Intervista ad Irene Amata
Irene Amata è un'apprezzata interprete jazz con una storia fatta di scelte e trasformazioni. Il suo ultimo album "Sembianze" la vede autrice di undici tracce ispirate al Brasile come luogo ideale per parlare di cambiamenti e malinconie. Il cantato segue una linea di classicismo interpretato però con personalità; si avverte la sensibilità di un'artista cresciuta con un bagaglio di innumerevoli ascolti, nonché anni di esibizioni sui palchi parigini con artisti di primo livello ma anche di una disciplina costante di studi. Con Irene Amata abbiamo parlato di scelte esistenziali, della Francia come residenza elettiva e naturale, nonché delle ragioni che l'hanno riportata all'uso dell'italiano nel canto, una lingua madre che vive dentro come radici profonde.
Irene, hai una storia che racconta di una scelta esistenziale. Hai lasciato una carriera universitaria iniziata nel campo della ricerca, con un doppio dottorato in fisica e biologia molecolare, per il jazz. Come e quando hai capito che la musica sarebbe stata la tua vera strada? Quanta parte della tua vita personale trasfondi nella musica che suoni?
La musica ha sempre fatto parte del mio quotidiano. I miei genitori sono sempre stati grandi amanti della musica, animati da una grande curiosità e apertura, e in casa quando ero bambina la musica era una presenza costante; entrambi musicisti a livello amatoriale, mi hanno trasmesso da piccolissima la gioia del fare musica insieme con semplicità. Ho continuato, crescendo. In modo un po’ inaspettato poi, da adulta, la musica ha preso man mano sempre più spazio, fino a pormi in effetti davanti a una scelta effettivamente di tipo esistenziale. Ma alla fine è stata una sorta di necessità e la scelta obbligata. Da un lato non mi piace fare le cose a metà, dall’altro sentivo forte la spinta verso il palco come dimensione naturale in cui potermi esprimere e seguire la mia ispirazione. Mi reputo fortunata, sto vivendo una ‘seconda vita’. Rispetto all’ispirazione, di certo nel momento della scrittura, della creazione, c’è qualcosa di estremamente intimo che emerge in superficie, sia musicalmente che nei testi; la mia vita personale, certo, gli avvenimenti maggiori come la perdita, la lontananza dall’Italia e da una parte della mia famiglia e gli amici più cari, la presenza luminosa delle mia figlie, la relazione con il mio compagno, sono tutti elementi della mia ispirazione. Ma non solo. C’è anche uno sguardo al mondo che mi, ci circonda e in cui siamo immersi, come attori e spettatori al contempo.
Sei musicista professionista dal 2017, nel 2020 pubblichi il tuo primo album “Luz” come duo Sambuca e nel 2021 hai suonato per la prima volta le tue composizioni nel celebre club parigino Sunside-Sunset. Sembra che tutto sia successo con grande velocità. Come hai vissuto tutto questo turbinio di esperienze?
Ho fatto la scelta di intraprendere la carriera musicale come professionista a trentasette anni, poco tempo dopo la nascita della mia prima figlia e lasciando una carriera scientifica che mi dava uno stipendio sicuro. La scommessa era grande, forse folle, e non potevo permettermi di indugiare. Ho studiato, suonato, lavorato tantissimo perché la cosa funzionasse. E continuo con lo stesso impegno e determinazione. Il fatto di essere a Parigi è stato essenziale: ho fatto incontri artistici importantissimi, cruciali, senza i quali non avrei potuto avanzare di un millimetro. Col senno del poi, si, forse è stato tutto molto rapido, ma sinceramente non me ne sono resa assolutamente conto!
Dal pianoforte fino al canto jazz. Come si è sviluppata la tua formazione artistica e quali ascolti hanno indirizzato la tua vita?
Ho studiato pianoforte classico da bambina, e questo mi ha sicuramente dato una base solida. Dopo l’esperienza della scena con varie formazioni, dal reggae alla canzone, sono approdata alla bossa nova, e una volta aperta la finestra sulla cultura musicale brasiliana mi ci sono tuffata dentro per anni. Ho anche imparato il portoghese e viaggiato in Brasile, tanto mi ci sono immersa! È stata un vera scuola: vi convivono più mondi ritmici, poetici, melodici, sonori. È veramente un universo musicale variegato e pieno di bellezza, e in cui mi sento a mio agio, è una cultura musicale che sento da sempre affine. Una volta a Parigi, poi, ho incontrato tanti musicisti brasiliani incredibili (e.g. Wander Pio, Julio Gonçalves, Pablo Shinke, Laurent de Oliveira, Acelino de Paula, Caio Marcio Santos) con cui ho avuto l’onore e il piacere di suonare. Da subito, con Sambuca, ho iniziato a improvvisare su temi brasiliani, stimolata moltissimo da Roberto Stimoli che mi ha sempre spinta a cercare nuove strade nella mia voce. Nel frattempo ho seguito corsi di piano jazz e di improvvisazione vocale, nonché avuto la possibilità di esibirmi con artisti jazz di culture diverse (Frederic Loiseau, Serge Merlaud, Hiroshi Murayama, Sava Medan, Mauro Gargano, Nico Morelli, Nicola Sergio) dai quali ho ogni volta imparato tantissimo. Non posso dire di aver seguito un percorso canonico, così come elencare gli ascolti cruciali alla mia crescita musicale sarebbe impossibile. Se dovessi scegliere degli artisti di cui ho consumato i dischi, potrei nominare, ad esempio, Joao Gilberto, Guinga, Gilberto Gil, Milton Nascimento, Cartola, David Bowie, The Police, The Beatles, Prince, Bob Marley, Battisti, Pino Daniele, De André, ma anche Pergolesi, Chopin e Ravel.
