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19 maggio 2017 , ,

White Hills

STOP MUTE DEFEAT

2017 - Thrill Jockey
[Uscita: 19/05/2017]

Stati Uniti

 

Una carriera consacrata a distorcere e ingigantire quel punto medio che sta tra You Shouldn't Do That degli Hawkwind e Eye-Shaking King degli Amon Duul II, ritrovandosi poi, in “Walks For Motorists” con una versione per psychonauti di 1969 degli Stooges, con appiccicati sopra quei badge stile «Punk's Not Dead» che fanno tanto graffito sul muro della scuola, per tacere dell’enfasi sulle tette di Ego Sensation in copertina. Ottimo, per carità. A ben guardare a White Hills non è mai stata essenziale quella dimensione comunitaria ed addirittura tribale necessaria ad Amon Duul e Hawkwind, così sempre ripiegati in una minimalista formazione bipolare come Meg e Jack White tramutati nei fantasmi degli spazialeggianti Moon Duo. Ma per roba come “Heads On Fire” o “H-p1” Dio li benedica, sempre.

 

Ma oggi che in giro c’è sì voglia di shoegaze (ritornano persino Slowdive e Secret Shine) sembra invece più stanco il desiderio di sballarsi di ultrapsych cosmico. I nostri con "Stop Mute Defeatsi adeguano all’umore un po’ depresso del periodo, sguardo basso e fantasia bassissima. Scandito dal monotono battito motorik delle drum machine, Stop Mute Defeat, una copertina che potrebbe anche essere un “PIL” del nuovo millennio, è un testo ultralineare che li riallaccia alle sponde più kraut dei loro trascorsi, quelle col poster in bianco e nero dei Neu! in camera, mentre nello stereo ci stanno da settimane le cassette dei Pere Ubu. Scegliendo un atteggiamento anaffettivo e distaccato, percorrono quel rasoio sottile tra ipnosi e noia, tra minimalismo e povertà di idee, tanto rischioso quanto sterile. Il sound si appiattisce e perde quella stroboscopica tridimensionalità così spaziosa e spaziale, divenendo musica per macchine seriali che generano una new wave ombrosa per impianti industriali decaduti. 

 

Litania senza Credo, post-post-punk che trascorre monocorde, a tratti minaccioso (Entertainment) con guizzi dei rabbiosi voli che furono (Attack Mode, che giustamente esce come singolo) e un pessimismo che trasuda da ogni passaggio, pur strizzando l’occhio ad un dance-rock che piacerà magari agli ultimissimi baluardi cyberpunk. Per alcuni fan potrebbe essere un passo falsissimo, per altri solo un cambio di umore e di prospettiva. Importante sforzo per cambiare pelle, per lasciare definitivamente alle spalle revivalismo e trip acidi; ma la loro storia non mente e la battaglia galattica si spegne all’accensione del motore di una city car troppo ordinaria. Gli psycho-lord prigionieri delle macchine sono entrati nell’epoca del disincanto e dell’apatia? 

 

Voto: 5/10
Giovanni Capponcelli

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