Migliora leggibilitàStampa
20 aprile 2016 ,

Matthew Parmenter

ALL OUR YESTERDAYS

2016 - Strung Out-Bad Elephant
[Uscita: 11/03/2016]

Stati Uniti  #consigliatodadistorsioni     

 

ParmenterNon si può certo dire che Matthew Parmenter sia un compositore prolifico. In attività dagli anni ’80, in qualità di polistrumentista, cantante e principale autore nei Discipline ha pubblicato tre soli album (“Push & Profit” nel 1994, “Unfolded like staircases” nel 1997 e “To shatter all accord” nel 2011), più un live (“This one’s for England”) e una bella e affascinante ristampa in CD di uno dei primi demo-tapes (“Chaos out of order”, del 1988).

Come solista, invece, ha dato alle stampe due soli titoli: il suo capolavoro “Astray” nel 2004, forse il vertice espressivo di tutta la sua carriera, contando anche i lavori con la band e, nel 2008, “Horror Express”. E adesso, ritratto in copertina in posa napoleonica, ma con il trucco sul viso che da sempre, fin dagli esordi, lo contraddistingue, eccolo ritornare con questo terzo capitolo“All our yesterdays”Se il sound dei Discipline è un progressive rock eclettico e raffinato, che rielabora molteplici atmosfere e suggestioni di diversi grandi classici in modo elegante e mai troppo derivativo, il Parmenter solista ci ha abituato a un tipo di lavoro fortemente influenzato dai suoi massimi idoli, Peter Hammill e i King Crimson, di certo sbilanciato verso il primo ma con forti richiami anche ai secondi, soprattutto nella fase iniziale della loro carriera. 

 

Questa volta, però, ci troviamo con grande piacere davanti a un Parmenter imprevedibile e sperimentale, più proteso verso la forma-canzone, declinata in modi molto diversi tra loro. Abbandonate le lunghe suites, questa volta le 10 tracce raramente superano i 5 minuti di 0006343314_10durata, a volte nemmeno i 3. Forma stringata ma ricca ed eclettica, dicevamo: lo si sente fin dalla opener Scheherazade, aperta da vocalizzi quasi soul e accompagnata per tutta la sua durata da un andamento quasi bluesy e da chitarre ritmiche dal vago sentore di southern rock.

Tutt’altra atmosfera, invece, in Danse du ventre, un inatteso brano strumentale tra elettronica, new age e prog quasi alla Shadowfax. Se la bella Digital inizia quasi come una ballata vandergraaffiana, per poi esplodere in ricami elettronici che evocano i Genesis dell’era “Duke”, per ritrovare i due massimi riferimenti di Parmenter dobbiamo arrivare alla title-5track, che parte per voce e piano con un incedere legato a doppio filo a Hammill per poi crescere in evoluzioni crimsoniane, col mellotron in primo piano e quella chitarra esile, dolce e tagliente al tempo stesso, che è diventata negli anni un po’ un marchio di fabbrica di questo polistrumentista di Detroit. Se nel suo album d’esordio Matthew si dedicava a tutti gli strumenti (chitarre, tastiere, archi, fiati, batteria, marimba e theremin), assegnando solo il basso a Mathew Kennedy dei Discipline, questa volta sceglie di suonare tutto lui, affidando però la batteria a Paul Dzenzel, anch’egli dei Discipline.

Kennedy non suona, quindi, ma cura la grafica del libretto, mentre Dzenzel fa anche le foto. Tutto in famiglia, dunque. Un ottimo album, forse non ai livelli di quella piccola, deliziosa perla che fu Astray, ma nettamente superiore al successivo Horror Express. 

Voto: 7.5/10
Alberto Sgarlato

Audio

Inizio pagina