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5 novembre 2017 , ,

The Wedding Present

GEORGE BEST 30

2017
[Uscita: 22/09/2017]

Inghilterra

 

the_wedding_present_george_best_30_1024x1024Nell’immaginario comune, il nome di George Best è legato ai due dei fenomeni pop che hanno ridefinito i termini della cultura occidentale a partire dalla seconda metà del secolo scorso: il calcio e l’attitudine rock ‘n’ roll. Considerato da molti fin dagli anni ’60 come ideale quinto componente dei Beatles e come primo vero “bad boy” del football, la capacità del leggendario attaccante nord irlandese (famoso per le sue stagioni al Manchester United) di uscire dal rigido schematismo del calcio britannico (specchio della società d’oltremanica post-bellica) è stata fonte di ispirazione per tantissimi musicisti della scena “alternative”, che in Best avevano visto la scintilla per dare vita alla ribellione rock che tra gli anni ’60 e ’70 sarebbe stata incontrollabile in tutta Europa. Tra i gruppi che maggiormente si sono lasciati influenzare dall’iconografia di Best ci sono i Wedding Present, che nel 1987 debuttarono con l’album chiamato appunto “George Best”, registrato nuovamente quest’anno in occasione del trentennale e pubblicato con il nome di “George Best 30”. L’idea nasce dalla collaborazione tra il leader della band, David Gedge (unico membro superstite della formazione che incise il disco “madre”) e il produttore Steve Albini, icona della scena indipendente statunitense. I due si conobbero nel 2008, quando Albini produsse il settimo album in studio della band, “El Rey”.

 

Quel che vien fuori da questa idea, incubata per nove lunghi anni, è un prodotto inciso per dare nuovo smalto a una band nata e cresciuta nella metà degli anni ’80, nel cono d’ombra creato dall’esplosione del post-punk e della new wave e mai riuscita a scrollarsi dalla wespalla la “scimmia” di band più famose ed esperte come Smiths e Cure, da cui il suono WP attinge a piene mani. Albini e Gadge (accompagnato nelle registrazioni dal chitarrista Christopher McConville, dal batterista Graeme Ramsay e da Terry de Castro al basso e ai cori, invece di Amelia Fletcher) servono, in questa “reissue”, un gustoso cocktail che sguazza tra pub rock, indie-sound e attitudine tipica dell’Oi! Più strettamente legato alle “terraces” e all’universo “working class” che gira attorno al calcio inglese in generale, che dalla figura di Best trae linfa e nutrimento. George Best 30 infatti, riesce a coniugare con successo (merito di Albini senza dubbio) il sound urgente dei Wedding Present della prima ora e quello più evoluto che la band incise we1in “Seamonsters”, album del 1991 da più parti riconosciuto come il lavoro più meritevole dell’intera discografia. Tra le 12 tracce, spiccano Shatner ed Everyone Thinks He Looks Darf, entrambe costruite con strutture che strizzano l’occhio al chitarrismo eclettico di Johnny Marr (The Smiths) unito all’immediatezza del punk britannico di Buzzcocks e Stiff Little Fingers. In definitiva, dunque, possiamo parlare di questo George Best 30 come culmine del percorso artistico intrapreso da Gedge con i Wedding Present trent’anni fa e che finalmente conosce la chiusura del cerchio.  

 

Voto: 7/10
Riccardo Resta

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