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21 novembre 2013

Venere in pelliccia

Roman Polanski

2013 - Francia-Polonia. CAST: Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner. Uscita italiana 14 novembre 2013. Durata: 99 min.

Con "Venere in pelliccia" Roman Polanski ci riporta alle atmosfere di "Carnage" : uno spazio chiuso in cui si assiste ad uno scontro tra rapporti di forze, che lentamente sprigionano la loro energia in maniera sempre più violenta. La formula è ormai collaudata, pochi attori (due in questo caso), un solo set (un palcoscenico), una pièce teatrale. Questa volta, dunque, la natura teatrale dell'operazione è scopertamente dichiarata; con una virtuosistica intuizione Polanski gira il suo film su Sacher Masoch affidandosi ad una commedia di David Ives, incentrata sul personaggio di un regista che sta allestendo un'adattamento teatrale di "Venere in pelliccia", alla cui audizione si presenta una strana attrice con cui il regista intraprenderà una lettura particolare e assai personale dell'opera e che porterà a conseguenze inaspettate.

 

Una volta serrate le porte del teatro l'azione si svolge tutta all'interno, tra il palco, le quinte e la platea. La macchina da presa accompagna lo spettatore all'interno, dischiude le porte dell'edificio e le serra immediatamente dietro le sue spalle; ci farà uscire soltanto quando la tensione si sarà sciolta, quando avremo finito lo scavo nell'intimo che forzatamente quest'ultimo e particolare provino ci avrà costretto a fare. Uno scavo prima di tutto personale, psicologico ed autobiografico quello che si impone Polanski in questo film. Le porte serrate del teatro lasciano fuori tutto il chiacchiericcio, la cronaca, la spicciola sociologia che ha sempre circondato l'autore, lasciandolo nudo nel suo ruolo di regista ad affrontare i rapporti di potere che l'atto creativo innesca nella personalità dell'artista. Un rapporto dominatore-dominato che subisce una tortuosa elaborazione fino ad arrivare al nodo chiave della sua esperienza, in cui le due parti in gioco (gioco serio, ma pur sempre ludico e, in fondo, sensuale) arriveranno ad una sintesi apparentemente inaspettata ma assolutamente naturale.

 

Le personalità messe in scena, il cortocircuito degli attori che interpretano sullo schermo quello che succede fuori di esso, s'aggrovigliano in un vortice che coinvolge tutte le parti in causa: motivi autobiografici, archetipi narrativi, regia teatrale e cinematografica, vita e ossessioni, dramma e commedia. Polanski fotografa se stesso come autore, come divinità plasmatrice, come demiurgo cinematografico, ma questo potere di formare ed informare l'altro (l'attore) è solo apparente: il dominatore si ritroverà dominato e i rapporti si invertiranno, il serpente che si morde la coda del cinema troverà la sua realizzazione massima. L'elemento maschile e quello femminile finiranno fusi tra loro, scambiandosi i ruoli, dimostrandosi per quello che sono, due facce della stessa medaglia, demone androgino che sta alla base di qualsiasi atto creativo. È qui che lo spettro della tragedia greca avanza nel film, e si rivela, nella sua parte finale, risolutivo per l'azione. La riflessione sul dominio e sulla dominazione consenziente diventa, più in generale, discorso sulla forza e sul potere, sulla sua liceità e necessità nell'atto di creazione. La distribuzione dei ruoli è messa in crisi, il regista è sia Prometeo, sia Orfeo, ma anche Atteone, custode del fuoco dell'arte, del canto e rapito dalla bellezza di Venere fino ad esserne dilaniato in un contemporaneo eroico furore; nello scontro con l'altro esce di sé e perde la propria centralità, o meglio acquista una complessità maggiore a contatto con l'opposto femmineo, e non può fare a meno di rimanere incatenato e travolto dal furore delle Baccanti. E sarà proprio l'elemento femmineo, la Venere (divinità allo stesso tempo celeste e terrestre, come ben testimoniano i meravigliosi titoli di coda) che si paleserà prima di tutto come pensiero dominante dell'autore stesso, suo risvolto neanche troppo inconscio, e che scioglierà il nodo stesso della dialettica del potere. D'altronde il romanzo di Sacher Masoch aveva in esergo una frase dal libro di Giuditta, ripresa anche nel film, che recita: "Dio lo ha punito e lo ha dato in mano ad una donna".

 

Come in "Carnage" l'importanza della prestazione attoriale è fondamentale; Mathieu Amalric (nel trucco e nelle movenze un doppio perfetto di Roman Polanski) ed Emmanuelle Seigner tengono la scena e scandiscono il ritmo della pellicola per le quasi due ore della sua durata; reggono una rappresentazione che trova nella mimesi e nel trasformismo il suo punto di forza. Le piccole sfumature di significato passano attraverso i gesti e le voci dei personaggi (per una volta, nella versione italiana, coadiuvati da un doppiaggio finalmente all'altezza); i due attori, insomma, offrono una performance che si carica di tensione man mano che il film avanza, fino al climax emotivo (e recitativo) finale. Un film, insomma, in cui la presenza del suo autore, presenza forte ed ingombrante per certi versi, si sente in ogni inquadratura, pur filtrata da una serie di suggestioni provenienti da altri autori, e soprattutto al di là del semplice autobiografismo. Polanski è fisicamente presente e sembra voler sottostare al celebre aforisma che chiude il romanzo di Sacher Masoch: "Chi si lascia frustare merita di essere frustato".

 

Luca Verrelli

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