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10 gennaio 2015 ,

Break My Fucking Sky

EVISCERATE SOUL

2014 - Autoproduzione
[Uscita: 28/11/2014]

Kazakistan   # Consigliato da Distorsioni

 

galleryIn Kazakistan la mezza stagione non c’è mai stata e gli inverni sono solo gelidi cristalli della canicola estiva. Questo è clima gelido capace al contempo di sciogliere in piacere i padiglioni auricolari che pervade tutto il nuovo lavoro di Break My Fucking Sky dal titolo “Eviscerate Soul”. Si tratta di una one man band e l’uomo in questione è il musicista kazako Evgeny Popov, l’aggettivo misconosciuto non è lo usiamo perché suonerebbe pleonastico a questo punto. Tra le poche certezze sul suo conto la pubblicazione con il brand My Fucking Sky di Dream, singolo contenuto nella OST dell’horror “Jeff The Killer”, un paio di album la cui fortuna è di essere sconosciuti e la sicura esclusione dalla corsa a uomo dell’anno 2014. Esclusione che tuttavia non preclude, più prosaicamente, la sua inclusione nella nostra speciale e privata classifica dei dischi dell’anno. Eviscerate Soul riscrive le regole del post-rock degli anni zero inventando ciò che in mancanza d’altro siamo costretti a definire fusion-indie-rock. Melodia, pareti sonore e ossessività si intrecciano senza punto di arresto; ogni traccia del disco è un centro di accumulazione sonora e ogni passaggio è una ferita aperta tra potenza e eleganza che solo l’elettronica riesce a suturare. Ne è un esempio cristallino Winter. Lost Smile – ma anche Sunrise e Promises//Air - che segue l’apertura straziante per piano e chitarra della traccia che dà titolo all’album.

 

breaksecondabreakinnerI Graždanskaja Oborona di sovietica memoria e la loro epica minore incontrano per caso nella terra dei cosacchi gli Opeth in fuga dal metal e ne esce la meraviglia di A Shattered memory nella quale gli Ictus di cassa doppia sono un sogno nella eco della memoria di una melodia di pianoforte. Più o meno gli stessi luoghi dell’onirico che visitiamo con Cyclone, One Night Will Remind You e We live Alone. That’s How We Die. Ma vi è poi un luogo più vicino di ogni centro e che rappresenta il cuore del disco, ossia ne descrive a tutto tondo i contorni in un sinossi che non è una semplice sintesi per sottrazione: il brano di chiusura di questo disco tanto nascosto e strepitoso, Let this Be Our Light, Let Me Be Alright. Il brano ci coglie di sorpresa ed è al contempo una chiusura e una apertura; una chiusura che apre, sembra essere questa la chiave del disco. Rivivono qui in forma epica tutte le tonalità emotive e tutte le sfumature musicali toccate lungo un ascolto lungo 17 brani. Le chitarre arruffate, il synth a indicare con accordi distesi un luogo preciso dello spirito, le cavalcate di rullante e gli archi spezza-fiato ricordano realmente le distese adatte solo alle scorribande di alcuni nomadi chiamati cosacchi. A parere di chi scrive l’ultimo che ci era riuscito era stato Dmitri Shostakovich. 

Voto: 8/10
Luca Gori

Audio

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