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14 maggio 2012

Salomè Lego Playset

SO MUCH WAS LOST IN THE PROCESS OF BECOMING

2012 - Spettro Records

Salomè Lego Playset, “So much was lost in the process of becoming” Un post rock intinto nell’ambient e nel free jazz quello dipanato dai Salomè Lego Playset che in questi sette episodi provano ad esplorare l’ontologia del divenire addentrandosi nell’ineluttabile corrente dello scorrimento e del flusso incontrovertibile. In “So much was lost in the process of  becoming” c’è una prospettiva di osservazione distaccata e disincantata che si richiama al continuo mutamento metaforicamente descritto da Eraclito e dall’esempio del fiume che qui viene equiparato ad una cinetica di fatalità destinata a sommergere e disperdere l’identità e l’essenza umana.

 

Una specie di lotta impari che svela debolezza e nobiltà, rivolta e rassegnazione, evasione e presa di coscienza. Una deriva malinconica che diventa specchio di sublimazione e introspezione profonda. L’improvvisazione, la predilezione per toni sommessi e oscuri, i singulti del sax e le smussature lievi del glockenspiel, in accordo con le spolverate ritmiche, contribuiscono eloquentemente a rendere l’idea di ricerca sonora come ricerca di orientamento e senso. Un incanalamento sonoro sostenuto da una flebile fiamma che prende forza dal suo tremolare nel buio, che sprigiona calore e speranza nel suo essere viva. Vengono rivisitati i paesaggi sonori e sensoriali prediletti da Mogwai, Tortoise e Slint, imbastite alcune intuizioni di The for Carnation e A Silver mt Zion.

 

Se ne raccolgono le suggestioni rielaborandole con tocchi personalissimi ed un’ispirata sete identitaria che racchiude la voglia viva e vibrante di liberare emozioni più che di imporre uno stile. Una musica suonata per se stessi e per esorcizzare il tempo e i limiti del nostro passaggio destinato a perdersi nella vacuità del divenire. L’animale morente è un impalpabile schiudersi di sonorità ben amalgamate che, riannodate dall’ombra ‘blue’ del sax, si distendono e si attutiscono in un tappeto soporifero. Un cantato malinconico e intimista che ricorda alcune raffinatezze O’Rourkeiane si fa strada tra spazi dilatati in Heimarmene. Humanity and Paper Balloons è la desolazione della non appartenenza e della fugacità insita nelle cose, riflette la decadenza interiore ed i muri ammuffiti dell’abbandono che restituiscono un suono decomposto e riverberato.

 

L’intero disco è stato suonato dal quartetto in una fabbrica dismessa nei pressi di Ozzano Emilia per conferire al suono maggiore potere di presenza viva aleggiante tra le crepe impassibili di passaggi dimenticati. Tessiture che si fanno strada come orme sulla sabbia, tremule e cristalline ragnatele di inconsistenza che equivalgono a pensieri incompresi (The Fountain). Dirompenti e laceranti nel loro compiersi e nel loro imprimere forza e senso. Il Deserto e le fortezze ne rappresenta la silente potenza, l’ineffabile tangibilità, con l’efficace gioco delle voci che si intercalano e si frammentano per poi perdersi in un ordinaria normalità fenomenologica.  

Romina Baldoni

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