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18 dicembre 2017 ,

Nadah El Shazly

AHWAR

2017 - Nawa Recordings
[Uscita: 10/11/2017]

Egitto     #consigliatodadistorsioni

 

Nadah El Shazly viene dalla scena underground del Cairo, nella quale si è fatta notare prima per far parte di una coverband dei Misfits, poi per i suoi set elettronici, debutta ora con “Ahwar”, album sperimentale realizzato con la collaborazione di Maurice Louca, dei geniali The Dwarfs of East Agouza, e di Sam Shalabi del Land of Kush, i cui membri suonano in questo lavoro registrato parte in Canada e parte nella capitale egiziana. “Ahwar” è un disco sperimentale audace e affascinante nel far riferimento a molteplici stili e tradizioni musicali, dal canto melodico arabo all'avant jazz, dal folk all'elettronica, dall'improvvisazione al folk. Basterebbe scorrere la lista dei musicisti e degli strumenti utilizzati, si va dai numerosi fiati al contrabbasso, dagli archi a strumenti tradizionali mediorientali come il saz, l'oud, il rid o la kalimba, fino ai vari strumenti elettronici. Il risultato è un disco di grande modernità e complessità, un'opera prima che poco concede al facile ascolto e molto a un'esperienza musicale di grande spessore e piacere, ricca di spunti e soluzioni originali.

 

Voci filtrate che profumano delle convulse strade del Cairo introducono le spettrali visioni di una città notturna e irrequieta in Afqid Adh-Dhakira, suoni apocalittici producono spaesamento, smarrimento, mentre la voce canta, in una melodia che si spezza, si contraddice: «Sto venendo da un tempo lontano. Andando, scappando. Sola nel deserto.». “Ahwar”, palude in arabo, ed è proprio la sensazione quasi soffocante che ti prende di fronte a brani come questo o come il successivo, lungo Barzach, una soglia che non si può superare viene evocata dai drones di saz, elettronici e dalla voce drammatica ed espressiva della El Shazly, una sorta di Bjork mediorientale o di Annette Peacock. Non meno suggestive Palmyra, dedicata alla città siriana, meravigliosa espressione del dolore reso attraverso una melodia titpicamente araba, ma con un drumming vicino addirittura al funk, e Ana 'Ishiqt, cover di un brano del leggendario cantante egiziano di inizio '900 Sayyid Darwish, che dimostrano il legame con la tradizione della musica leggera araba e la capacità di reinventarla e rileggerla alla luce del contemporaneo. Koala è un'esplosione free fra fiati e batteria che ricorda le migliori nadespressioni del jazz inglese fra Centipede e Soft Machine, Mahmiya (Protectorade) è invece un folk malinconico con la voce suadente e ammaliante di Nadah El Shazly che si libra sulle note pizzicate del saz per poi impercettibilmente tingersi di inquietudine man mano che altre voci sopraggiungono e la slide e la chitarra elettrica agitano la sommessa atmosfera iniziale. Un album di grande interesse, un esperimento riuscito pienamente, un pugno di composizioni ispirate e coinvolgenti sulle quali convergono splendidamente la tradizione e la sperimentazione, lungo la strada intrapresa dal musicista libanese Jerusalem In My Heart.

Voto: 8/10
Ignazio Gulotta

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