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11 dicembre 2017 ,

Ben Frost

THE CENTRE CANNOT HOLD

2017 - Mute Records
[Uscita: 29/09/2017]

Australia

 

L’australiano Ben Frost ha costruito un immaginario sonoro basato sui meccanismi che legano il suono all’inconscio. Il ronzio stridulo dei dispositivi meccanici e le vibrazioni pulsanti dei macchinari (“Theory of Machines”, 2007) producono nel nostro inconscio un’inquietudine non dissimile dalle paure ancestrali legate al ringhiare dei lupi o delle bestie feroci (“By The Throat“, 2009). L’effetto straniante prodotto dalla natura, nelle sue forme  più sublimi, legate alla bellezza e alla violenza, aggredisce i nostri meccanismi inconsci, creando un piacere estetico inquieto ed assurdo. L’album “Sólaris“ (2011), realizzato insieme a Daniel Bjarnason, è una rilettura appassionata del film di Andrej Tarkovskij, che a sua volta esplorava la natura umana di fronte a una trascendenza opaca e sovrannaturale. Proseguendo su questi temi, Ben Frost ha iniziato ad approfondire gli elementi estetici più estremi del mondo esterno, esplorando le saturazioni delle forme d’onda luminose della materia (“AURORA”, 2014). “The Centre Cannot Hold” è il quinto album del musicista australiano, registrato in dieci giorni nello studio di Steve Albini a Chicago. Il titolo rimanda a «Things fall apart, the centre cannot hold» (“The Second Coming”, 1919) del poeta irlandese William Butler Yeats, che riprende l’immaginario dell’apocalisse per descrivere le tragedie della prima guerra mondiale. L’instabilità, le tensioni e l’imprevedibilità economico-politica che precedettero quegli anni non sembrano dissimili da quelle di oggi, a distanza di poco più di un secolo.

 

Immaginate di immergervi nelle profondità dell’Oceano e di rimanere all’interno di una stanza di decompressione immersa nel blu. E’ questo il risultato cercato dal musicista australiano: saturazioni cromatiche in uno spettro costantemente spostato sull’ultramarine, bioluminescenze prodotte da creature marine nei luoghi più bui del nostro pianeta, frattalità, caos, hybris. Threshold Of Faith è certamente il brano più significativo dell’album, che miscela cromatismi densi, respirazioni sincopate, vibrazioni macchiniche, apnee e tensioni, riprese in forme ancor più frastagliate in Trauma Theory. Le tensioni ruvide sono addolcite in A Sharp Blow In Passing  sino ad assumere sembianze quasi ipnagogiche. Alcuni brani come Eurydice’s Heel e All That You Love Will Be Eviscerated  possiedono i tempi narrativi di un romanzo di Stephen King, mentre Ionia si sviluppa lungo le linee già tracciate dai canadesi Boards of Canada. La conclusiva Entropy In Blue riprende le forme di Threshold Of Faith per descrivere un viaggio nel sottosuolo illuminato da cromatismi saturi di lampade blu, attraverso macchinari pulsanti e persistenti. I risultati sono però inferiori rispetto a quelli ottenuti negli album precedenti, sebbene l’immaginario di Frost resti comunque sempre pieno di fascino.

Voto: 6,5/10
Felice Marotta

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