Arthur C. Clarke Le Sabbie Di Marte
Prima dell’Odissea nello spazio, Clarke scrive uno dei classici sulla colonizzazione di Marte
Il primo numero di Urania
Ottobre 1952. Sono passati più di settant’anni, ma questa data — oggi quasi dimenticata — rappresenta un momento decisivo nella storia della fantascienza in Italia. In quel mese usciva infatti il primo numero della collana "I romanzi di Urania", destinata a diventare, nei decenni successivi, una certezza inossidabile per generazioni di lettori. Una letteratura tutt’altro che semplice, come spesso si tende a pensare. La fantascienza è infatti un territorio vasto, articolato in generi e sottogeneri molto diversi tra loro. Un territorio capace di indagare profondità psicologiche degne della letteratura più alta. Certo, lo fa spesso attraverso uno stile accessibile, adatto anche a un pubblico giovane, ma non per questo meno incisivo: nella sua forma migliore, la fantascienza non è evasione, bensì una riflessione rigorosa sui futuri possibili e sul destino dell’umanità. Il primo numero de "I romanzi di Urania" è dedicato a “Le Sabbie Di Marte” dello scrittore britannico Arthur C. Clarke, uno dei principali esponenti della hard science fiction, sottogenere contrapposto alla soft e caratterizzato da una rigorosa adesione alle leggi scientifiche conosciute — in particolare quelle delle scienze “dure” come fisica, matematica, chimica e ingegneria — con un forte orientamento alla plausibilità e all’approccio razionale. In questo ambito, Clarke rappresenta uno degli alfieri più autorevoli, accanto a Isaac Asimov.
La scienza come evoluzione positiva
“Le Sabbie Di Marte” appartiene a quella stagione della fantascienza in cui il futuro viene immaginato in termini prevalentemente positivi. Per Clarke, la scienza è accumulo di conoscenza e strumento di progresso capace di migliorare costantemente la qualità della vita umana. Del resto, cosa rappresenta “2001: Odissea Nello Spazio”, sempre di Clarke, se non una lunga traiettoria evolutiva dalla scimmia fino all’Oltre Giove?
L’esplorazione dello spazio non è quindi una possibilità, ma un destino inevitabile. Il futuro in cui si muove Martin Gibson, scrittore e protagonista del romanzo, è quello delle prime colonizzazioni di Marte: un passaggio cruciale per immaginare la progressiva espansione dell’umanità oltre la Terra. Gibson diventa testimone diretto di una serie di eventi straordinari, descritti da Clarke con una freddezza scientifica, in particolare quello della Terra-formazione, cioè il tentativo di trasformare Marte in un pianeta simile alla Terra. Il romanzo restituisce con precisione le difficoltà concrete del viaggio spaziale, della vita nelle cupole marziane, della produzione di ossigeno e, più in generale, della sopravvivenza su un pianeta ancora profondamente inospitale.
L’uomo ripete i suoi comportamenti
Ma l’intuizione più forte di Clarke sta nella consapevolezza che le dinamiche umane presenti sulla Terra non potranno che inevitabilmente riproporsi anche su altri pianeti. Marte non è una fuga dalla Terra, ma la sua prosecuzione. Che rapporto potranno avere con la Terra le generazioni nate su Marte? Quante volte, nella storia, popoli separati hanno smesso di riconoscersi fino a diventare estranei — se non nemici? La colonia marziana, inizialmente dipendente dalla Terra, sviluppa progressivamente una propria identità. Basta una generazione perché emergano differenze culturali, psicologiche e politiche. E da queste differenze nasce un’esigenza inevitabile: il desiderio di autonomia. A questo si contrappone, specularmente, la diffidenza della Terra, in una tensione che richiama una futura, possibile “rivoluzione americana” nello spazio. Il romanzo trova uno dei suoi momenti più riusciti nei capitoli finali, con il Progetto Aurora, soluzione narrativa che imprime alla vicenda una forte accelerazione e tiene il lettore incollato alle pagine. Marte, dunque, non è semplicemente un altro mondo: è lo specchio della Terra. Il futuro diventa uno spazio in cui l’uomo cambia, ma resta profondamente sé stesso, replicando relazioni, conflitti e dinamiche di potere già note. Ne emerge anche una lettura politica del romanzo: la tecnologia trasforma la società, ma non modifica radicalmente la natura umana. Clarke utilizza la fantasia per costruire scenari plausibili, seppur attraversati da un ottimismo tecnologico che oggi può apparire, almeno in parte, eccessivo. E come è noto la fantascienza ha trovato vari modi di ribaltare questo ottimismo scientifico verso derive catastrofiche decisamente realistiche, persino più di quelle di Clarke.