Dal 2014 sei residente in Francia. Rispetto all’Italia trovi che Oltralpe il ruolo della cultura sia maggiormente valorizzato e meno elitario?
Non posso giudicare bene il sistema italiano, non ne ho un’esperienza diretta da troppo tempo. Sicuramente in Francia, almeno fino ad ora, la cultura è stata sempre valorizzata con politiche nazionali e locali di lunga durata, consentendo a tantissimi professionisti dello spettacolo (me inclusa!) di poter vivere dei mestieri legati alla musica, ma anche alla danza, al teatro. Un’altra differenza con l’Italia che all’inizio mi aveva molto sorpreso è la presenza su tutto il territorio di scuole di musica e conservatori. Ogni comune ha la sua struttura pubblica – e quindi accessibile - di insegnamento musicale e di danza. Ahimè, anche qui però le cose cambiano, i tagli pesanti alla cultura dettati dalle politiche neo-liberali rendono i mestieri dello spettacolo sempre più fragili anche in Francia.
Hai iniziato a cantare in portoghese per poi passare all’italiano. Cosa c’è alla base di questa transizione artistica?
Ho cominciato la carriera come interprete del repertorio della musica brasiliana, una cultura musicale in cui mi sono immersa molti anni prima delle scelte esistenziali di cui abbiamo parlato. Il gruppo Sambuca, con il chitarrista Roberto Stimoli (siciliano, all’epoca anche lui a Parigi), è stato la chiave di accesso al mondo live della musica World e Jazz sul territorio francese; abbiamo fatto centinaia di concerti, da piccole sale, a teatri, chiese e festival importanti. Un piccolo miracolo, essendo sostenuti da un’etichetta indipendente e senza manager. Nel tempo poi, ho cantato moltissimo dal vivo in inglese, approfittato del fermento jazz a Parigi. Scrivendo musica mia però, nel momento della ricerca più profonda, di ispirazione, di verità se vogliamo, viene fuori in modo naturale la mia lingua materna. In parallelo, la collaborazione con l’amico e pianista Nicola Sergio col repertorio Italian Standards (progetto discografico a venire) mi ha anche dato la possibilità di riappropriarmi dell’italiano da un punto di vista vocale. Ogni lingua in effetti apporta delle sonorità diverse, e richiede una ricerca tecnica e espressiva differente.
Questo ci porta al tuo ultimo album “Sembianze” (Label Prodastar / Inouïe Distribution - 2025). Puoi raccontarci il processo creativo alla base della scrittura dei nuovi brani e dell’interplay con i musicisti che hanno collaborato con te?
Sembianze è un lavoro discografico devo dire fedele all’esperienza live del quartetto con cui suono le mie composizioni dal 2021, composto da musicisti talentuosi e dotati di grande sensibilità e generosità artistica come Fady Farah, pianista originario del Libano, JB Perraudin, batterista francese e Maurizio Congiu, contrabbassista di Cagliari, anche lui trapiantato in Francia. Il processo creativo è stato originariamente molto lento e solitario, ho iniziato a scrivere canzoni nel 2017. I brani in “Sembianze” sono stati composti dal giugno 2017 al gennaio 2024, sette anni di scrittura quindi, e riflettono un’evoluzione sia della mia ispirazione che della mia maturità musicale. Alla base non c’era un progetto discografico, piuttosto un bisogno espressivo, una ricerca musicale interiore. Concerto dopo concerto, sentendo il pubblico davvero sensibile al mio universo sonoro, è cresciuta dentro di me la voglia di farne un disco. Siamo approdati in studio dopo aver suonato i brani molte volte in concerto, e abbiamo registrato undici pezzi in due giorni. È stato davvero magico. C’è una bellissima intesa tra noi, e sin dalla prima sessione che facemmo nel 2019, adoro il loro approccio alla mia musica : la rispettano e la sublimano, allo stesso tempo.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Puoi darci qualche anticipazione?
In preparazione una tournée col repertorio di “Sembianze” in Nord Europa. Ma non nascondo che mi farebbe un immenso piacere riuscire a portare il repertorio di “Sembianze” sulle scene italiane. È in programma un disco insieme al pianista Nicola Sergio in duo piano voce su riarrangiamenti in chiave jazz del repertorio della canzone italiana. Una collaborazione è in corso con il chitarrista brasiliano Caio Marcio Santos sul repertorio dell’immenso Chico Buarque (si, la musica brasiliana è sempre con me!).E poi, certo, non ho mai smesso di comporre. Quindi ci saranno di certo altre sorprese!
(La foto di Irene Amata è di Yara Bonanni)
