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19 giugno 2012

24 pixel al secondo

La fine del 35 millimetri e l’avvento della proiezione digitale

2012

cinema digitaleLa storia del progresso tecnologico è stata sempre caratterizzata dalla sostituzione delle vecchie tecnologie con quelle nuove, processo che porta inevitabilmente alla scomparsa, o all’obsolescenza, di quelle precedenti. La rivoluzione digitale, ormai da più di un decennio, sta modificando la fruizione di quasi tutti i media: la conversione digitale è ormai un dato di fatto per la musica, per la fotografia e (in parte) per il consumo letterario (la lettura su schermo). Il cinema non è rimasto indietro, e da qui a poco si preparerà a compiere l’ultimo passo verso la completa conversione al digitale: l’abbandono della pellicola 35 millimetri per la proiezione in sala dei film. Il passaggio al digitale nel cinema è stato, infatti, graduale, e questo della proiezione è solo l’ultimo passo di un cammino iniziato ormai da tempo. All’inizio c’era stato il montaggio digitale e l’introduzione delle macchine da presa con sensore ottico, due espedienti che hanno rivoluzionato il modo di fare il cinema degli ultimi anni, sia a livello produttivo (l’avvento del digitale ha permesso di abbassare notevolmente i costi di produzione, fatto che ha reso possibile a molte produzioni low-budget di essere prodotte con meno problemi rispetto al passato), sia a livello tecnico, rendendo possibile una sperimentazione sull’immagine inimmaginabile con la pellicola. Un esempio su tutti: l’impresa titanica di "Arca Russa" di Sokurov, un unico piano sequenza di circa novanta minuti che su pellicola non sarebbe stato neanche immaginabile (una bobina per una macchina da presa permette di realizzare circa una diecina di minuti di girato), e per la realizzazione del quale la Sony ha messo a punto una speciale macchina digitale. Nonostante però il massiccio utilizzo del digitale nel campo della ripresa, del montaggio e della post-produzione, la pellicola aveva resistito nella sua funzione, e rimaneva il supporto principale dell’arte cinematografica, tanto che – con termini macluhaniani – si potrebbe dire che “il cinema era la pellicola”, il mezzo coincideva, materialmente, con il messaggio.

 

Ultimo baluardo della resistenza della pellicola, nel mondo del cinema, era, dunque, la proiezione digitale, il passaggio finale, vale a dire, dell’iter produttivo di un film: la stampa delle copie che poi sarebbero state distribuite nelle sale per essere viste. La digitalizzazione della proiezione, quel processo per cui alla bobina di pellicola da proiettare si sostituisce un DCP (Digital Cinema Package) è ormai una realtà in moltissime sale d’Europa e del mondo, e di qui a poco (più o meno entro l’anno prossimo) anche in Italia, in cui il passaggio al DCP è già in atto, le copie dei film saranno distribuite quasi esclusivamente in questo formato.

Era proprio la proiezione che rendeva nel cinema l’uso della pellicola ancora di primaria importanza (a differenza della fotografia, in cui la pellicola è diventata ormai, da supporto principale, una curiosità da amanti del retrò). La conversione digitale comporterà inevitabilmente modifiche a tutto il modo di fare cinema, sul piano teorico, ma anche dal punto di vista strettamente pratico. Un esempio pratico, ma assai rivelatore: finché, infatti, un film si proiettava in pellicola, i cineasti erano spinti anche a girarlo in 35 millimetri, visto che il prodotto finale era fissato su questo supporto. Ora che la proiezione andrà verso l’abbandono della pellicola, si pone innanzitutto il problema di come girare un film affinché la proiezione rispetti in pieno le intenzioni di quanto si è girato. Non a caso da qualche anno a questa parte assistiamo ad un fenomeno per cui un film girato su pellicola si trova ad essere proiettato in digitale (nelle sale già attrezzate), così come un film digitale viene riversato su pellicola per essere proiettato nelle sale che ancora utilizzano i proiettori tradizionali; si crea così un prodotto ibrido, che unisce due tecnologie, analogica e digitale, tentando di farle convivere tra loro (sono passati alle cronache i dubbi di Terrence Malick se far proiettare al Fesitival di Cannes dell’anno scorso la copia su pellicola o in digitale del proprio film "The tree of life": la scelta è poi caduta sulla seconda opzione). Questa ibridazione tra le tecnologie è specchio della necessaria transizione tra due epoche, è l’avvenimento che sfuma la fine di un’epoca nell’inizio di un’altra, in quella che potrebbe tranquillamente essere definita una rivoluzione inavvertita (almeno dal grande pubblico), nonché una rivoluzione silenziosa.

