Taxi Driver – 50esimo Anniversario Martin Scorsese
Regia di Martin Scorsese -1976 - Con Jodie Foster, Robert De Niro, Cybill Shepherd, Peter Boyle, Harvey Keitel. Titolo originale: Taxi Driver. Genere Drammatico, - USA, 1976, durata 113 minuti. Distribuito da Nexo Studios.
50 anni fa usciva nelle sale “Taxi driver”, la struggente allegoria di un “antieroe” americano che proietta Martin Scorsese nell’Olimpo del cinema.
Prima lezione di sceneggiatura: come rappresentare cinematograficamente il concetto di solitudine? Paul Schrader, che di script se ne intende, sceglie la figura del tassista notturno, un mestierante che intreccia una moltitudine di esistenze pur rimanendo confinato nella propria emarginazione, in balia dell’insonnia e dei fantasmi del passato. Nasce così la florida collaborazione tra l’autore e il regista Martin Scorsese. La solitudine affonda le sue radici in una profonda distanza tra l’individuo e la realtà circostante, che culmina in un senso di inadeguatezza perenne, e talvolta nella dissociazione. Siamo nel 1976. La società americana si lecca le ferite ereditate da un conflitto folle e impopolare. La Grande Nazione ha mandato molti dei suoi figli al macello in Vietnam. Nel corpo e nell’anima dei sopravvissuti albergano gli orrori incancellabili dell’ennesimo delirio imperialista.
Tra questi c’è Travis Bickle. Un reduce senza mutilazioni fisiche, ma con la mente irrimediabilmente compromessa dalla trincea. La madrepatria per la quale ha sacrificato gli anni migliori lo ha tradito una seconda volta, lo ha dimenticato, lo ha relegato allo status di invisibile, di reietto. Ma chi è davvero Travis Bickle? In letteratura, probabilmente, verrebbe definito un antieroe. Non porta con sé alcun valore positivo, non sembra avere obiettivi, progetti, ideali, appare come del tutto privo di capacità relazionali. Vive in una topaia, sperpera il tempo libero tra vacue chiacchierate con colleghi in uno squallido fast food e incursioni solipsiste nei cinema a luci rosse. Eppure, il tassista cerca connessioni umane, una seconda possibilità per i condannati a cent’anni di solitudine. Ma la frattura tra sé e il mondo è ormai insanabile, l’alienazione è sedimentata al punto da distruggere le poche opportunità che la vita gli offre, moltiplicando la (auto?) ghettizzazione. L’isolamento è destinato a incancrenirsi e, quasi inevitabilmente, conduce a una spirale di violenza, a un vortice di distruzione del sé e dell’altro, a un desiderio di morte come unica medicina idonea a curare il 'mal de vivre'. Nel profilo del protagonista riecheggiano i tormenti esistenzialisti delle opere di Jean-Paul Sartre e Albert Camus. Chi, navigando tra il nichilismo di “Taxi Driver”, non ha pensato allo straniero Mersault? Eppure, la rassegnazione di Travis è differente. Non accetta passivamente la morte come l’iconico personaggio di Camus, non uccide per colpa del sole, travolto dall’assurda sventura dell’esistere. Il tassista ha un piano follemente lucido. Auspica un diluvio universale che ripulisca le strade dalla corruzione in cui si imbatte durante le corse della sua vettura, e vorrebbe in qualche modo scatenare quella pioggia detergente. Agogna la propria dissoluzione, ma percepisce la morte come un sacrificio vano se non preceduto da un’azione salvifica nei confronti dell’umanità. Narcisismo patologico? Delirio messianico? Probabilmente sì.
L’autista si incorona come giustiziere divino nella misura in cui identifica (con una selezione piuttosto casuale) il senatore Palentine, candidato alle presidenziali statunitensi, come un obiettivo da eliminare, volto ipocrita di una collettività malsana. Pianificando l’omicidio, il protagonista assume le odiose sembianze di un fanatico, di una scheggia impazzita che lo Stato deve neutralizzare per sopravvivere. In queste vesti, difficilmente può essergli scucito l’appellativo di antieroe. Ma non è tutto qui. La personalità di Travis Bickle è molto stratificata, e non è scevra di quella sensibilità che conduce ad azioni positive.
