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8 febbraio 2017 ,

Foxygen

HANG

2017 - Jagjaguwar
[Uscita: 20/01/2017]

Stati Uniti

 

Un giorno nella vita”… dei Foxygen. Sembrano passati decenni dalla folgorazione underground del vecchio rockumentario “Dig” e del “personal guru” Anton Newcombe (Brian Jonestown Massacre), perché da quel bozzolo psichedelico, oggi emerge una prepotente farfalla colorata di rock orchestrale, alla ricerca di una pericolosa via ad una Broadway d’estrazione indie e studiatamente alternativa. Finisce che nel palcoscenico di questo divertente cabaret del duo californiano ci trovate davvero di tutto. Dagli ABBA, con quelle consonanze tra Avalon e Waterloo; dal music hall dei vecchi mestieranti Chicago dei tardi anni ‘70; alla scrittura di Andrew Lloyd Webber e Tim Rice; ad un country corale e in realtà urbanissimo nella ballatona quasi rollingstoniana On Lankershim; a un crooning tanto ubriaco che non si può poi prendere davvero sul serio. Una mutevolezza progressiva e addirittura spiazzante, tale da rendere ogni brano una mini-suite risolta in 5 minuti.

 

fox1Un passo lunghissimo, dopo la frammentazione bozzettistica del doppio “...And Star Power”, certo ottimamente assemblato, prodotto con cura certosina, irrobustito da un ospite importante come Steven Drozd (Flaming Lips), in forte controtendenza rispetto alle aspettative e piuttosto anomalo nel panorama indie. Un pregio questo, che resta però in parte sulla carta, perché il risultato finale è un soul bianco che non ha l’appeal di Jamiroquai né la mistica di Van Morrison, e finisce a volte per cedere a stili deteriori come un glam strappalacrime ed un sintetico sound da flipper anni ‘80, a cui un’onnipresente orchestra di oltre 40 elementi aggiunge la dimensione cinematografica sovradimensionata e a tratti invadente di un rock barocco che pericolosamente ricade su sé stesso. Ma detto ciò, resta una scrittura solida, una tavolozza cromatica profondissima, arrangiamenti piacevolmente eccessivi ed ultracreativi, controcanti coinvolgenti ed intrisi di una magniloquenza addirittura epica e tutta “Americana”, che trova la sua naturale sublimazione nella deragliante coda di Trauma.
Eredità di una band che ha avuto il coraggio di cambiare davvero pelle e scheletro; mossa che va apprezzata, tanto più in tempi in cui il pubblico di nicchia appare sempre più conservatore. Pur nella consapevolezza che tra le pieghe multiformi della loro pur ancor breve carriera, il germe della bizzarria e della volubilità è sempre stato presente. Ironico che questo musical per un’altra Broadway venga proprio dal gruppo che esordì con quel caos neo-psichedelico dal titolo “Take the Kids Off Broadway”. 

 

Voto: 7/10
Giovanni Capponcelli

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