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15 maggio 2018

Eyelids

OR

Uscita: 5 Maggio 2017 - Jealous Butcher Records

Stati Uniti   #consigliatodadistorsioni     

 

eyelidscoverSiete in crisi d’astinenza da Paisley Underground? Vi mancano i Long Ryders e non riuscireste a rinunciare neanche a un secondo di un album dei Teenage Fanclub? Avete voglia di atmosfere tra Windbreakers e l’indie pop britannico d’inizio anni ’80? Ecco il disco che fa per voi: “Or” è tutto questo, ma anche di più. Dopo “854”, il folgorante esordio del 2014, il quintetto di Portland Eyelids torna con un lavoro prodotto da Peter Buck (che appare simpaticamente anche nel video di Falling Eyes), garanzia di qualità e scintillanti arpeggi di chitarra a comporre melodie a presa immediata. Sorta di supergruppo: Chris Slusarenko (vc, gtr) ha militato nei Guided By Voices, il bassista Jim Talstra nei Dharma Bums, dove aveva incrociato l’altro cantante/chitarrista John Mohen, già negli Heatmiser di Elliott Smith, nonché nell’organico dei Decemberists e dei Jicks di Stephen Malkmus, coadiuvati dal batterista Paulie Pulvirenti e il polistrumentista Jonathan Drews. Gli Eyelids sono subito stati apprezzati dalla stampa e dai colleghi: Patterson Hood dei Drive-By-Truckers (per fare un nome) li ha pubblicamente elogiati, così come il campione del power pop Matthew Sweet, mentre gente del calibro del compianto Tommy Keen li ha voluti accanto per un magnifico tour nel 2015/16.

 

eyemaxresdefaultLe credenziali, quindi, ci sono tutte e il risultato non tradisce affatto quanto promesso: sin dall’attacco di Slow It Goes si è catturati in un vortice di pop chitarristico con pochi eguali nel panorama odierno, come se i Teenage Fanclub stessero rendendo omaggio ai R.E.M., mentre nella successiva (splendida!) Camelot sembra quasi che si siano invertite le parti.

L’album è interamente percorso da questa suggestione, dalla continua celebrazione sacrificale sull’altare del power pop (vette altissime in My Caved In Mind), con qualche passaggio che rimanda apertamente agli eighties (la magnificenza dell’incrocio tra Dream Syndicate, Rain Parade e cose britanniche tipo Felt di Tell Me You Know), senza Eyelids20170209_0929_finalv2-1020x685scordare i riverberi psichedelici di 23 (Years), ancora una volta Paisley sugli scudi, neanche Piucci e i fratelli Roback fossero tornati a far musica assieme, con Wynn alla consolle. E che dire di una ballata come Ghost Ghost Ghost? Se dovesse sgorgarvi una lacrima, non temete: significa solo che un cuore vi batte ancora in petto, nonostante i tempi bui nei quali viviamo. Tempi che necessitano di sprazzi di luce come quelli di Don’t (Please) Come Around Here, ovvero gli Smiths trasferiti in Oregon, e provate a levarvela dalla testa. Una volta terminata Furthest Blue difficile resistere alla tentazione di rimettere da capo l’album.

 

Voto: 8,5/10
Massimo Perolini

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