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21 settembre 2018

The Sisters Brothers

Jacques Audiard

2018 - Di prossima uscita in Italia - Francia-Belgio-Romania-Spagna

Leone d’Argento a Jacques Audiard per la migliore regia alla 75.ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 

 

Autore dell’omonimo romanzo: Patrick deWitt – Sceneggiatura: Jacques Audiard, Thomas Bidegain – Fotografia: Benoīt Debie - Montaggio: Juliette Welfling - Musica: Alexandre Desplat – Cast: Jake Gyllenhaal, Joaquin Phoenix, John C. Reilly, Riz Ahmed, Jóhannes Haukur Jóhannesson, Carol Kane, Rutger Hauer – Genere: Western – Lingua originale: Inglese - Distribuzione internazionale: IMR – Durata: 121 minuti. 

 

 

posterOriginaleIl festival del Cinema di Venezia 2018 è stato connotato dalla presenza di ben due film inquietanti sulle nuove derive fascistoidi nel mondo, quello in concorso “22 July” dell’inglese Paul Greengrass sulla strage di Oslo del 22 luglio 2011 per opera di un estremista di destra, e lo straordinario documentario (riduttivo definirlo così)  “American Dharma” di Errol Morris, un faccia a faccia con il diavolo in persona, ossia Steve Bannon, l’uomo dietro le quinte di Trump e che si appresta a venire in Europa per unire gli estremisti di destra. Poi numerose tracce dell’epoca in cui viviamo (da “Isis, tomorrow” a “Still Recording”; da “Letter to a friend in Gaza” a - non ultimo - “Sulla mia pelle” che ci narra l’assurda morte di Stefano Cucchi): in questa cornice a specchio del nostro tempo, sono stati due i film che, in modi diversi, hanno puntato lo sguardo non tanto alla condizione presente, quanto, più radicalmente, alle origini del suo disagio, quasi a voler scavare per capire da dove poter ripartire. Uno è “Capri-Revolution” di Mario Martone, l’altro è “The Sisters Brothers”, vincitore del Leone d’Argento per la migliore regia a Jacques Audiard. Non a caso due film europei. Entrambi gettano un ponte verso l’America pur parlando d’ideali che nel ‘900 troveranno forma nei paesi del socialismo, contrapposti agli Stati Uniti. Nel film di Martone l’Europa presenta già il suo saldo negativo proprio quando tenta di dare forma ai suoi aneliti per un nuovo ordine che azzeri insieme vecchie e nuove oppressioni. Il secondo, di cui parleremo qui, è invece direttamente ambientato nelle terre del “selvaggio West” durante la corsa all’oro, con il loro carico di utopie della “nuova frontiera”. Utopie di cui riassume, nella vicenda, l’arco evolutivo che porta al nostro tempo.

 

Un passo indietro e due avanti dallo spaghetti western

Prima dello spaghetti western ci fu il western europeo. In particolare ci furono i western francesi (sin dai tempi del muto, con i western per la Gaumont di Joë Hamman e Jean Durand) e quelli tedeschi, ma non mancarono quelli svedesi e anche italiani (“Sulla via dell’oro” del 1913 e “Nel paese dell’oro” del 1914). Negli anni ’60 francesi e tedeschi tornarono a fare western, in Spagna o nella ex Jugoslavia, per fini commerciali, essendo film molto popolari e a basso costo, e volendo approfittare di un calo nella produzione statunitense, ormai satura. Poi arrivarono gli italiani che s’inserirono con forza in Spagna in questo filone e lo cambiarono radicalmente, sostituendo gli indiani con gli indios, e spostando verso il Messico le ricostruzioni sceniche. Da allora fu “spaghetti”, e non più sisters_brothers_postersolo western. “The Sisters Brothers” riporta l’orologio indietro. Inizia con una sequenza degna del miglior spaghetti western, con due cacciatori di taglie che sgominano da soli un’intera compagnia di banditi, facendo strage di loro e dei cavalli nella stalla, anziché limitarsi a prendere l’uomo su cui pendeva la taglia. 

 

Reso questo omaggio, il film riporta il western europeo alle sue origini di perfetta mimetizzazione. Il film è girato in lingua inglese, ma interamente negli studi di Bucarest e per gli esterni nei villaggi rumeni di Călugăreni, e soprattutto nella regione spagnola di Aragona. Il tutto a ricostruire un viaggio dall’Oregon montuoso e spettacolare, alla California del nord, con un mirabile inserto che probabilmente potrà vantare d’essere il primo nel genere western: l’arrivo al mare. Un mare che appare improvviso, quando i due cacciatori di taglie sembrano essersi persi, e si chiedono se da troppo tempo non stiano proseguendo in linea retta, senza chiedersi dove li porti di preciso. Varcati con i cavalli, ormai stanchi, delle ripide dune, ecco apparire il mare. Per loro è una vista sorprendente, e per noi spettatori uno spettacolo partecipe, grazie alla maestria di una regia perfettamente calibrata. Si tratta in realtà dell’arrivo a San Francisco, per i due cacciatori di taglie la prima metropoli della loro vita, la prima vera città. E il tema della città, e con essa del progresso, nel film non è per nulla casuale.

