Mai Mai Mai Karakoz
Questo nuovo e come sempre bellissimo e interessantissimo lavoro del musicista calabrese Toni Cutrone, in arte Mai Mai Mai, è il frutto di un soggiorno in Palestina fra gennaio e maggio 2024 mentre Israele metteva in atto la sua politica genocida. L’artista è stato ospite di alcune importanti realtà palestinesi come Radio AlHara e Wonder Cabinet dove “Karakoz” è stato in gran parte registrato, ha girato quei tormentati territori, ha incontrato persone, visto città e paesaggi, vissuto con i palestinesi durante uno dei periodi più terribili della loro storia, da questa straordinaria esperienza nasce “Karakoz”, termine che indica il tradizionale teatro delle ombre ottomano, «è un teatro di ombre, storie e ricordi sospesi tra spazio e tempo, che continuano a esistere. E a resistere». «Cosa significa -si chiede Cutrone - attraversare la Palestina nel mezzo di un genocidio? È una domanda che mi torna continuamente in mente, una domanda per la quale non ho una risposta univoca. Ma quella che torna più chiara è quella della responsabilità». Responsabilità che si traduce in un disco che evita ogni scorciatoia, ogni effetto propagandistico, ogni facile ammiccamento, ma che è una forma di testimonianza, di amore per una terra e per un popolo e di una vitale tensione etica. Responsabilità verso una cultura preziosa che l’entità sionista vuol spazzar via e che per Cutrone diventa il centro vitale, pulsante della sua opera. La Palestina è resistenza, oppressione, dolore, ma è, vuol dirci questo disco, anche storia, cultura, musica, desiderio di vita. In questa ottica si comprende l’importanza fondamentale che assumono le registrazioni sul campo, ma anche l’utilizzo di materiale d’archivio con cui l’elettronica di Mai Mai Mai entra in un dialogo tanto fecondo quanto drammatico. Chi conosce i suoi lavori sa quanto il Mediterraneo, i suoi miti e i suoi riti ancestrali siano al centro della sua sperimentazione e la Palestina, terra antica e luogo fondante dell’identità mediterranea, è una fonte preziosa di ispirazione e oltre che di impegno etico, prima che politico, per la sua liberazione. Il disco si apre con Grief un tradizionale canto funebre palestinese in cui la voce di Maya Al Khaldi si esprime con straziante, accorato trasporto, il contrappunto di oscuri synth e percussioni ossessive crea una tensione di drammaticità incombente, nella title-track Cutrone utilizza una nenia funebre trovata negli archivi del Ramallah Popular Art Centre, il gioco fra le percussioni di Jihad Shouibi, il buzuq di Karam Fares, l’elettronica e il canto ipnotico creano un paesaggio spettrale e ansiogeno. In Echoes Of Yhe Harvest la registrazione di archivio della voce di Hajja Badriya, che sa di antica sapienza e lunga sopportazione, entra in sintonia col sax polveroso e sofferto di Alabaster De Plume, altro artista impegnato con la causa palestinese, in Dawn Of The Cremison Valley la voce trattata di Julmun ipnotica, strozzata, ma con le percussioni resa evocativa di mondi ancestrali, è un’alba minacciosa e pericolosa. Jinn Of The Bethlehem Souk con le registrazioni sul campo ci riporta le vivaci voci di un mercato, ma le inquiete e oscure sonorità elettroniche e il meraviglioso mijwiz, un flauto tradizionale che ricorda il suono dei marocchini Joujouka, suonato da Ussama Abu Ali alza la tensione, la stessa che la popolazione palestinese vive quotidianamente, tensione che si ripropone anche nella conclusiva Wandering Through The Crowded Paths Of Al-Hisbain in cui sia i suoni della strada, il canto di un muezzin, il suono del flauto yarghul risuonano come un omaggio a una storia e a una cultura millenaria che è parte della storia dei popoli del Mediterraneo. “Karakoz” è un disco sospeso fra la cruda realtà dell’oggi e l’anima antica di un popolo e della sua cultura che sembra rispondere alla domanda che si faceva più di ottanta anni fa Quasimodo: «E come potevamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore».

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