 

Ma le rivoluzioni mediatiche sono in un certo senso tutte inavvertite, è una logica della comunicazione ben attestata: il nuovo medium necessariamente dovrà passare attraverso un periodo di ibridazione con il precedente, per motivi sia estetici che economici, per far sì che il fruitore non abbia la percezione, che potrebbe essere straniante, del passaggio tra le due tecnologie. È la tecnica che i sociologi della comunicazione Jay David Bolter e Richard Grusin, in un loro celebre saggio di qualche anno fa (agli albori della digitalizzazione dei media), hanno chiamato “rimediazione” (“remediation”). Le origini di questo processo sono molto antiche, e affondano le loro radici all’epoca in cui i libri a stampa sostituirono i manoscritti nella trasmissione della parola scritta, un periodo (la fine del XV secolo) in cui i nuovi libri prodotti nelle prime tipografie imitavano l’estetica dei manoscritti, affinché il lettore potesse “riconoscere” l’oggetto che aveva in mano. Ed è dunque normale che la proiezione digitale non produrrà un effetto percettivo “forte” sul grande pubblico, la maggior parte del quale non avrà coscienza del cambiamento, che peraltro è già in atto (scrivevano Bolter e Grusin: “il nuovo medium può rimediare cercando di assorbire completamente il medium più vecchio, così da minimizzare le discontinuità tra i due. Lo stesso atto della rimediazione, comunque, assicura che il vecchio medium non possa scomparire del tutto; il nuovo medium rimane dipendente dal vecchio sia consapevolmente che inconsapevolmente”). E probabilmente la generazione che non ha conosciuto l’epoca pre-digitale avrà una consapevolezza assai minore di questo passaggio rispetto magari a chi ha vissuto l’epoca precedente (quella non solo del cinema in 35 millimetri, ma della musica in vinile o in cassetta e della fotografia necessariamente stampata su carta). Questo, però, non vuol dire che le conseguenze, ad un’analisi leggermente più attenta, non saranno grandi, e riguarderanno molti ambiti della produzione e distribuzione cinematografica.

