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24 luglio 2015 , ,

Mayfair FM

INTO THE VALLEY OF DARKNESS

23 Gennaio 2015 - Autoproduzione

mayfairSono romani i Mayfair FM di Pierpaolo Lucchesi (guitars, vocals, synth, bass e compositore) o cripticamente MFM, in netta contrapposizione con un titolo alquanto esteso, “Into the valley of darkness”, come se non bastasse supportato da un ancor più lungo sottotitolo che diventa quasi una dichiarazione di intenti scritta tra parentesi in copertina: “Where hell is a state of mind”. Quale stato mentale, dunque, si cela dietro a questo “inferno annunciato”? Un sottile, tagliente, raffinato e godibile dark che sembra precipitare tra le nostre mani direttamente dagli anni ’80. Il cantato è debitore nei confronti del “Vampiro per eccellenza”, il diabolico Peter Murphy dei Bauhaus, con vaghi e remoti echi qua e là del primissimo Jim Kerr dei Simple Minds e con qualche avvolgente sfumatura dell’imprescindibile lezione di Ian Curtis. Le 13 tracce che costituiscono l’opera, tutte di durata mediamente superiore ai 4 minuti, si susseguono ipnotizzando l’ascoltatore, catturandolo, senza abbandonarlo un attimo tra le braccia della noia o del cedimento; questo è merito di un songwriting intelligente e di una capacità di azzeccare il brano.

 

Su una base sempre costantemente dark, gli ingredienti talvolta si mescolano a sorpresa: c’è qualcosa dei Nirvana o dei Pixies nella pienezza delle chitarre di Leech, mentre When my heart is torn asunder, pur legata a doppio filo alla new-wave, rivela inaspettate trame psichedeliche, acide e ipnotiche, tra lo spettro dei Beatles che aleggia sempre e lo sguardo stralunato di un Robyn Hitchcock o di un Julian Cope. In un album, come già detto, senza cedimenti, potremmo identificare in questo titolo la vetta dell’album. Enchanted Fools, invece, è uno strano cocktail tra le contaminazioni con il funk dei Talking Heads e la scena di Manchester dei primi ’90 (quella che aveva come capofila gli Stone Roses). Da segnalare ancora il cantato “arrabbiato” di Like a ghost e le contaminazioni elettroniche di Step in shit, a ulteriore riprova della poliedricità della band di Lucchesi. Bonaria “tirata d’orecchie”, invece, per quanto riguarda la confezione: pur essendo un’autoproduzione qualche nota informativa in più oltre ai titoli delle canzoni ci sarebbe stata bene.

Alberto Sgarlato

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