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24 novembre 2015 , ,

La Tosse Grassa

TG5

11 agosto 2015 - Autoproduzione

La Tosse Grassa TG5Dalle avanguardie storiche alle avanguardie statiche. “TG5”, Il quinto disco di La Tosse Grassa è la consueta incrostazione di loop rappresi in grado di trasmettere infezioni linguistiche provenienti dalla più oscura provincia. Anche l’ironia è lorda e appestata dal tanfo di posture della logica assunte solo in alcuni caratteristici bar ben individuabili dalla presenza di singolari panni in plastica fiorata a coprire tavoli da plastica non fiorata. Girone della Merda racconta di conversazioni orecchiate e di polisemicità indotta da assenza di pensiero. Se nel girone della merda di pasoliniana memoria i protagonisti erano indotti a mangiare escrementi di produzione propria nello stesso girone de La Tosse Grassa assistiamo al processo di espulsione di ciò che era stato ingurgitato, la merda si fa verbo. E il verbo si fa carne nel Metanaro, uno sberleffo al vezzo blasé per lo scrostato e il malaticcio vero cavallo di battaglia dei flaneur di ogni epoca e di ogni grado di maledizione; Metanaro è un inno alla decadenza tardo industriale e ai detriti intellettuali lasciati dalla piena Tondelliana di qualche anno fa.

 

La Tosse Grassa non risparmia nessuno, lancia anatemi, apostrofa senza ritegno, si fa gioco di ogni velleità e ha la serietà per non averne alcuna. È inutile andare a ricercare i nomi e cognomi (Brondi, Offlaga Disco Pax, Ligabue) ma non perché la Tosse Grassa non ne faccia, ma perché ne fa troppi, le citazioni si rincorrono e i riferimenti esorbitanti ed esagitati fanno di questo brano e di “TG5” la più grande opera post-moderna fuori tempo massimo mai comparsa in Italia. E beninteso, senza alcun sarcasmo. Tanto più che “TG5” è frutto di un'ossessiva cura del frammento sonoro/linguistico. Non importa sapere da dove proviene cosa perché ogni copia/incolla è la costruzione di un nuovo mondo in cui ogni riferimento non ha più senso se non nel nuovo orizzonte. È il caso di Solo Battisti, un concentrato di luoghi comuni della canzone rock che si lascia apprezzare per essere un collage dada di frasi estrapolate dalla grande produzione Battisti/Mogol. Allo stesso modo la costruzione musicale complessiva fatta di campionamenti selvaggi, ripetitivi, accostati spesso senza alcuna necessità narrativa ne fanno l’imitazione sguaiata di una imitazione sguaiata (il pop commerciale vagamente dance).

 

E da “TG5” se ne esce con la stessa felicità imberbe che ci accompagnava tornando a casa dopo una giornata passata sulle macchine a scontro nella festa del paese: le mani nelle tasche vuote e la sensazione che tutto sarebbe stato diverso se la coda di volpe dei calcinculo lì in alto non ci fosse sfuggita proprio all’ultimo per pochi millimetri.

Luca Gori

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