Questa rivoluzione solleverà innanzitutto questioni economiche. Le vicende della Kodak, l’azienda leader della produzione della pellicola, sono ben note, e il fallimento della multinazionale dopo ben centotrentun anni d’attività, è solo l’evento più in vista di una crisi che interessa tutto il settore della produzione di questo bene. La pellicola, ormai, da bene di consumo (non solo, dunque, destinato ad usi professionali) si ritrova ad essere prodotto per pochi appassionati; sottrarre ai produttori di pellicola il campo della proiezione cinematografica darà, in maniera quasi certa, l’ultima stoccata ad un settore produttivo in crisi già da lungo tempo. Allo stesso modo entreranno in crisi una serie di professioni legate al cinema in 35 millimetri, primo fra tutti quello del proiezionista (categoria che dovrà adeguarsi al nuovo corso), ma anche tutti quelli legati ai meccanismi della distribuzione delle bobine di pellicola nei cinema, visto che le copie digitali dei film non dovranno più essere consegnate fisicamente. Ultimo, ma non meno spinoso, problema economico relativo alla conversione digitale della proiezione cinematografica è l’adeguamento delle sale alla nuova tecnologia, fatto che comporterà per gli esercenti notevoli spese destinate ai macchinari per il nuovo tipo di proiezione (che, tra l’altro, continua ad evolversi: al “vecchio” formato 2K si sta già sostituendo il nuovo, e qualitativamente migliore, 4K). È questo un problema che se non riguarderà (o almeno lo farà in parte) le grandi strutture come i multiplex (complessi che avranno le potenzialità economiche per far fronte alla spesa) rischia di mettere in crisi i piccoli cinema, già assai in difficoltà per semplici ragioni di concorrenza con i multisala, oppure i cineclub o le sale di provincia. Il rischio è quello di vedere la situazione della distribuzione cinematografica peggiorare più di quanto già non lo sia, lasciando sopravvivere le grandi strutture, che molto spesso non brillano per la qualità dei film proiettati, e destinando alla scomparsa le sale più piccole e più attente ad una programmazione alternativa. C’è il rischio dunque che una tecnologia che in teoria faciliterebbe la distribuzione di tutti i film, rischi di continuare a favorire i grandi (sia nel senso di grandi strutture che di grandi film) a discapito dei piccoli (piccole sale, cinema d’essai e piccoli film).

 

Ma le conseguenze di questo passaggio saranno anche estetiche. Il cambio di medium produce inevitabilmente un mutamento all’essenza stessa del cinema: la chimica cederà il posto alla matematica, alla codificazione numerica. Verrà meno innanzitutto il concetto stesso di cinema inteso come “falso movimento”: i fotogrammi immobili che proiettati in sequenza danno l’illusione, o meglio l’immediatezza, del movimento saranno sostituiti dalla codificazione dell’immagine attraverso un sensore (scriveva Deleuze: “Il cinema procede con fotogrammi, cioè con sezioni immobili, 24 immagini/secondo [...]. Ma quanto ci mostra, lo si è spesso notato, non è il fotogramma, bensì un’immagine media alla quale il movimento non si aggiunge, non si addiziona: il movimento appartiene invece all’immagine media come dato immediato"). Questa novità stravolge anche il modo di leggere il cinema, e di parlarne (come applicare la frase di Deleuze appena citata al cinema digitale?); sarà ancora possibile descrivere il cinema con la vecchia terminologia, legata in molti casi al suo essere prodotto su pellicola? Come ci si rapporterà criticamente, d’ora in poi, con l’immagine? L’immagine, infatti, pur rimanendo apparentemente uguale, cambierà consistenza; il cinema, regno dell’immateriale per antonomasia, perderà l’ultima traccia di materialità data appunto dalla pellicola. In un certo senso si perderà la “magia” (e si prenda questo temine nel senso più laico possibile): quell’epifania data dalla luce che attraversando la materia (la pellicola), ricrea l’immagine sullo schermo (o sulla carta nel caso della fotografia). E se ho usato il termine “magia” non volevo intendere nulla di sovrannaturale o di estremamente “poetico”, anzi, al contrario, di estremamente naturale: la creazione attraverso la luce (fotografia) che manteneva la sua naturalità in tutti i suoi passaggi produttivi (ripresa, sviluppo, montaggio, stampa, proiezione). Col digitale la luce si ferma sul sensore, e di lì in poi diventa altro, diventa informazione pura, convertita in codice binario.

Il cinema dunque sarà meno “materico” (pensate ad un film come "Nostra signora dei turchi" di Carmelo Bene, e a quanto il lavoro sulla pellicola, intesa in senso materiale, sia stato fondamentale per la resa estetica dell’opera), ma allo stesso tempo permetterà nuove vie inedite prima dell’avvento del digitale. Il 3D prima di tutto, anche se sorge il dubbio, assai fondato, che l’introduzione del tridimensionale di nuova generazione sia stata un’abile mossa per costringere gli esercenti ad adeguare le proprie sale alla proiezione digitale (pur non mancando incursioni d’autore in questo nuovo campo che fanno ben sperare per un uso di questa tecnica al di là del cinema di cassetta: "Hugo" di Scorsese, "Pina" di Wim Wenders, "Twixt" di Coppola o "The cave of forgotten dreams", capolavoro dell’ultimo Herzog, forse la migliore dimostrazione che il 3D ha un futuro al di là dell’entertaining puro).

