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8 novembre 2014 , ,

Dave Kilminster

And the truth will set you free

2014 - Killer Guitar Records
[Uscita: 22/09/2014]

kilminster_2014Ci sono artisti che con due note o con tre accordi compongono melodie immortali, destinate a entrare a far parte della storia della musica mondiale, e ci sono turnisti di ineccepibile caratura tecnica che evidentemente esprimono il massimo delle loro capacità al servizio di qualcuno più talentuoso di loro, piuttosto che “in solitudine”. Il secondo di questi due casi sembra veder contemplato nella sua lunga schiera di esponenti anche Dave Kilminster, 52enne chitarrista e cantante che ha saputo entrare a far parte a pieno titolo in un giro di musicisti di almeno una generazione, se non due, più vecchi di lui. Qualche nome, tra le sue innumerevoli collaborazioni? Da Keith Emerson a Roger Waters, da John Wetton a Carl Palmer, da Ken Hensley a David Gilmour, tutti grandi artisti degli anni ’70 ai quali, dai primi anni ’90 a oggi, Kilminster si è trovato spesso a prestare la sua voce e la sua chitarra, con grandissimo controllo sulla prima e gustosissimo tocco sulla seconda. Quindi è normale che artista di cotanto blasone desideri partorire qualcosa a proprio nome: e ne nasce questo “And the truth will set you free”, otto tracce per complessivi 59 minuti di musica. 

 

L’impressione che se ne ha è che questo chitarrista, che giustamente domina la scena affidando ai suoi comprimari nulla più che un supporto formalmente corretto, abbia un po’ voluto gettare in un calderone tutta la musica che nella sua vita ha suonato e amato: il risultato è godibile, piacevole, ma privo di una sua forma ben definita. C’è tanto tocco daveblues sul manico nella apertura affidata a Messiah, c’è persino qualche melodia vocale che ammicca all’AOR in Circles, forse l’episodio più riuscito dell’album (non sfigurerebbe nella colonna sonora di un tv-movie con David Hasselhoff!), c’è qualcosa che ricorda i Porcupine Tree più acustici in Save Me, c’è una inaspettata energia molto tipicamente metal-prog in Thieves, un altro degli episodi più riusciti, che può quasi ricordare le atmosfere dei Kansas nel brevissimo periodo in cui Steve Morse militava nella formazione. Non è certo un disco di cui si può parlare male, a cominciare da una produzione audio eccelsa, con frequenze brillanti che in cuffia sono un piacere per le orecchie; e poi tutte le canzoni sono piacevoli, godibili, interpretate in modo magistrale. Scorrono via senza noia, e questo è già buono, ma anche senza emozioni. Nulla di male, ma nulla di così memorabile.

Voto: 6/10
Alberto Sgarlato

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