Julinko Naebula
[Uscita: 23/01/2026]
Abbiamo avuto il modo di sottolineare più di una volta come le produzioni di casa nostra abbiano raggiunto da tempo i livelli qualitativi di quelle anglosassoni, In questo contesto il nome di Giulia Parin Zecchin, in arte Julinko, ci rientra benissimo. "Naebula” è il suo quinto album visto che è in circolazione già da una decina d’anni, a quel tempo risale infatti il suo interessante esordio adulto con “Hidden Omens”, In parallelo è protagonista del progetto chiamato Bosco Sacro, due album all’attivo, di cui uno dal vivo uscito l’anno scorso. È invece passato un bel po' di tempo dal suo ultimo disco solista chiamato “NektaR” (2019) e c’era un quindi po' di curiosità nel tastare il processo di maturazione della musicista veneta. Timori e paure scompaiono all’ascolto delle dieci tracce presenti in “Naebula”. Julinko fa parte di quel gruppo di sperimentatrici sonore che comprende altre bravissime musiciste come Lili Refrain e Dalila Kayros, ma non possiamo dimenticare anche Kæry Ann e la stessa Elli De Mon. Tutte loro hanno la caratteristica di non usare la lingua d’origine, magari si propongono con dialetti regionali. Non è affatto facile definire il genere di riferimento di Julinko, a fondo pagina Bandcamp dell’album troviamo infatti termini come art folk, dreamgaze, synth wave, dark folk e via discorrendo. Il disco è aperto da solenni note d’organo, che introducono in stile i primi Popol Vuh, la lunga Peace Of The Unsaid, la voce celestiale si eleva altissima e sembra rincorrere quella imprendibile della Lisa Gerrard dei Dead Can Dance. L’accostamento a un pezzo come The Host Of Seraphim può rendere al meglio l’idea. Rimanendo in ambiti più recenti possiamo invece fare riferimento all’Anna Von Hausswolff del recente “Iconoclasts”. La voce di Giulia sembra cantare moderne litanie spaziali, vedi alla voce Skin Dress, che ha un finale con inevitabili accostamenti al Tim Buckley navigatore stellare nel suo apice avanguardistico. Si ascoltano versi come “Il mio vestito di pelle è qui per custodire il grande nulla che chiamo "me”. Di grande suggestione anche il video che accompagna il pezzo, opera di Elisa Fabris. Le atmosfere cupe e glaciali del disco sembrano condurre l’ascoltatore in un labirinto sotterraneo, sorta di grotta segreta dove Julinko sembra essere intrappolata chiedendo disperatamente di uscire. Ascoltare al riguardo un pezzo come Unleash, con le sue bordate sonore che è unito a stretto giro con Jeanne De Rien, cantato in un suadente francese, in tutto e per tutto una scelta perfetta. I nove minuti di Kiss The Lion’s Tongue sono il più lungo excursus sonoro dell’album, la viola detta le danze, alla materia del John Cale velvettiano, si ascoltano voci spettrali, drones apocalittici e atmosfere glaciali come il Ligeti della Space Odyssey. Il breve caos sonoro di Throw Ashes! ci conduce al finale di Samadhi e Ora Et Devoura. La prima è un altro viaggio verso mondi inesplorati, con la voce che di nuovo vola altissima sommersa da un ricco tappeto sonoro, l’altra è la classica “calm before the storm”, una sorta di buffa filastrocca, cantata per un volta in lingua italiana. Giulia ripete “morte al seminato” all’infinito fino a quando tutto svanisce e termina l’avventura. Julinko si conferma di nuovo musicista di grande spessore, non abbiamo paura a definire “Naebula” il suo disco migliore, i sei anni che la trevigiana ha impiegato per realizzarlo, in studio sul Lago di Garda, le hanno permesso di mettere a fuoco una proposta che già i precedenti lavori avevano fatto intravedere. Siamo appena a gennaio ma ci ricorderemo di quest’album quando si tratterà di riallacciare i fili e ricordare le cose migliori uscite nell’anno.

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