Kristin Hersh Sugar On Blackstone
[Uscita: 18/09/2026]
Con “Moonlight Concession” avevamo lasciato Kristin Hersh con le Throwing Muses tra notti e albe fluorescenti tra New Orleans e la California del sud. Esce ora “Sugar On Blackstone”, disco solista che vede la presenza di Pete Harvey (violoncello, Throwing Muses) e Rob Ahlers (batteria, 50FootWave). I brani sono nati durante il tour delle Throwing Muses in giro per il mondo. E in questo andamento nomade, capita che dopo tanto girare si ritorni, per i corsi e ricorsi storici o forse un po’ per il karma, in una città famigliare. Ritornando a Providence, Rhode Island, Hersh si è ritrovata proprio nei luoghi che hanno segnato la sua infanzia. A livello sonoro, in “Sugar On Blackstone” si rafforza il connubio tra chitarra semiacustica e violoncello esplorato in “Moonlight Concessions”, sostenuto in maniera delicata dalle percussioni, molto trattenute, o a volte inesistenti (in brani come Sundial, che ha anticipato il disco, e Ticking). La voce di Hersh risulta più scura e matura, ma sempre distintiva ed estremamente evocativa, con una capacità unica di concatenare diverse melodie vocali (Moths). Delicatezza e misura che vanno a contrasto con gli anni che stiamo vivendo, violenti e pieni di conflitto, così come gli anni Settanta che ha vissuto Hersh. In questa atmosfera, anche i luoghi sembrano regredire. E così inizia una sorta di ricordo involontario di un’infanzia caratterizzata a sua volta da instabilità e conflitto, come racconta nell’incipit del disco, Dark Eyed Junco. Nell’approfondimento del disco disponibile su Bandcamp, l’autrice ricorda: “Mi sono ritrovata ora a vivere proprio davanti al parco in cui giocavamo io e mio fratello da piccoli, negli anni ‘70, e mi sono ricordata che avevamo paura di rincasare, a causa del mio patrigno. Non c’era un focolare, la chiarezza era spaventosa. Tutto quello che avevamo era il basket, e continuavamo a giocare fino a che non faceva sera, e non si riesce a giocare così. E se ci pensi bene, essenzialmente è ciò che significa sopravvivere”. Anche il penultimo brano, ’72 Stingray sembra raccontarci un estratto in presa diretta dal passato. Kristin Hersh ha da sempre rifuggito la musica impiegata come mero racconto auto-espressivo o confessionale. Nelle sue autoimposte e rigide linee guida di composizione, c'è il requisito che la canzone debba sostenersi da sé, debba avere una vita a prescindere dalla persona (o personaggio) che la esegue. Invece, in questo album, gli argini si sono rotti temporaneamente. La musica è diventata un modo per elaborare esperienza traumatiche, tra cui anche la morte avvenuta durante un intervento da parte della polizia, chiamata in realtà per gestire un intervento sanitario, dell'amico Domonick Knight (Dom In Orange). In questo album è stato impossibile non invadere il campo con la propria persona, le proprie esperienze e una sorta di meditazione continua. A Providence, inoltre, Hersh si trova a vivere ad un solo isolato di distanza dall’appartamento che ha visto nascere i primi brani delle Throwing Muses, band che ha formato da adolescente, all’inizio degli anni ottanta. E oltre agli esordi, un altro disco vicino al presente, per temi ed atmosfere, è “Purgatory/Paradise” (2013). Il legame con le sonorità degli esordi ci vengono ricordate da brani come Silver Beach, Snow White Lies, Samson. Il processo è comunque quello della catarsi, attraverso la musica, che è un dono. Da Hope Street, la strada in cui si è trovata a vivere per la terza volta, in tre momenti diversi della sua vita, Kristin Hersh lancia un messaggio di speranza. È lo zucchero sulla Blackstone, l’altra strada che incrocia Hope Street, e che la cantautrice descrive come “un sentiero lungo e vuoto, una nave di anime perse”. “Sugar On Blackstone” è una rielaborazione inaspettata e involontaria di eventi violenti e traumatici, che sembra a tratti onirica, come se due dimensioni spazio-temporali si unissero, per fare infine i conti e trovare una riconciliazione con il luogo che sentiamo di chiamare casa.

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