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8 giugno 2017 ,

Roger Waters

IS THIS THE LIFE WE REALLY WANT?

2017 - Columbia Records
[Uscita: 02/06/2017]

Inghilterra  #consigliatodadistorsioni

 

ROGER-WATERS_Is-This-The-Life-ArtworkIl ritorno di Roger Waters sul proscenio discografico, a distanza di un quarto di secolo da “Amused To Death”, disegna il paradigma dell’ulteriore involuzione dello scenario mondiale in questo turbinoso, drammatico, abissalmente mostruoso torno di tempo. Se possibile, questo “Is This The Life We Really Want?”, rilasciato per i tipi della Columbia e prodotto da Nigel Godritch, stregone dei suoni dei Radiohead, è uno dei lavori più marcatamente ideologici del mentore dei Pink Floyd. Uno sguardo spogliato di qualsivoglia speranza su un mondo disumanizzato e dolente, su un panorama dominato da sindromi paranoiche, ossessioni belliche, incontenibili e perniciose pulsioni di devastazione, irredimibili megalomanie e, soprattutto, sulla follia dei potenti del pianeta che assume la stupida e arrogante maschera della sopraffazione dell’uomo sull’uomo. Sembra che le speranze suscitate dalla caduta del Muro, che è come dire di tutti i muri, siano miseramente crollate sotto i colpi della stupidità umana, che dai disastri della storia nulla ha imparato in termini di emancipazione dalla violenza cieca e volgare. Ed ecco, compresenti nell’album tutti i temi della peculiare poetica di Waters: l’ossessione dell’istinto bellico, l’insorgere sempre più frequente sullo scenario mondiale di leader posseduti dai demoni della stupidità e dell’arroganza (il continuo riferimento in tal senso a Donald Trump, non solo ad apertura di ogni concerto con la scritta “Trump is a pig”, ma anche nelle pieghe dei testi del disco, ne è palese testimonianza), la perdita complessiva e ineluttabile di valori di una società sempre più conformistica e ignorante, la disillusione afferente all’improbabile capacità di emendarsi da questo stato di cose prossimo al nulla.

 

Waters foto 1I testi grondano di riferimenti alla situazione politica mondiale attuale, nella quale si consumano odi e conflitti etnico-religiosi, in cui ogni concetto di pacifica convivenza pare utopia, in cui le bombe sganciate su civili inermi paiono l’unica rappresentazione possibile del rapporto tra i popoli. Musicalmente, l’album ricalca gli schemi collaudati dell’arte di Waters, da “The Wall” in poi. Voce dolente e intensa, impianto strumentale che pencola tra elegia di un mondo perduto e inabissato nei meandri della memoria e angoscioso grido per un’umanità dannata e irredimibile. La sapiente regia di Godritch dà quel tocco di inquietudine sonora che giova alla struttura complessiva dell’opera. Tra i brani più rilevanti si segnalano Déjà Vu, una dolente parabola di matrice gnostica per voce e archi sull’imperfezione della Creazione dell’uomo da parte di un Dio debole; The Last Refugee, che contempla lo spezzarsi dell’illusione di pace di un sopravvissuto all’ultimo bombardamento, che aveva sognato un nuovo mondo senza più guerre: qui l’intreccio delle note del piano e la sinuosa linea degli archi, cui fa da fondale la voce di Roger, è veramente intenso e struggente. La bella sezione ritmica iniziale di Picture That, cui segue la trama melodica classicamente floydiana, apre poi l’invettiva verso chi detenendo il potere lo adopera solo per distruggere (il riferimento a Trump è palese).

 

Waters foto 2La voce di Trump campeggia nella sua arroganza nel segmento iniziale di Is This The Life We Really Want?, lenta e oscura discesa negli abissi dell’ignoranza umana, di un’umanità degenere troppo concentrata su piccole e grette parti d’esistenza, a tal punto da aver smarrito la visione d’insieme, il bene comune, un tessuto di valori che invece si sfalda vieppiù, cedendo il passo all’indifferenza verso la sofferenza del prossimo. L’odore di rose che pare finalmente respirarsi in Smell The Roses, con aperture soniche più ariose e distensive, si trasforma ben presto in un mefitico lezzo di napalm, con la speranza di un mondo pacifico ancora una volta sepolta sotto cumuli di bombe. Una dolorosa riflessione in musica e parole sul tema dell’attesa frustrata (della donna amata, di un mondo migliore), si dispiega, poi, con toni di intenso e struggente lirismo, nel trittico di brani che si apre con Wait For Her, ispirata ai versi del poeta palestinese Mahmoud Darwish, e prosegue con i due segmenti finali, Oceans Apart e Part Of Me Died, melanconico fluire di note disciolte nel sangue come rugiada funebre. Un album doloroso, potente nella denuncia socio-politica, musicalmente ispirato e poetico. 

 

Voto: 7,5/10
Rocco Sapuppo

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