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23 gennaio 2014

The Wolf of Wall Street

Martin Scorsese

2013 - USA - Cast: Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Matthew McConaughey, Kyle Chandler - Durata: 159 min. - Uscita: 23 gennaio 2014

 

Tratto dall’autobiografia del broker americano Jordan Belfort "The Wolf of Wall Street" di Martin Scorsese ci porta nel turbinoso e caotico mondo della finanza degli ultimi anni Ottanta. Seguendo l’ascesa e la caduta di questo squalo della finanza (che appare in un cameo) Scorsese racconta un’America in cui la colpa e la redenzione hanno completamente perso il loro valore, lasciando spazio ad un’edonistica avidità che testimonia l’ultimo stadio d’un capitalismo in odore di marcio. "The Wolf of Wall Street" è una commedia apocalittica, roboante e (a tratti) chiassosa, che nasconde (come sempre in Scorsese) il senso tragico che guida il mondo e le azioni degli uomini. Il film è la fotografia – allo stesso tempo esatta e deformata dalla lente del grottesco – del mondo prima della crisi finanzaria degli ultimi anni; è anzi un attento teorema sulle cause che hanno generato la situazione in cui viviamo oggi. Ma questo è sottinteso nel film, lo sappiamo noi, e forse lo sa quel pubblico mostrato nell’ultima inquadratura del film: serio, attento, ma con un’ombra nello sguardo, come se la speranza di un futuro migliore avesse già ricevuto un primo colpo, una prima crepa destinata ad allargarsi sempre di più (ma ci torneremo). Il film di Scorsese parla del basso impero prima della calata dei barbari, un mondo senza regole e senza ritegno in cui la frode s’eleva a momento artistico (con Jordan Belfot nuovo Caligola – o forse, meglio, nuovo Eliogabalo), in cui il divertimento supremo è l’annientamento di qualsiasi regola (tutti gli imperi in crisi rispondono all’apocalisse con la festa).

 

Nonostante non scorra (quasi per niente) sangue e non vengano esplosi colpi d’arma da fuoco, "The Wolf of Wall Street" è uno dei film più violenti di Scorsese, perché inquadra una violenza più sottile, ma forse assai più distruttrice di qualsiasi raffica di mitra o cranio sfondato a colpi di telefono. È una violenza protratta col sorriso sulle labbra, con una coppa di champagne in mano, alla guida di una Ferrari come quella di Don Johnson in "Miami Vice" o mentre una puttana d’alto bordo allieta un festino di colletti bianchi. "Questa è l’America" esclama il protagonista arringando i suoi dipendenti con fare da rockstar, ed è forse il momento di maggiore tensione apocalittica del film; è vero, quella era l’America, quello era il capitalismo giunto al suo punto di non ritorno, alla pura aleatorietà d’una serie di numeri su uno schermo, ma nonostante la leggerezza dei numeri il peso di quelle azioni farà crollare tutto nel giro di pochi anni. Quell’America stava entrando in un vicolo cieco: le conseguenze saranno disastrose.

 

Più che un nuovo "Wall Street" (il film di Oliver Stone del 1987) Scorsese aggiorna uno degli archetipi del cinema americano, mettendo in scena un "Greed" contemporaneo (la tragedia c'è, ma è sullo sfondo, in profondità di campo), ricalcandone anche una certa grandeur (ma si sente anche l'odore di "Citizen Kane"), ma aggiornato all’epoca della finanza virtuale, del capitale che si trasforma criminosamente in pseudoevento: lo scopo della rapace avidità di Belfort non è tanto il denaro in sé quanto il gioco perverso dell’accumulo, i meccanismi e gli ingranaggi del capitalismo contemporaneo (e non a caso si dice “giocare in borsa”). La vera droga non è la cocaina o il Qualude (consumati entrambi in gran quantità): il brivido più grande è quello fornito dai dati finanziari, capaci di far guadagnare milioni di dollari nel giro di pochi istanti. E non c’è niente che ecciti così tanto. Quella è la vera droga, la vera dipendenza dei lupi, tutto il resto serve solo a bilanciare o ad amplificare il la spinta vorticosa dell’odore dei soldi.

 

Il film non poteva non essere una commedia: così facendo diventa necessariamente racconto dall’interno, narrato in prima persona da un DiCaprio/Belfort che non disdegna il monologo, che si rivolge, sguardo in macchina, direttamente al pubblico (ancora il pubblico che torna). Doveva essere necessariamente una commedia perché con questo spirito furono vissuti quegli anni e quelle vicende dai suoi protagonisti. Un endless party postmoderno, una sbronza colossale e infinita cui partecipavano  – senza distinzione d’età o di sesso – quei pochi che tenevano le fila dell’economia d’un paese (e forse del mondo). E, ancora, quello sguardo del pubblico alla fine del film è forse il primo momento veramente morale d’un film che ha dovuto distruggere la morale stessa per penetrare in un mondo altrimenti inconoscibile. L’immagine fissa del pubblico (in generale) che guarda, forse preoccupato, l’estrema abilità di venditore di Belfort, ci mette davanti ad una realtà che – estranea ed estraniata in quasi tre ore di film – riemerge potente, come una maxidose di caffé dopo una sbronza, a ricordarci chi siamo, ma soprattutto dove siamo arrivati. La sobrietà dopo l’alterazione.

 

La regia di Scorsese segue fedelmente questo mondo perennemente alterato, non solo dirigendo magistralmente il capocomico DiCaprio (in quella che potrebbe essere la sua interpretazione della vita), ma rimettendo in piedi quella grandiosità e magniloquenza attraverso un uso spregiudicato (ma senza veri eccessi) della macchina da presa, ricostruendo lo sfarzo edonistico d’un’epoca, sempre in bilico tra farsa e tragedia, due facce d’una medaglia splendidamente coreografate nelle loro avvilupparsi. Il montaggio (delle immagini e della musica) rimanda alle opere maggiori del regista ("Casinò" su tutti): ritaglia freneticamente gli attimi di una realtà che nel vortice del denaro e del successo aveva costruito la propria etica malata. Mai come in questo caso, quindi, la colpa diventa (apparentemente) leggera come una piuma, e la redenzione non sembra essere un problema: è la fine di tutto, la tragedia è compiuta e la cosa peggiore è che nessuno pare essersene accorto.

 

Luca Verrelli

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