 

Temi e personaggi

 

the-sisters-brothersOgni personaggio in “The Sisters Brothers” è portatore di un tema. Innanzitutto i due fratelli Sisters, una voluta ironia per due spietatissimi killer, che li costringe a precisare “Sisters come sorelle” ogni volta che devono dettare il loro nome e intercettano lo sguardo timoroso di chi trascrive. Sono Charlie ed Eli, rispettivamente interpretati da Joaquin Phoenix (protagonista anche dell’ultimo film di Gus Van Sant, “Don’t worry”) e John C. Reilly (attore comico, prossimamente nel ruolo di Oliver Hardy nel biopic “Stan & Ollie” sulla coppia comica più famosa del cinema). Il primo, violento e spietato, scopriremo alla fine quale colpa si porta dentro per essersi trasformato in un killer senza pietà. Il secondo tenero, ma non per questo meno capace d’essere crudele. Lui è diventato killer per non abbandonare il fratello, perché si sa: se ci prendi gusto rischi di perdere lucidità, cosa che spesso accade a Charlie, facile sia a bere sia a donne. Il contrario di Eli, che si è promesso a una sola The Sisters Brothersdonna, di cui stringe e annusa il foulard ogni sera, prima di addormentarsi. La dinamica tra i due fratelli si presta a diverse soluzioni comiche. La più riuscita è sicuramente la scoperta dello spazzolino e pasta da denti da parte di Eli, un indizio, la scoperta dell’igiene personale, che ci conduce direttamente al tema centrale del film: il progresso. A farsene annunciatore è Hermann Kermit Warm (nella foto), un chimico dall’aspetto mediterraneo, baffetti e pelle olivastra, interpretato dall’attore inglese d’origine pakistana Riz Ahmed (anche rapper impegnato con il nome di Riz MC, nella lunga tradizione che parte da Linton Kwesi Johnson). Lui ha scoperto una formula chimica per individuare le vene aurifere nei fiumi, senza ricorrere ai faticosi e intuitivi metodi dei cercatori d’oro. Il jake-gyllenhaal-678x381Commodoro (Rutger Hauer) da cui dipendono i fratelli Sisters dà loro incarico di rintracciarlo e ucciderlo, facendolo passare per un ladro, ma in realtà per rubargli la formula. A carpirgli la formula dovrebbe pensarci John Morris, un investigatore privato interpretato da Jake Gyllenhaal (nella foto, attore salito agli onori della fama con “Donnie Darko” nel 2001). Capito l’intento del Commodoro, John Morris si unisce a Hermann Kermit Warm e cercano di sfuggire alla caccia che daranno loro i fratelli Sisters.

 

Debito e saldo con il romanzo picaresco
In realtà Hermann Kermit Warm non vuole solo diventare ricco. Il suo intento è quello di costruire un grande falansterio, le comuni ideate dal socialista utopista Charles Fourier. L’idea del progresso. Lo stesso progresso che farà strabuzzare gli occhi ai fratelli Sisters a San Francisco, tra toilette e acqua corrente, ora diventa anche portatore di una nuova 78607_pplidea di società, priva d’ingiustizie, dove la ricchezza prodotta è divisa fra tutti. Una società senza tracce né necessità di violenza.  Ovviamente non sarà facile convincere i suoi persecutori, semmai interessati a condividere con lui la ricerca dell’oro. La caccia a Morris e Kermit Warm apre il film a una vicenda picaresca, dovendo i fratelli Sisters (nella foto, da sinistra: Joaquin Phoenix  e John C. Reilly) affrontare ogni tipo di sfida, passando da toni drammatici e quelli lirici, da quelli avventurosi a quelli comici. Come nel romanzo picaresco, anche qui l’intento è quello di descrivere un passaggio epocale, in particolare al mondo moderno, con nuove aspirazioni dei più poveri, amaramente sconfitti da chi detiene il potere. Se questo è il debito, più interessante è l’epigono e il saldo del film con il picaresco.

 

La parabola del nostro tempo

Senza troppo svelare della vicenda, il film si conclude con una tragica rovina. Il sogno utopista di una società migliore, fondata sul progresso scientifico e sull’uguaglianza, condurrà a un disastro ecologico. Evidente la metafora sul nostro tempo. Ancor più, quando sconfitti nei sogni, i fratelli Sisters proveranno a prendersi almeno un po’ di quel the-sisters-brotherspotere che li voleva ingannare e scopriranno che anche quello, il Commodoro, non ne ha più. A loro non resta che vagare, sapendo che saranno in guerra con tutti e nessuno, costretti a vivere guardandosi le spalle. Come oggi, in un mondo dilaniato tra mille guerre regionali, senza una distinzione, neppure illusoria, tra bene e male. Nelle pagine del diario dell’utopista, riletti da Eli, resta solo la nostalgia impagabile delle giornate vissute fuori dal mondo, immersi nella natura selvaggia del west. La grande metropoli è solo il luogo dove puoi uccidere chi vuoi senza darne conto a nessuno, coperti tutti da anonimato. Non promette altro. Solo un amore insano, infetto, una finzione vera, come l’amore di una prostituta.

the_sisters_brothersCosì il tema di Tainded Love, nella sua originale versione del 1964, che accompagna il film. Unico luogo dove poter tornare e sentirsi in pace, per i due fratelli, resta la casa, l’originario luogo del dolore da cui un tempo fuggire e ora tornare, tra le braccia materne (Carol Kane) sempre pronte ad accogliere. Un finale, in tempi di sovranismo e ritorni identitari, seppur girato con bellissima mano in un elegante piano sequenza, che suona comunque non solo consolatorio, ma alla luce del nostro tempo anche reazionario. Nulla levando alla sua poesia. 

 

Angelo Amoroso d’Aragona

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