Elli De Mon Raìse
Continua il suo eccellente percorso musicale la vicentina Elli De Mon, nome d’arte di Elisa De Munari, che partita da un sincero amore per il blues e in particolare per quello cantato dalle donne, sulle quali ha scritto anche un bel libro, approda, dopo aver esplorato inedite connessioni fra la musica del Delta con il punk, la psichedelia, la musica modale, a un ambizioso disco in dialetto vicentino che si colloca anch’esso in un territorio di difficile catalogazione e proprio per questo di grande fascino, almeno per chi non ama le rigide barriere fra generi, ma le contaminazioni e le sperimentazioni. Intanto appare davvero coraggiosa la scelta di optare, tralasciando l’ìnglese, per il suo dialetto, ma esso si dimostra adattissimo alla sua vocalità e a esprimere la vasta gamma delle sonorità e delle emozioni delle sue canzoni. Curiosamente due dei migliori album italiani usciti ultimamente si esprimono in dialetto, l’altro è “Zhora” della friulana Nicole Coceancig, alla cui recensione rimandiamo, curiosamente entrambi sono dei concept, il secondo su una giovane afghana in fuga, questo sul suo paese natale Santorso e sul personaggio Orso che gli ha dato il nome. “Raìse” (radici) è un viaggio nel passato fra mito e realtà, ma nella figura del penitente Orso e della sua ricerca della salvezza ritroviamo temi ancora attuali e il senso della vita umana come continua ricerca, il che vale evidentemente anche per la musica che fa la vicentina. Elli De Mon intanto si conferma ottima pluristrumentista cimentandosi con chitarre, sitar, harmonium, contrabbasso, ukulele e dilruba, strumento cordofono indiano, ad accompagnarla Marco Degli Esposti alle chitarre e synth e Francesco Sicchieri alla batteria. Le dodici canzoni offrono un ampio caleidoscopio di riferimenti, di suggestioni, di emozioni. Il disco si apre col gospel blues della title track che ci immerge in quell’atmosfera dark e misteriosa che pervade poi tutta l’opera, seguono la furia punk di Orso, una Sinner che per tensione drammatica non sfigurerebbe nel repertorio di Nick Cave, l’intenso e ipnotico folk di Suman, in El Me Moro un canto tradizionale sulla violenza domestica viene mirabilmente arrangiato come fosse psichedelia orientale con un drone di dilruba in evidenza, ed è proprio questa capacità di creare intrecci musicali e culturali diverse che rende prezioso e sorprendente l’ascolto dell’album. Lo stoner di El Foresto, la delicata nenia di El Oseleto, l’irresistibile rock blues di Babastrii, il folk oscuro di Giose, le influenze della musica modale indiana presenti nella splendida ballata Sarò Tera e nell’ammaliante ninna nanna Nana Bobò chiudono egregiamente il disco. Potremmo sbagliarci, ma “Raìse” potrebbe e meriterebbe avere lo stesso impatto che ha avuto “Spira” di Daniela Pes sulla musica italiana.

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