Dreamies Auralgraphic Entertainment
[Uscita: 01/01/1974]
Non riusciremo a ringraziare abbastanza Alex Carretero e la sua Guerssen Records, magnifica label di Lleida, Catalogna, dedita da anni alla riscoperta di oscure gemme tradizionalmente riservate e ricercate dai collezionisti di tutto il mondo. Risulta assai difficile citare anche solo un parte di questi gioielli nascosti, vi basti sapere che quando cercate una ristampa d’un disco ricercato da tempo se date un scorsa all’etichetta spagnola avrete una grande possibilità di trovarla. Questa volta la sorte è toccata al misterioso Bill Holt, un ex dirigente della 3M di Filadelfia che però nel tempo libero si deliziava con la bella musica che girava nei Sixties, con un orecchio particolare per le cose più originali e avanguardistiche. E qui ci mettiamo dentro sia i Beatles di Revolution 9 che il grande John Cage. L’uccisione di JFK unita alla guerra del Vietnam, all’assassinio di Martin Luther King e alla crisi dei missili su Cuba sono tutti avvenimenti che hanno segnato la sua gioventù, una vita fino allora molto simile a quella di gran parte della gente del suo paese. Sapeva poco o nulla di musica, non era un cantante, non aveva pratica di nessuno strumento ma aveva la ferma convinzione che avrebbe lo stesso composto qualcosa di originale pur sapendo che sarebbe presto finito nel dimenticatoio. Questo qualcosa prese forma nel 1974 a nome Dreamies col titolo bizzarro di “Auralgraphic Entertainment” che lo stesso Holt sottolinea essere derivato dal pezzo dei Beatles di cui sopra. Un titolo che è un giocatore di parole che riporta a “visioni di suono” mentre il nome Dreamies è ispirato da un racconto di Isaac Asimov. Un disco inizialmente tirato in 2000 copie, uscito per un' etichetta privata chiamata Stone World Theater e ispirato dal suo amore per la politica oltre che per la musica che era passata da un innocente rock and roll dei Fifties alla psichedelia dei sessanta e via dicendo, in pratica una sorta di rivoluzione culturale. E questo è lo spirito che anima questo album per certi versi incredibile e sorprendente. Dice lo stesso Bill Holt “Ho registrato Dreamies Program Ten e Program Eleven nel seminterrato di casa mia a Claymont, nel Delaware. Ho usato una chitarra acustica Ovation e uno strumento nuovo di zecca all'epoca, un sintetizzatore "Moog Sonic Six”, Per registrarlo si è servito d’un TEAC 3440 a quattro tracce e un Revox a due. Questo è un album che forse non ha niente a che vedere direttamente con altri dischi insoliti e presto dimenticati ma ci piace citarne almeno tre. Dal pazzesco “Standing Stone” di Oliver, fra le altre cose inciso pure questo nel 1974, dal misconosciuto “The Formal Female” (1972) di un tale a nome JW Farquhar, che scappato da 10 anni d’inferno matrimoniale lo incise su un Teac 4-Track con risultati sorprendenti. Per finire la triade ci metteremmo pure il bellissimo esordio psichedelico, a cominciare dalla copertina, di Matt Johnson, “Burning Blue Soul” (1981), disco che raramente viene citato quando si parla di Mr The The ma che a nostro avviso è la sua cosa migliore e più originale. Tornando ad “Auralgraphic Entertainment” vi racconteremo che il disco è idealmente diviso in due lunghe suites, Program Ten sul lato A e Program Eleven sul B. Forse non sono casuali i numeri visto che sono susseguenti al 9 dei Beatles. Resta da parlare della musica e la cosa non è delle più semplici. La voce che apre brevemente Program Ten, suddiviso a sua volta in sei sezioni, ha lo stesso fascino del Tom Rapp di “Balaklava” ma è solo un introduzione alla pace sonora che segue, chitarra e voce celestiale, che si intreccia con quelle prese dagli speaker dei notiziari televisivi. La bella Part Two vede Holt al suo massimo espressivo che recita tre semplici parole, “Sunday Morning Son” e termina con synth a spirale e rumori di vetri rotti. Siamo, volendo allargare le similitudini, su territori Beaver & Krause, Silver Apples ma pure la Tonto’s Expanding Band, tanto per rimanere in progetti bizzarri e sperimentali. C’è da sottolineare che per assaporare al meglio un disco così la conoscenza della lingua inglese è fondamentale. “Tutti quegli spezzoni sonori che ho inserito in Dreamies sono stati scelti con cura. C'è materiale che la maggior parte degli ascoltatori probabilmente non riconosce nemmeno” dice in un intervista il Nostro tanto per rafforzare il concetto. Nella Part Three si odono rumori indistinti d’acqua, sveglie che girano, la voce di Bill Holt filtrata e decisamente psichedelica. Il finale di Program Ten presenta rumori di mitragliatori, torna l’incubo Vietnam, subito addolcito dalla voce del Nostro che riprende il bel refrain che delinea la prima parte. Girando il disco, bella usanza quasi dimenticata, ci troviamo alle prese con l’altra suite Program Eleven, molto più difficile e sperimentale, aperta da uno speaker che intuiamo aeroportuale subito interrotto dal canto di Holt, che tocca i tasti dei Beatles più psichedelici. La Part Three e la Four hanno altre voci fuori campo e indistinguibili, con il synth finale come un loop infinito. Rumori di stoviglie (?!?) si ascoltano nella quinta parte per finire il tutto ancora con la voce filtrata e trattata alla stregua dell’Oliver di “Standing Stone”. Un disco per palati fini, che ti trascina in un'altra dimensione, non la terza dei Byrds ma poco importa, di sicuro non per tutte le orecchie, facile capire perché non venne affatto considerato al tempo, complice una programmazione e promozione inesistente. Lo stesso autore dovette mettere annunci di vendita su Rolling Stone e distribuirlo nei negozi della sua Filadelfia. Un esempio perfetto di “Head Music” come recitano le note della Guerssen stessa, o una “Incredibile Esperienza Mentale” come quelle di copertina, ricca di collage sonori e campionature elettroniche. A giudicare dalle prime recensioni viene fuori che si può tranquillamente ritenere “Auralgraphic Entertainment” un lost classic anche se pensiamo che finirà nelle mani dei soliti collezionisti e appassionati di cose oscure. Per fortuna è disponibile anche su Spotify, come da link a fondo articolo. Un grazie infinito a Klemen Breznikar di “It’s a Psychedelic Baby Magazine” senza il quale non avremo trovato materiale e informazioni a sufficienza per narrarvi di quest’album originalissimo e per certi versi irreale.

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