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18 giugno 2014 ,

Amen Dunes

LOVE

2014 - Sacred Bones Records
[Uscita: 13/05/2014]

amen dunesTerzo lavoro per il songwriter di Filadelfia Damon McMahon, alias Amen Dunes. Dopo che nei precedenti  aveva fatto tutto praticamente da sé producendo dischi di pura estetica lo-fi folk-psichedelica, adesso il nostro ha fatto le cose in grande: “Love” ha infatti avuto una gestazione di un anno e mezzo e McMahon ha voluto al suo fianco per le registrazioni avvenute  a Montreal, oltre ai fidi Jordi Wheeler alla chitarra e al piano e Parker Kindred alla batteria, musicisti del giro Godspeed You! Black Emperor, il sassofonista Colin Stetson ed Elias Bender-Ronnenfelt cantante degli Iceage. Il risultato comunque non si discosta poi molto dai suoi predecessori, almeno e soprattutto ad un primo ascolto, quando il modo di cantare e gli arrangiamenti indolenti, vischiosi di Amen Dunes hanno quasi un effetto narcolettico che impedisce quasi di cogliere appieno le varie sfumature del disco. Occorrono più ascolti per apprezzare in pieno le undici tracce di Love.

 

Si rischia di finire aggrovigliati nella ragnatela intessuta dai semplici accordi di chitarra ripetuti con piccole variazioni, dal ritmo monotono impresso alle canzoni, dal blues catatonico, dal cantare strascicato e cantilenante di McMahon;la sua voce è spesso riverberata o accompagnata da cori in secondo piano, accentuando così il senso di inquietudine del tutto. Il risultato è un album dalle liriche intimistiche, canzoni d’amore le haamen dunes definite lo stesso autore, anche se «Everybody is crazy/Crazy to say ‘I love you.», in cui un folk psichedelico - potremmo accostarlo a Devendra Banhart o a Bonnie Prince Billy - si tinge di sapori retro alla Syd Barrett. Dei Velvet Underground con la pressione bassa ed il sound metropolitano inquinato da dolcezze folk. Fra i brani citiamo il blues al piano di Sixteen (gli Eels che incontrano Daniel Johnston), Lonely Richard, cantata con il frontman degli Iceage, che cattura con una azzeccatissima linea melodica, e la lunga, conclusiva traccia che dà il titolo all’album, una ballata sbilenca dai toni fortemente dark, tra echi che si perdono nello spazio e un arrangiamento lasco e velvettiano; ci lascia con un senso di abbandono e inquietudine. 

Voto: 7/10
Ignazio Gulotta

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