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27 settembre 2012

Natural Child

HARD IN HEAVEN

2012 - Burger Records
[Uscita: 11/09/2012]

natural child babel burger records# Consigliatissimo da DISTORSIONI

 

Nashville, Tennessee: la provenienza geografica è già una garanzia per i Natural Child, trio statunitense dedito ad un rock’n’roll grezzo e fangoso suonato col cuore e gli accordi rivolti agli anni Settanta (e non a caso il loro disco d’esordio si chiamava 1971, tanto per essere chiari). "Hard in heaven", terza prova sulla lunga distanza della band (e secondo disco dell’anno, dopo "For the love of the game" uscito a primavera), è un calderone infernale, al cui interno ribollono umori limacciosi del Sud, sexy-luridume stonesiano (del periodo più sleazy, quello di "Exile on main street"), l’urgenza del detroit sound (sembra a tratti di sentire gli MC5 di "Back in the USA"), il sudore workin’ class dei Grand Funk Railroad, la rabbia carica di fuzz dei Blue Cheer e il proto-punk dei Death (non il gruppo metal, ma che andate a pensare, parlo della seminale quanto misconosciuta band di Detroit: se non ce li avete procurateveli subito!). Hard in heaven è un disco che trasuda rock’n’roll da ogni singola nota, suonato con un’attitudine (secondo alcuni, ma non noi) fuori moda, impregnato di un retrogusto old-fashioned (Let the good times roll recita uno dei pezzi del disco), che sta lì a ricordarci che il rock’n’roll è, in fondo, una sola e splendida variazione su un unico tema.

 

In un pezzo come Laid, Paid and Strange sembra di sentire Rob Tyner e Wayne Kramer che fanno una jam session con Mick e Keith, persi alla ricerca delle radici americane della loro musica: rock’n’roll allo stato puro, dalla sezione ritmica, alle chitarre incalzanti, a quegli inserti di piano che mettono definitivamente le cose in chiaro. Big Pimpin, il singolo del disco, è un boogie che ci riporta sempre in zona-Stones, tirato e senza compromessi, con un riff da manuale sentito mille volte ma per la milleunesima volta coinvolgente: uno di quei pezzi che ti aspetti di sentire sputato da un juke box di un losco bar di motociclisti della periferia americana.

 

Low down Blues è un ballatone sporco di blues minimale, nella migliore tradizione americana, così come la title-track, altra ballata che dimostra come la band sia a proprio agio anche con i pezzi lenti e riflessivi. Derek Blues e la già citata Let’s the good times roll ci riportano invece nel sud degli Stati Uniti mescolando i riff taglienti di Keith Richards con le armonie southern à la Lynyrd Skynyrd, altro gruppo la cui influenza si fa sentire molto. Certo non hanno inventato nulla, e saranno pure derivativi, di maniera o finto-vintage, ma sono dannatamente divertenti, e questo, coi tempi che corrono, basta e avanza.

Luca Verrelli

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