La stessa esperienza della proiezione subirà le conseguenze del digitale: la pellicola aveva una resa dell’immagine ben diversa dall’immagine numerica, e se col digitale si guadagnerà innanzitutto in nitidezza e brillantezza, verrà meno quella “morbidezza”, quell’atmosfera, cui ci aveva abituato il cinema chimico; anche gli occhi dello spettatore, dunque, dovranno riabituarsi alla nuova qualità dell’immagine. Le copie digitali, inoltre, livelleranno la qualità della copia stessa (le copie digitali saranno necessariamente tutte uguali tra loro), facendo venir meno quell’attenzione, cara a tanti cinefili, alla qualità della copia che ci si prepara a guardare, che solo la stampa analogica della copia poteva rendere (per cui tutte le copie stampate saranno al tempo stesso uguali e diverse tra loro).

Dal punto di vista della conservazione, inoltre, va detto che una copia digitale ha una vita più breve del corrispettivo analogico. È ormai caduto il mito dell’eternità del digitale (stesso discorso vale anche per la musica: i primi CD, prodotti più o meno un trentennio fa, cominciano a dar segni di cedimento), e l’analogico ha manifestato una longevità assolutamente invidiabile; se anche la pellicola pone molti problemi concernenti la sua conservazione, il digitale non risparmierà problemi di questo genere. Al restauro cui le pellicole devono essere periodicamente sottoposte si sostituiranno i numerosi backup che dovranno salvare le copie digitali dal deterioramento. È vero, infatti, che una copia digitale porrà meno problemi di conservazione nel senso pratico del termine (mi riferisco soprattutto allo stoccaggio e alla consultazione dei materiali nelle cineteche): questo però non significa che tali prodotti avranno bisogno di meno attenzioni e cure nella loro conservazione.

 

Ci tengo, in chiusura, a ribadire che, nonostante i dubbi e i problemi che comporterà (e lo ripetiamo, specie per i “piccoli”), questo passaggio tecnologico non ha nulla di apocalittico. Non ci sono catastrofi all’orizzonte, ma bisogna ben riflettere su un punto: se il digitale, infatti, non decreterà nessuna morte del cinema, si dovranno però studiare bene le metodologie di conservazione e sopravvivenza dell’analogico, e cioè della storia del cinema stesso, nel senso che dovrà ancora essere possibile vedere un vecchio film in pellicola, perché così era stato pensato e realizzato, e così andrà visto (la pellicola 35 millimetri è parte del film stesso). Fatto sta però che, d’ora in poi, inevitabilmente il linguaggio dell’immagine sarà un altro. Ci troviamo di fronte ad un passaggio che comporterà una mutazione estetica, dettata dal cambio di tecnologia, a cui il cinema non era mai stato sottoposto (al contrario di molte altre arti), forse anche per la sua “gioventù": poco più di un secolo di vita rende il cinema un’arte ancora recente. Così come siamo abituati a parlare di epoca del manoscritto ed epoca della stampa, di pittura antica a tempera e pittura moderna a olio, dovremo incominciare a distinguere due epoche cinematografiche, quella del cinema foto-chimico, realizzato attraverso la pellicola, e quella del cinema digitale. Il cinema rimarrà lo stesso, ma al tempo stesso sarà qualcosa di diverso, e la parola “film” (letteralmente: “pellicola”) se fino a qualche tempo fa indicava concretamente l’oggetto da cui scaturivano le immagini, avrà d’ora in poi, in campo cinematografico, un significato puramente figurato.

Luca Verrelli

Immagine tratta da http://www.freedigitalphotos.net/


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