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15 marzo 2014

Her (Lei)

Spike Jonze

2013 - USA - Cast: Joaquin Phoenix, Scarlett Johansson, Amy Adams, Rooney Mara, Olivia Wilde - Durata 126 min.

 

Spike Jonze è un regista che impregna ogni suo film di significati teorici che riguardano il cinema in sé, la rappresentazione dell'io e la sua presenza (il suo doppio) sul grande schermo. I suoi sono sempre film costruiti su "livelli", cinematografici, narrativi, di contenuto. Anche i suoi videoclip sono così (come l'ultimo, meraviglioso, videoclip-live fatto per gli Arcade Fire). "Her" ("Lei", in italiano, ma una volta tanto si poteva anche non tradurlo), è una storia d'amore tra un uomo (Joaquin Phoenix) e un sistema operativo di ultima generazione, che è in grado di pensare, di provare sentimenti e di formarsi un proprio carattere (e che ha la voce di Scarlett Johansson). Un film in cui il cinema diventa bagliore d'un immagine che si nutre della sua stessa ambiguità, quella ambiguità del contemporaneo che si lega irrimediabilmente al "vecchio" discorso sull'amore. E se la storia (dell'arte) ci insegna che l'amore è sempre stato un fatto di sublimazione (l'amore sublime) - quella rinuncia alla "carne" che era propria di molti poeti - da cosa deriva la strana inquietudine generata da un amore virtuale calato in una realtà possibile? Il rovello filosofico resta: forse che all'arte si perdonava una virtualità di segno opposto (dalla vita alla pagina) ma una volta invertita la polarità quel che ci lascia è solamente uno stato di dubbio permanente? 

 

 

Il film di Jonze non può, e non vuole, dare una risposta definitiva e chiara a questo dubbio, se non altro perché si tratta della sublime ambiguità su cui si basano le nostre esperienze estetiche. Perché si ama, come si ama, che cosa si ama: questo è poi il livello successivo, il quesito quasi platonico d'un film che parla della coppia per parlare dell'uno, del solo, del singolo. E ancora in questo caso il film ci mette davanti ad una nuova (ma anch'essa ancestrale) inquietudine, quella dell'amore-merce, grande dissimulazione della società occidentale, prodotto millenario da sempre in cima alle classifiche di vendita (dai tempi dell'amor cortese), grande e storico nemico del realismo corporeo (anzi, corporale), sempre uguale (eppur diverso) in ogni sua rappresentazione e figlio dell'immoderata cogitatio, il pensiero ossessivo (e soggettivo) degli antichi manuali d'amore. Il contesto "fantascientifico" ci mette di fronte all'eterna contraddizione della rappresentazione dell'amore, al cinema, così come in letteratura. Sì perché, insieme alla morte, l'amore è forse il picco della massima irrappresentabilità sul grande schermo, perché non è spiegabile (descrivibile) senza un riferimento concreto, tangibile, alla fisicità, che l'arte degli spettri, il cinema, mai potrà dare.

 

Da qui nasce la grande contraddizione, il controsenso dell'amore narrato, che è sempre amore di uno, mai di due (sì, perché Lei, Her, alla fin fine è sempre Io). L'oggetto d'amore è sempre aleatorio, è sempre rappresentazione dell'altro mediata dal soggetto, e quindi sempre virtuale. E la rappresentazione allora non potrà che essere una messa in scena fatta di baluginii e immagini fantasmatiche, ricche di umori melanconici, alla ricerca di quella normalità del virtuale che ancora ci turba, ma solo perché nella nostra storia non abbiamo mai davvero imparato a conviverci. E se lo scenario futuribile, da futuro prossimo (da futuro che c'è già) ci aiuta, paradossalmente, a comprendere non quello che saremo, ma quello che già siamo e siamo stati, è il concetto di intelligenza sentimentale della macchina la guida perfetta verso una fenomenologia della rappresentazione dell'amore che non conosce passato, presente o futuro, ma che s'identifica in tutto con quell'idea d'amore che la società occidentale ha costruito nel corso della sua storia e che il cinema, da ultimo, ha definitivamente, e salvo poche eccezioni, glorificato.


Luca Verrelli

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