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5 luglio 2017 ,

Fleet Foxes

CRACK-UP

2017 - Nonesuch
[Uscita: 16/06/2017]

Stati Uniti

 

fleetfoxes-crackupQuando, dopo la pubblicazione del secondo acclamato lavoro dei Fleet Foxes, ““Helplessness Blues”, Josh Tillman decide di emanciparsi dai Fleet Foxes e Robin Pecknold (ultima foto sotto a destra) prova ad affogare i suoi dolori in un corso di letteratura alla Columbia University, sembra che qualcosa si sia spezzato. Era il 1936 e F. S. Fitzgerald pubblicava “The Crack-Up”, un lucido scritto autobiografico nel quale lo scrittore esibisce la distanza tra la sconfitta di una esistenza e la disperazione. Tra l’arte e la vita, si potrebbe dire. La traduzione italiana, “L’incrinatura”, rende giustizia all’immagine di qualcosa che si frattura ma non si spezza. Così i Fleet Foxes, dopo l’auto-imposto esilio del 2011, hanno ripreso in mano quello stesso specchio incrinato e l’immagine fissurata riprodotta dallo specchio è questo nuovo lavoro al quale non si poteva dare che il nome di “Crack-Up”. A differenza del titolo imposto dallo scrittore americano, qui viene meno l’articolo ad indicare al tempo stesso una generalizzazione dell’incrinatura e la sua pervasiva efficacia. La dilatazione dei tempi e la rarefazione delle melodie che percorre tutto il disco dei Fleet Foxes non è che una conseguenza di questa rifrazione fissurata che non riesce a restituire un’immagine composta della realtà.

 

Si arriva dunque a una ricomposizione del reale per via melodica e il trittico di I Am All That I Need /Arroyo Seco /Thumbprint Scar con il quale si apre il racconto di Crack-up è una sutura sul corpo ferito della realtà, vale a dire, sul piano musicale, un tentativo Fleet-Foxes-2---Autumn-De-Wildeestremo di ricomporre i frammenti sonori in un tutto significativo. Saltano così i riferimenti canonici della forma canzone ai quali i Fleet Foxes si erano cautamente sostenuti, cade quel riferimento diretto ai padri e alle madri del folk che tanto, a quanto pare, avevano ancora da dire. Un disco di emancipazione da se stessi prima ancora che da un genere, un disco per ritrovare la libertà di raccontarsi e costruire la propria identità in un discorso ampio e senza confini troppo rigidi. Mearcstapa con le sue variazioni progressive ben illumina l’attenzione della band verso una auto-narrazione non semplificata e verso una codificazione della realtà in frasi melodiche più esotiche, ma forse anche meno efficaci. Nel tentativo di ridare un nome alla realtà i Fleet Foxes non cessano di rinominare se stessi assumendo di volta in volta o le pose malinconiche e un po’ intellettualistiche del metropolitan-folk (If You Need To, Keep Time On Me) oppure la silhouette lunga di Kept Woman sorretta da una costruzione armonica dissonante e da un costante diffidenza per la linearità della frase.

 

fleet_foxesss.jpCi si inerpica costantemente in territori ritmici scoscesi e sghembi che non sempre risultano facilmente maneggiabili per l’ascoltatore, sintomo di qualche inciampo in fase compositiva. Il tentativo ci sembra quello di sfondare il framework vernoniano facendo della breccia stessa il contenuto dell’album. Ci sembra si possa leggere in questo modo l’epica dissennata di Third of May/Ōdaigahara nella quale la frontiera prende la forma meno spericolata dello skyline di Seattle. Il tentativo apprezzabile dei Fleet Foxes di aggirare l’impasse creativo portando l’impasse stessa all’interno della composizione ci sembra riuscita solo a metà, sembra mancare quel colpo definitivo in grado di aggirare in un solo colpo il doppio rischio che si annida sempre nella meta-End Of The Road Festival 2014 - Day 1narrazione, vale a dire la noia e l’intellettualismo zelante. E nei Fleet Foxes questi due rischi ancora mordono alle gambe della composizione e solo l’elevato rango dei musicisti evita una capitolazione. Tanto più che questa lotta è ben definita dallo stesso Fitzgerald molto meglio di quanto si possa altrimenti fare: «la mia vita è la storia della lotta tra l’impetuoso desiderio di scrivere e una serie di circostanze tendenti ad impedirmelo». 

 

Voto: 6.5/10
Luca Gori

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