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16 Maggio 2026

Intervista A Samantha Stella


Samantha Stella è un'artista particolarmente difficile da definire, tanto è ampio lo spettro della sua arte che nasce dalla danza per giungere al teatro, nonché alla musica. Il suo è un linguaggio multiforme che si nutre di un approccio multidisciplinare e di una visione che non si pone limiti espressivi. Con Samantha abbiamo parlato della genesi di un progetto, del suo sviluppo, dell'importanza del luogo come risonanza e, ovviamente, del futuro come prospettiva,

La tua biografia è particolarmente complessa, soprattutto alla luce di una personalità artistica strutturalmente multidisciplinare. Quando hai capito che la tua vita non poteva che essere questa?

Dopo un debutto importante di una mia creazione a New York e un successivo grave problema di salute, in seguito risolto. Dinnanzi alla morte che pensavo stesse bussando alla mia porta, compresi che non avesse alcun senso vivere dedicandosi ogni giorno ad attività di cui poco o nulla ci interessa realmente. Lasciai un lavoro sicuro, svolto negli anni per potermi mantenere parallelamente ai miei progetti artistici, e mi dedicai esclusivamente all’Arte. Con determinazione, passione, sacrificio e una buona dose di sana follia, consapevole che non avrei più avuto certezza economica. Inoltre, la libertà artistica è talvolta destabilizzante e occorre una buona disciplina mentale per non perdersi, cosa che ho fortunatamente acquisito dalla mia pratica in giovane età di ginnastica artistica prima, e di danza poi.

La tua arte è totalizzante, nel senso che ogni performance ha una valenza immersiva, trascende il limite dell’installazione visiva per riversarsi in qualcosa di apparentemente diverso. Ci puoi descrivere il processo creativo alla base delle tue opere? E quanta parte della tua vita personale riversi in esse?

Ogni mia opera parte da una visione che si manifesta all’interno di me, cui cerco di dare una forma esteriore utilizzando il linguaggio artistico che ritengo migliore alla sua realizzazione. In questo senso ho una concezione di stampo wagneriano di Opera d’Arte Totale, che propende ad un uso a 360 gradi delle diverse discipline artistiche per le quali sono spesso autodidatta. Dagli studi giovanili di danza, passai alla performance artistica, partendo dal mio corpo per passare alla regia di corpi altri, e fui introdotta al mondo dell’arte visiva con mostre in gallerie d’arte e contesti museali - fotografia, video e installazioni con elementi oggettuali e corporei - grazie all’incontro con curatori importanti, come Luca Beatrice, Achille Bonito Oliva e Francesca Alfano Miglietti. Iniziai da subito collaborazioni significative, il duo di artisti visivi Corpicrudi fondato con Sergio Frazzingaro, attivo dal 2005 al 2015; l’incontro con il coreografo Matteo Levaggi, con cui abbiamo dato vita al duo Matteo Stella Dance Arts, in qualità di set / costume designer, performer e autrice; e con il songwriter e chitarrista di folk rituale Nero Kane. Con lui ho registrato tre album come cantante, musicista a mellotron/organo elettrico e autrice di alcuni testi - non presi parte alle registrazioni del primo album americano, ma mi affiancai da subito nella sua trasposizione in live - oltre a occuparmi della parte visiva, confezionando foto e film sperimentali che accompagnano le musiche. Non ho mai pensato ad una distinzione tra vita personale e opere create, dove spesso sono la protagonista. Ultimamente sono felice di poter trasmettere il mio percorso alle nuove generazioni, come docente di un corso biennale di organizzazione di spettacoli di danza, teatro e musica.

Ogni location è parte integrante delle tue esibizioni. La percezione è che l’ambiente intervenga ogni volta a dare senso compiuto alla tua cifra espressiva, come fosse una sorta di contenitore materico che fa risuonare il tuo linguaggio. Come interagisci con gli spazi che scegli e quali criteri ti guidano?

Quella risonanza di cui parli è una naturale propensione verso l’armonia degli elementi utilizzati per trovare la migliore forma esteriore con cui traspongo la mia idea o visione iniziale. Il concetto cerca quindi la sua migliore messa in scena, ed ecco che l’ambiente, il set, l’involucro, la confezione assumono un ruolo significativo. Attuo una sorta di regia tra architettura, luci, ombre, cromatismi, oggetti, corpi, abiti, musiche, silenzi. Sono da sempre un’amante dell’arte antica, dalle statue greco-romane, alle chiese gotiche medievali, alle diafane figure pre-raffaellite dai lunghi capelli rossi. Cattedrali, palazzi e teatri antichi sono la mia casa ideale.

La tua figura si muove sul crinale tra minimalismo e concettualità esoterica del linguaggio estetico. Credo che in questo giochi un ruolo importante il simbolismo religioso assunto a strumento di comunicazione. Penso al dualismo artistico con Nero Kane e ad una visione crepuscolare della vita. Ci parli della tua poetica religiosa, nella danza così nella musica, e di come riesci ad invertire il registro della spettralità in uno scenario salvifico?

