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12 Marzo 2024

Povere Creature! Yorgos Lanthimos

2024 - Walt Disney

Regia di Yorgos Lanthimos. Con Emma Stone, Mark Ruffalo, Willem Dafoe, Ramy Youssef, Christopher Abbott. Titolo originale: Poor Things. Genere Commedia, Drammatico, - USA, 2023, durata 141 minuti. Uscita cinema giovedì 25 gennaio 2024

Povere Creature!”, la nuova disturbante (e non troppo convincente) provocazione del fenomeno Lanthimos verso le sovrastrutture sociali. Che Yorgos Lanthimos sia una delle menti più geniali del cinema contemporaneo, è cosa nota e difficilmente discutibile. Il sospetto sorge nel 2005, quando il cineasta greco firma, in esclusiva, il suo primo lungometraggio: quel sinistro “Kinetta”, il più inaccessibile contenitore di tutti gli ingredienti della sua opera. La certezza arriva quattro anni dopo, quando l’irrimediabile pessimismo del regista si concretizza maestosamente nella famiglia disfunzionale di “Kynodontas”. La controprova arriva nel 2015, anno in cui l’autore ellenico esce dai confini nazionali alla volta di Hollywood, e consacra il proprio talento con la favola distopica “The Lobster”. Accade però che finanche gli artisti più ingegnosi inciampino, rimangano prigionieri di se stessi, pecchino di autoreferenzialità. Soprattutto quando hanno conseguito un grado di popolarità tale da ritenere che, tutto sommato, sono vizi che si possono permettere. Il dubbio che Yorgos Lanthimos, negli ultimi tempi, sia caduto in questa trappola, si insinua facilmente nei puristi della sua filmografia.

La nuova fatica di Lanthimos, invero, proietta sullo schermo molti elementi caratterizzanti dell’autore: il giogo del controllo sociale, l’alterazione (corporea e mentale) dell’essere in balia del potere costituito, il tentativo di emancipazione da un destino assegnato d’ufficio. Un cocktail preparato con la tradizionale messa in scena deliberatamente disturbante, scaglie di surrealismo visionario e l’immancabile spolverata di pungente sarcasmo. Bella Baxter, protagonista interpretata da una sempre valida Emma Stone, è una delle vittime archetipiche dell’universo nichilista del cineasta. Fugge dal dispotismo del marito con l’unico, estremo, strumento che una società patriarcale mette a disposizione di una moglie (e futura madre) ribelle: l’annullamento del proprio 'dasein' per mezzo del suicidio. Viene salvata da un discutibile Messia che baratta la propria filantropia con la predisposizione di una nuova gabbia dorata. Si assume la paternità della donna con una manomissione del corpo, sostituendone il cervello con quello del bimbo che portava in grembo: in questo modo la povera creatura avrebbe vissuto una perenne distonia tra la maturità fisica e la maturità mentale che l’avrebbe legata indissolubilmente al neo-patriarca. Godwin Baxter, Willem Dafoe, (appellativo che, non a caso, richiama i crismi divini) è il capofamiglia dell’opera. Il suo laboratorio potrebbe essere la rivisitazione, in chiave fantasy, del totalitarismo esistenziale che permea la villa ove viene barricato il nucleo familiare di “Kynodontas”.

