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1 maggio 2013

British Sea Power

MACHINERIES OF JOY

2013 - Rough Trade
[Uscita: 1/04/2013]

British Sea Power   “MACHINERIES OF JOY”    1.4.2013 – Rough TradeÈ già da una decina d’anni che questi giovanotti originari della Cumbria, nord ovest dell’Inghilterra, producono il loro indie rock indefettibilmente (non potrebbe essere che così) britannico, avendo all’attivo cinque album e una colonna sonora (“Man Of Aran”, per sonorizzare l’omonimo documentario sulla vita nelle isole omonime). Questo “Machineries Of Joy” paga con il proprio titolo un tributo a Ray Bradbury, lo scrittore di fantascienza recentemente scomparso, autore, oltre che degli strafamosi “Fahrenheit 451” e “Cronache Marziane”, di un’antologia di racconti brevi chiamata, appunto, “Le Macchine della Felicità”. Non c’è nulla di fantascientifico, tuttavia, nei suoni e nelle atmosfere che pervadono questo lavoro, concepito nelle lande nebbiose delle Berwin Mountains, Galles del Nord, e da quei climi fortemente influenzato. Le dieci tracce sono trasposizioni di quelle contenute nei sei EP usciti l’anno scorso in tiratura limitata, frutto delle serate che il gruppo organizza presso il Krankenhaus, un locale di Brighton dove attualmente risiede e sono la quintessenza del suono dei BSP, a volte atmosferiche, altre anthemiche, altre ancora intimiste, sempre dotate della peculiare sonorità legata all’inusuale formazione, che ai canonici basso/doppia chitarra/batteria aggiunge le tastiere, la cornetta e la viola, oltre ad occasionali sezioni di archi e fiati. La versatile voce di Yan fa il resto, per un risultato che si può fin d’ora definire notevole, soprattutto in confronto con il precedente “Valhalla Dancehall”, pretenzioso e non del tutto riuscito.

 

Dieci anni di carriera non hanno quindi affatto disseccato la vena compositiva dei nostri, che probabilmente, con questo album, raggiungono i loro vertici, sia in termini qualitativi che di piacevolezza all’ascolto, segnale evidentemente di ispirazione, ma anche di raggiunta maturità. Detto che il gruppo ha dichiarato la propria volontà di rendere l’album “caldo e ristoratore, come una partita a carte tra amici”, fin dall’inizio si fa sul serio, con le atmosfere “motorik”, in stile kraut, sull’insistito del basso e sul tappeto di viola e tastiere della fantastica, cinematica “title track”, seguita dalla possente K-Hole, che ci introduce al lato più rockettaro dei nostri. Ben più calma e riflessiva è la seguente Hail Holy Queen, con un arpeggio lieve come neve e pennellate di viola in sottofondo, poi arriva Loving Animals, un altro dei pezzi forti del disco, che paga il dovuto agli immancabili Beatles, nel caso, periodo “White Album”, seguita dalla delicata What You Need The Most, lunga ballata piena di spleen, spruzzata di psichedelia. Si cambia ritmo con Monsters Of Sunderland, con tanto di sezione di fiati a dialogare con la chitarra e ad inseguire la galoppante sezione ritmica. Spring Has Sprung è un’altra ballata, questa volta in crescendo, ancora con echi psichedelici, Radio Goddard mantiene ritmi rilassati, su uno strano background di cornetta e vocals filtrati, così come la seguente A Light Above Descending, che si regge però sulle chitarre. Il disco termina con la suggestiva, come il suo titolo, When A Warm Wind Blows Through The Grass, probabilmente un altro dei momenti migliori del disco, con il suo arpeggio circolare e un’atmosfera quasi sinistra, degna conclusione per un disco notevole.

Voto: 7.5/10
Luca Sanna

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