richiamare in vita antichi suoni, in una sorta di cerimoniale dalle cadenze lente e stranianti. Gran bella performance. E’ la volta dei Squadra Omega, formazione che si presenta in tunica nera e volto dipinto quasi a voler sottolineare il carattere esoterico del culto che si apprestano ad officiare. Guidati come sempre dalla grande energia impressa dall’improvvisazione, la band veneta tesse complesse trame che si sviluppano in enormi e cupe costruzioni psichedeliche. Quaranta minuti di grande musica per quella che è sicuramente una delle band più ispirate dell’attuale thalassa squadra omegapanorama nazionale. Golden Cup chiude il Thalassa Festival con un viaggio onirico realizzato attraverso un’elettronica lo-fi particolarmente visionaria. In un’Italia cosi povera di festival, questo Thalassa è stato davvero un grande evento. Visto il bel risultato, confidiamo di poterne ammirare ben presto una seconda edizione.

 

                                                                              Felice Marotta

 

 

Romina Baldoni - Felice Marotta

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