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22 Agosto 2021 ,

Deafheaven Infinite Granite

2021 - Sargent House
[Uscita: 20/08/2021]

Già dal sophomore “Sunbather” del 2013 i Deafheaven si sono costruiti un alveo che ha alimentato una certa ambiguità di genere, soprattutto per l’ibridazione tra poli apparentemente inconciliabili che ha portato alla declinazione parallela di black metal, post-rock e shoegaze. E’ così che il cuore nero dei Deafheaven in album come “Roads To Judah” ha assunto nel tempo un altro battito, incominciando ad irrorare distretti dell’anima differenti e con dilatazioni di tipo cinematico. Se l’ultimo “Infinite Granite” da un lato sembra una stella lontana anni luce dalla furia iconoclasta di un black metal formatosi nel bacino della Bay Area di San Francisco e da tutto quell’apparato di lunare teatralità alla Darkthrone, dall’altro rappresenta ciò che i Deafheaven hanno sempre fatto, ovvero asciugare il sangue sparso sul selciato dell’estremismo sonoro con il contrappeso della materia emotiva. “Infinite Granite” è il disco che porta a compimento il respiro di “Sunbather”, lasciando che la componente shoegaze deflagri del tutto, mentre l’attitudine black si riduce ad un'appendice funzionale ad amplificare l’umore della scrittura, diventandone la prosecuzione. Senza dubbio una parte importante viene giocata dalla produzione questa volta quasi interamente affidata a Justin Meldal-Johnsen (M83, Wolf Alice, Paramore, Metric, etc.), mentre Jack Shirley, che si era occupato delle registrazioni di tutti i precedenti album, ha curato solo una parte di “Infinite Granite” nel suo studio Atomic Garden East di Oakland. Notevole è anche il lavoro di ingegneria e missaggio aggiuntivi di Darrell Thorp, già presente nei dischi di Foo Fighters, Radiohead e Beck, solo per citarne alcuni. Il risultato è un suono enorme nelle sue implicazioni di spessore e potenza, cosa che esalta e asseconda il mood umbratile dei brani che seguono spesso traiettorie di una malinconia screamo che rimanda agli anni ‘90, tanto ai Texas Is The Reason quanto all’immaginario degli Smashing Pumpkins. L’opener Shellstar è una luce accecante scaturita dalla dissoluzione di un’antimateria spirituale, con i suoi bagliori saturi di elettricità e stratificazioni sonore, la successiva In Blur contiene echi di un chitarrismo alla Ride mentre la grana della voce di Clarke scende verso le profondità espressive di Dave Gahan. La magniloquenza di Great Mass Of Colour si veste di colori alla Mogwai, lo strumentale ambient Neptune Raining Diamonds è un’alba sintetica ricoperta da un invisibile manto di colori tremolanti. Da segnalare Villain che esibisce un versante emo-core disturbato dal growl lacerante di Clark e gli oltre otto minuti della conclusiva Mombasa, brano che si sviluppa su un delicato arpeggio e voci sussurrate il cui apice è costituito da un muro di distorsioni apocalittiche che si ergono all’improvviso liberando forze oscure che ci urlano in faccia di abbandonarci all’irrazionale. Difficile dire se Infinite Granitesi candidi ad essere un punto di riferimento per la scena cosiddetta shoegaze, di certo è un album a cui va dato il merito di parlare del buio delle proprie inquietudini con un linguaggio diverso, ovvero oltre qualsiasi orizzonte di forma. I Deafheaven, così come è successo per i Liturgy, si sono svincolati da ogni tipo di simbologia perché non ne hanno alcun bisogno. D’altronde, si sa che il demonio non vuole essere riconosciuto immediatamente. Album davvero notevole.

Voto: 8/10
Giuseppe Rapisarda

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