La strada della redenzione viene illuminata dall’incontro con l’innocenza violata di Iris, la prostituta bambina. Lei, vittima indifesa, trascinata nei bassifondi dalla corruzione che dilaga nell’indifferenza generale. È un’unione di due solitudini, un’endiadi di emarginazione. Ma per la ragazza, forse, c’è ancora la speranza di una vita migliore. Per questo, Travis vuole liberarla dai miasmi della strada. Questa peculiare forma di amore come catarsi avvicina l’autista al bressoniano “Pickpocket”, nonché allo spiritualismo dostoevskijano. Travis raggiunge il secondo obiettivo e, per un caso fortuito, evita la morte che bramava. Riesce a sgominare una rete di prostituzione minorile, sconfigge un male unanimemente riconosciuto come tale. Per questo, la collettività inizia improvvisamente ad accorgersi della sua esistenza, e arriva persino a investirlo del titolo di eroe. Forse c’è ancora una speranza anche per il protagonista. Forse può uscire dal suo eremo e, abbellito da una nuova luce, trovare quelle connessioni umane interrotte dall’inadeguatezza. Ma è solo un bluff, un bagliore effimero. La notorietà evapora rapidamente, e Travis è destinato a tornare nel buio, nella trasparenza davanti allo sguardo altrui. La società, probabilmente, lo ha usato un’altra volta, come mero strumento per ripulirsi da una macchia che non era riuscita a debellare. Ma il marcio, per le strade di New York, si rigenera rapidamente. L’autista continua a respirarlo, a pieni polmoni, durante i giri notturni.Dilaniato dalle sue incurabili nevrosi, rimane un pericolo invisibile per sé stesso e per gli altri. Perché, come diceva Gabo Marquez, i condannati “a cent’anni di solitudine non avevano una seconda possibilità su questa terra”. Martin Scorsese trova la summa della sua poetica. Pur uscendo dalla comfort zone di Little Italy (dipinta magistralmente, tre anni prima, in “Mean Streets”), grida la rabbia di un mondo a lui noto, quel mondo che conosce la brutalità come unico mezzo di sopravvivenza. Tra i capolavori più iconici della New Hollywood, il film cristallizza un’insuperabile diarchia con il fuoriclasse Robert De Niro. Pur posizionandosi, da subito, ai vertici del cinema mondiale (riconosciuto tra i cento migliori film di sempre dalle più autorevoli classifiche internazionali), la pellicola, in patria, non ha avuto una sorte troppo generosa in tema di riconoscimenti. Nessun Oscar, a dispetto di quattro nominations di pregio. Ricordiamo, oltre alla candidatura per il miglior film (bocciata a favore di “Rocky”), la designazione come miglior attrice non protagonista per la tredicenne Jodie Foster, sontuoso biglietto da visita per uno dei più grandi talenti attoriali del Novecento. Il riscatto, tuttavia, arriva dalla Francia, con una meritatissima Palma d’Oro al Festival di Cannes. Ma in fin dei conti, come è noto, i premi non contano realmente. “Taxi Driver” è semplicemente un capolavoro senza tempo, che brilla da mezzo secolo senza invecchiare di un giorno. Con molti emuli contemporanei, tra cui il “Joker” di Todd Phillips. Travis Bickle è quell’ ”antieroe” con cui, a dispetto delle sue ampie zone d’ombra, tutti riescono a empatizzare. E che, probabilmente, molti vorrebbero incontrare almeno una volta nella vita. Magari come passeggeri del suo taxi, osservando ciò che scorre fuori dal finestrino, accompagnati dalla perfetta colonna sonora di Bernard Herrmann. Martin Scorsese ci ha regalato Travis Bickle. Per questo (e, ovviamente, per molto altro) possiamo perdonare al cineasta qualche passaggio a vuoto. Il cinema del Martin autentico è un dono di cui abbiamo ancora estremo bisogno

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