Godwin, però, risulta la mera caricatura di un patriarca, e i suoi vani tentativi di protezione appaiono una macchiettistica estrinsecazione di un aspirante (e velleitario) buon padre di famiglia, e sembrano ben lungi dai metodi draconiani di un padre padrone. La nuova creatura rischia di passare dal controllo del suo artefice all’egida dell’uomo che la prende in sposa. Come accade alla maggior parte delle ragazze della sua epoca. Verosimilmente, seguendo un percorso analogo a quello che lei aveva intrapreso nella sua vita precedente. Le pulsioni vitali di Bella non tardano a fare capolino, acuite dall’infantilismo celebrale che – contrariamente alle probabili volontà di chi l’ha forgiata – funge da vero e proprio detonatore. Il futuro sposo, invero, risulta anch’egli privo dell’autoritarietà tipica dell’uomo maschilista, e si presenta come un debole innamorato pronto a ricevere la ferita mortale. Così, la protagonista asseconda la sua sete di conoscenza abbandonando il laboratorio (e il nubendo) in prossimità del matrimonio, in compagnia di un donnaiolo avvocato che le promette un lungo e accattivante viaggio. L’itinerario tracciato dal novello accompagnatore, benché sovversivo della classica istituzione matrimoniale, non prevede le tappe di un’autentica emancipazione. Bella Baxter assume le vesti di una mera escort, imbrigliata in un canovaccio prescritto per ogni apparizione nella società che conta. E allora, le spinte centrifughe cagionano un’ulteriore destrutturazione degli schemi precostituisti. La prima molla scatta con il ballo, il movimento corporeo più autentico: energia da sprigionare assecondando unicamente la musica, senza la guida di un cavaliere che selezioni i passi rispettosi delle convenzioni. Anche in questo caso, è evidente il rimando (e la dubbia efficacia dello stesso) a “Kynodontas”, a quella schizofrenica riproduzione di “Flashdance” che stravolge la penosa coreografia predisposta dalla dittatura domestica. La rivoluzione della protagonista assume contorni sempre più anarchici, e viene condotta principalmente attraverso la presa di coscienza delle potenzialità del proprio corpo. L’organismo femminile come mezzo di esplorazione del mondo, come primordiale arma di distruzione di massa, come paradossale strumento di sottomissione dell’universo maschile dalla presunta struttura fisica prevaricante. Un tentativo di sovversione costellato da taluni eccessi scenografici pleonastici, ridondanti e stucchevoli, ove la vis della libidine assume una perenne (e probabilmente non necessaria) centralità. Poco spazio rimane per le altre micce che stratificano l’opera: la grammatica anti-borghese risulta piuttosto debole (e, invero, proprio una coppia dell’alta borghesia prova ad allargare gli orizzonti della creatura), il socialismo - come battaglia legata a doppio filo con l’emancipazione femminile per il rovesciamento del signore/padrone/produttore - è meramente accennato e rapidamente accantonato (forse, il connubio tra marxismo e prostituzione è suggestivo ma difficilmente sostenibile).

L’interruzione del brillante sodalizio tra Yorgos Lanthimos e il fido sceneggiatore Efthymis Filippou ha dato vita ad un nuovo corso, inaugurato con il precedente “La Favorita”, che desta qualche sospetto di indebolimento narrativo, dissimulato da una crescente (e talvolta gratuita) spettacolarizzazione. “Poor Things” naviga in un mare magnum di virtuosismi registici, tra costruzioni manieriste e atmosfere steampunk. L’utilizzo della macchina da presa è sublime, ma produce numerose scene eccessivamente artefatte. Persino Lisbona smarrisce la sua spontaneità e si trasforma in una capitale fastidiosamente pomposa e affettata. E non viene risparmiata qualche autocitazione forzata, decontestualizzata rispetto alle vecchie glorie dell’autore (la trasformazione uomo-animale ereditata da “The Lobster”). Probabilmente, ogni cineasta vuole mettersi alla prova, sfidare se stesso, ed è tentato di sbalordire il pubblico con le sempre crescenti potenzialità della tecnologia. Specialmente quando il budget a sua disposizione è ragguardevole, moltiplicato rispetto ai lavori da esordiente. Rimane da chiedersi: è davvero sempre necessario? "Povere Creature” è un film ove il genio di Yorgos Lanthimos vive di lampi e di qualche battuta memorabile. Supportato da un cast attoriale, di primissimo ordine, che fornisce una prova corale estremamente convincente. Ma non colpisce lo spettatore con quel sanguinoso pugno nello stomaco che, come pochi altri registi contemporanei, l’autore greco è abile a sferzare. Ulteriormente indebolito da un lieto fine che strizza l’occhio al politicamente corretto, con quel forzato Giardino dell’Eden ove si brinda al progressismo e ogni bruttura è messa al bando. La pellicola continuerà ad essere applaudita dal pubblico e da una fetta consistente della critica. Ma i tradizionali cultori del fenomeno Lanthimos rischieranno di vedere la sua stella un po’ contaminata.

 

Voto: 6/10
Alessio Fugazzotto

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