Nella ricerca di armonia estetica, utilizzo simboli che appartengono alla mia cultura, compresa la simbologia religiosa occidentale, per la quale avverto una laica fascinazione condivisa per altro anche con Nero Kane. Si tratta di una diretta conseguenza delle tematiche che esploro da sempre nel mio percorso, in particolare i concetti di vita e morte, di bene e male. È sempre uno scenario dualistico che accompagna le mie opere, che sia una foto, un film sperimentale, una performance, un testo, una musica. Non parlerei quindi di inversione dal registro spettrale a quello salvifico, ma piuttosto di una visione dove gli opposti sono presenti, con una forte propensione alla bellezza e alla perfezione ideale - spesso coincidenti con un mondo antico idealizzato - e la consapevolezza della decadenza del pensiero umano, purtroppo continuamente e sempre più confermata dagli accadimenti storici anche attuali. Mi viene in mente il testo di The Pale Kingdom - letteralmente “Il pallido regno” - che ho scritto per il terzo album di Nero Kane, dove descrivo Dei annoiati tra lauti banchetti con le bianche mani abbandonate che cascano dalle nuvole sopra il mondo dei comuni mortali. Mentre le pareti dei templi vanno in rovina, demoni bianchi e angeli in lacrime danzano sopra le nostre teste. E ancora, il breve coro che ho scritto per il nuovo singolo “The World Heedless of our Pain”, di cui ho girato il cortometraggio in un castello francese, tratto dall’ultimo album di Nero Kane “For The Love, The Death And The Poetry”, dove recito Vissi d’Arte, vissi d’Amor, una malinconica citazione all’opera lirica pucciniana cantata da Maria Callas.

Qual è la performance a cui sei più legata, quella che ritieni ti rappresenti di più e com’è cambiato nel corso del tempo il lavoro di sottrazione che ha portato ad essere l’artista che sei oggi?

Occupandomi di diverse tipologie di progetti, risulta difficile sceglierne una. Con Nero Kane sicuramente il concerto nell’Eglise du Gesu di Toulouse per il festival Setmana Santa. Con Matteo Stella Dance Arts l’installazione coreografica sul palco del Teatro alla Scala a Milano, un prezioso incontro tra arte contemporanea e balletto. Con i miei progetti firmati Samantha Stella, direi la pièce presentata nella Sala del Maggior Consiglio del Palazzo Ducale di Genova, la mia città natale, in collaborazione con l’Università di Astrofisica di Birmingham.
Il percorso artistico va di pari passo con l’evolversi del pensiero e della maturità dell’artista stesso. Mi piace pensare che ogni opera creata contenga una parte di me. Citando un estratto da una mia bellissima conversazione con la critica Amalia di Lanno “Io sono la mano ferma che tiene la spada della Giovanna D’Arco, lo sguardo impenetrabile della dea Vesta che sfida l’infinito, la voce algida che dipinge il suo amore per Dio e il tormento inflittole dal Diavolo nel mio reading su scritti di mistiche medievali. Sono Mechthild – dal testo di una canzone che ho scritto con Nero Kane – con lunghi capelli rossi e abito di pizzo bianco, che attraversa il deserto americano su un cavallo in fuga dopo aver ucciso il suo sposo sull’altare per unirsi al suo unico vero amore, Dio. Sono la Madonna raffigurata in un piccolo quadretto di Raffaello che ho immortalato nel deserto californiano. E ancora, sono il sorriso delle giovani Vergini in bianche vesti che si tengono per mano in un incessante girotondo su un prato paradisiaco. O si potrebbe affermare al contrario, che noi stessi non esistiamo, se non nel momento in cui diamo vita alle nostre visioni nelle nostre Opere, applicando quella restituzione di un senso che differentemente non riusciremmo a comprendere, essendo completamente perduti e disorientati – come recitano le parole dell’immensa Pina Bausch –  dinnanzi alla comprensione della nostra esistenza.”

Quali sono tuoi progetti in corso e quelli su cui stai lavorando?

Sto presentando con Matteo Stella Dance Arts una serie di balletti/performance, compreso un primo studio sulla figura di Giovanna d’Arco, con la suggestiva musica oscura di Golem Mecanique, e una performance sul Requiem di Mozart eseguito live da orchestra e coro all’interno della Cattedrale di Chiavari. Continuano i Ritual Folk Shows con Nero Kane, abbiamo già annunciato degli appuntamenti autunnali, tra i quali il nostro supporto alle tre date italiane del musicista statunitense King Dude (29 settembre Milano, 30 settembre Bologna, 1 ottobre Torino), e la partecipazione all’Ex Tenebris Lux Festival di Montpellier nella serata del 30 ottobre, insieme agli italiani Messa, dentro una chiesa sconsacrata, dove ci siamo già esibiti nel 2023 ottenendo la menzione come terzo miglior concerto dell’anno dalla rivista cartacea francese New Noise. Infine, in seguito alla mia antologica presentata lo scorso ottobre al MAIIIM centro per le arti contemporanee di Genova, spero di mettermi presto a lavorare sulla pubblicazione di un libro monografico sul mio percorso artistico.

 

Giuseppe Rapisarda
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