Pierre Boulle Il Pianeta Delle Scimmie
Il pianeta delle scimmie (1963) Pierre Boulle
Le scimmie al potere: l’evoluzione si ribalta
Se con “Le Sabbie Di Marte” Arthur C. Clarke ha immaginato il futuro come una linea continua verso il miglioramento della tecnologia — un pensiero tipico della fantascienza hard — una larga parte della fantascienza ha ribaltato questa visione, ipotizzando come questa retta possa contorcersi su sé stessa e imboccare direzioni imprevedibili.
Lo scrittore francese Pierre Boulle non si limita a immaginare un ritorno al passato della tecnica, ma arriva a ipotizzare una vera e propria inversione dell’evoluzione, trasformando il romanzo in un’originale distopia evoluzionistica.
Una pietra miliare della fantascienza soft
Pubblicato nel 1963 e divenuto celebre grazie all’ottimo adattamento cinematografico del 1968 — oltre che ai numerosi sequel, prequel, remake e reboot — Il pianeta delle scimmie è uno degli esempi più riusciti di fantascienza soft: meno attenta al rigore scientifico (come nel caso di Clarke), ma più concentrata sui risvolti psicologici e sociali del futuro.
Questa minore attenzione alla plausibilità scientifica è evidente fin dall’inizio, quando i due astronauti protagonisti — in realtà turisti interplanetari — trovano un messaggio in una bottiglia nello spazio. Un’idea evidentemente improbabile, ma efficace nel dare avvio a una vicenda che, per molti aspetti, anticipa e coincide con quella resa celebre dal film.
La teoria darwiniana su scala cosmica
È invece particolarmente interessante l’intuizione di Boulle secondo cui l’evoluzione porterebbe, anche su pianeti differenti, a esiti simili: un susseguirsi di evoluzione e involuzione tra specie diverse, capace di generare una bizzarra “alternanza di potere”. Il dominio di ogni specie appare così destinato a svanire, sostituito da quello di un’altra nel frattempo evolutasi. La teoria darwiniana si espande idealmente su scala cosmica.
Il finale — in parte ripreso da Tim Burton nel suo remake — è stato invece completamente rielaborato nel film originale del 1968, reso immortale dalla leggendaria immagine della Statua della Libertà distrutta: una trovata geniale che ha consegnato il film all’immaginario collettivo.
Il finale del romanzo può lasciare spazio a qualche ambiguità, ma resta centrato su un’idea forte: l’esistenza di un destino comune per i pianeti in cui si sviluppa la vita. Per Boulle, la scienza non garantisce progresso, come invece immaginava Clarke. E, da molti punti di vista, oggi si potrebbe dire che la sua visione — più disincantata — si sia rivelata persino più profetica di quella di tanti autori eccessivamente ottimisti.
