Migliora leggibilitàStampa
14 Maggio 2012 ,

The Cure I primi 30 anni di PORNOGRAPHY

1982 - Fiction Records

Cure PORNOGRAPHYThe Cure: figli del no future

Tra la fine degli anni 70 e l'inizio del decennio successivo, la scena musicale britannica, ancora ben lontana dall'aver smaltito la sbornia punk rock, fugace ma intensissima parentesi di caos, irriverenza e creatività, continuava indisturbata a dettare legge. Il no future di Johnny Rotten e soci, infatti, aveva spianato la strada a tutta una serie di nuove tendenze, generalmente riunite, non a caso, sotto l'etichetta "post-punk". Gli stessi protagonisti di quella breve stagione di rivolta artistica e sociale, (anti) eroi di una adolescenza senza futuro e fomentatori di una delle ribellioni più nichiliste e iconoclaste della storia del rock, si stavano già confrontando, a distanza di pochi mesi da quel 1977 destinato a rimanere negli annali, con nuove forme espressive e con nuovi linguaggi. Una crescita personale e artistica che portò numerosi artisti a concentrarsi sull'introspezione e sull'analisi dell'individuo, tralasciando quelle tematiche sociali che molti tra i più influenti e carismatici protagonisti del '77, con genuina e poetica ingenuità, avevano fatto proprie.

 

Fermo restando il nichilismo e la delusione di fondo, marchio indelebile di una generazione di sconfitti, si passò in poco tempo dalla rabbia più autentica alla disperazione più profonda, dalla violenza alla decadenza, dal punk rock a quello che i giornalisti inglesi (da sempre maestri nell'etichettare ogni nuova tendenza, musicale e non solo) si affrettarono a definire gothic rock (prima che ve lo chiediate: no, niente a che vedere con zombie, vampiri, demoni e cose del genere). Nel giro di un paio di anni, il ribelle iconoclasta passò il testimone al poeta maledetto. Idoli indiscussi, loro malgrado, di questa nuovaThe Cure Robert Smith generazione tormentata furono, in primis, Ian Curtis (Joy Division) e Robert Smith (The Cure). Un discorso a parte meritano band come Bauhaus, Sisters Of Mercy e Siouxsie And The Banshees, anch'esse esponenti di spicco dell'ondata dark, gothic o come volete chiamarla. 

 

Pornography: urla dall'abisso

Degno seguito del precedente "Faith" (disco di cui non sentirete mai parlare su Virgin Radio & co.), "Pornography" è unanimemente riconosciuto come il manifesto definitivo di quella irripetibile stagione di rock esistenzialista. Un disco opprimente, cupo, inquietante e squisitamente malato. Difficile intravedere la luce, in questo abisso di dolore e mal di vivere. Laddove "Faith" ritraeva uno Smith distrutto, depresso e arreso, tuttavia, Pornography colpisce invece per la sua aggressività: i ritmi si fanno più elevati e l’intero disco si nutre di quella tensione quasi malefica che lo ha reso grande. Alle litanie di “Faith”, disco pervaso da un senso di morte e rassegnazione, si contrappongono le urla disperate di Pornography, opera di uno Smith più che mai ispirato, deciso a tirar fuori tutto il suo tormento esistenziale in un’ultima richiesta di aiuto. I ritmi incalzanti di Lol Tolhurst (batteria) e Simon Gallup (basso, uno dei più tenebrosi di sempre) intessono il tappeto ideale per la chitarra lThe Cure   PORNOGRAPHYancinante e la voce cavernosa e spettrale del leader. Ad aprire le danze ci pensa One Hundred Years, con il suo celebre incipit ‘it doesn’t matter if we all die’. Caratterizzata da uno dei riff più geniali di Smith, mai banale nella semplicità delle sue composizioni, l’opening track immerge subito nell’atmosfera del disco, con le parole che si rincorrono nervose dall’inizio alla fine, tra paesaggi desolati e un generale senso di sconfitta.

 

 

Si procede con una splendida Short Term Effect, che sprofonda ancora di più nell’abisso di paranoia e nevrosi del suo autore, fino ad introdurci al meraviglioso singolo The Hanging Garden, uno dei brani più poetici del lotto, introdotto, ancora una volta, dal drumbeat di Tolhurst che, insieme all’azzeccatissimo riff di basso di Gallup, scandisce una marcia spettrale e surreale, con uno Smith sempre più deciso a sputar fuori tutto il suo malessere in un flusso di coscienza che dimostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, la sua indiscutibile sensibilità poetica. La tensione nervosa del trittico di apertura lascia spazio all’incantata  Siamese Twins, sofferta ed elegante ballata dominata da una base ritmica sempre impeccabile e una chitarra dai tratti onirici. The Figurehead prosegue in quel senso, con i tre musicisti in perfetta sintonia e uno dei riff più epici di tutto il disco, ma è con la successiva  A Strange Day che l’album tocca l’apice. Senza ombra di dubbio uno dei pezzi più belli in assoluto dei Cure, A Strange Day, sublime capolavoro dal canto sconsolato e dall’incedere deciso, colpisce per la sua perfezione.

 

Ritratto surreale e apocalittico di una fine imminente, questa perla di poesia decadente si fregia di una delle migliori intuizioni chitarristiche di Smith, un soave susseguirsi di note che lascia storditi e senza fiato. I due pezzi di chiusura del disco sono, poi, la perfetta colonna sonora per una discesa negli inferi. Gli organi e i sintetizzatori imponenti e glaciali di Cold trascinano l’ascoltatore nei peggiori incubi di un Robert Smith in piena crisi, in un crescendo di rabbia, alienazione e paranoia che sfocia nella conclusiva title-track, non meno terrificante e “gotica”. Introdotta da voci spettrali che fanno presagire il peggio, Pornography si nutre delle stesse atmosfere infernali della traccia precedente, ma il tutto è più esasperato, ai limiti del noise e della follia: la marcia quasi tribale di Tolhurst è avvolta nel caos più totale, tra feedback di chitarra, synth da film dell’orrore e la voce di Smith che sembra provenire direttamente dall’oltretomba;  a prevalere è un’onnipresente sensazione di nausea e malessere.

 

E’ un climax che non lascia scampo, fino alla profetica frase conclusiva del disco, urlata nel bel mezzo di oscure visioni di morte: ‘I must fight this sickness, find a cure!’. Le ultime parole di un uomo che non si arrende al male che lo divora da dentro. D’un tratto tutto tace, cala il sipario, tutto è compiuto. Sicuramente questo non è un disco per tutti ma, in fondo, quale grande capolavoro della storia del rock lo è? Molte band si accodarono, più per convenienza che per reale ispirazione, al nuovo fenomeno gothic/dark, ma di loro non restano che tracce sbiadite, patetiche imitazioni di originali inarrivabili. “Pornography”, invece, a trent’anni dalla sua pubblicazione (compiuti giusto qualche giorno fa, il 3 maggio), non ha perso un grammo della sua intensità e della sua indiscutibile grandezza. Una pietra miliare con cui tutti, prima o poi, devono fare i conti.

 

Giovanni Calvo

Video

Inizio pagina