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10 dicembre 2014

Faust

jUSt

2014 - Bureau B
[Uscita: 28/11/2014]

Germania

faustGli inventori del kraut rock e uno dei gruppi più ermetici e geniali dell’epopea rock. Partendo dal loro primo straordinario lavoro omonimo del 1971 e chiudendo con "IV", nel 1973, hanno segnato un triennio di creatività e demistificazione dei generi, avvicinando come mai prima l’avanguardia sperimentale e l’attitudine psichedelica. Furono i sonorizzatori più convincenti delle vicissitudini umane inglobate nel caos dell’assurdità. I loro allestimenti dissacranti, autoironici e amaramente poetici, nel senso esistenziale del termine, riproponevano la ruota della vita e le bizzarrie del destino con una leggerezza mai stata tanto intensa, con un lirismo freddo e allo stesso tempo incarnato e sofferto, con violenza sferzante, con nichilistico distacco e con irriverente passione. Un linguaggio unico, iniziatico, corale, spesso troppo carico di impellenza, troppo lungimirante e troppo eccentrico per essere assimilato e compreso nello spessore e nella pienezza degli intenti.

 

Dopo la reunion del 1990 e dopo un exploit modaiolo che li ha portati direttamente dal dimenticatoio ad una rivalutazione prosopopeica in cui tutti, o quasi, si professavano adepti o diretti ispiratori dell’ensemble, i due membri originari, Werner “Zappi” Diermaier e Jean Hervé Peron, continuano a dar voce, tra alti e bassi, alla leggenda Faust. “C’est Com Com Compliqué” del 2009 con Amaury Cambuat degli Ulan Bator e “Something Dirty” nel 2011 sempre per la Boreau B, le ultime non convincenti uscite. Questi ultimi dodici pezziFaust 2014 (Credit Petra Glaeser) di "jUSt", alla luce dell’incoerenza e dell’art rock contorto e grottesco che li ha sempre caratterizzati, possono essere letti come abbozzi estemporanei che richiamano lo spirito più leggero e autoironico degli esordi ma allo stesso tempo sono depositari di una precisa volontà di svincolarsi, per ragioni storico evolutive, da quella pregnanza drammatica e tragica che ne saturava il messaggio e che con gli anni rischiava di scadere nell’autocelebrazione fine a se stessa. Cavalcano quindi l’espressività più intelligente e brillante della ragione sociale Faust e riescono a proporre sonorità credibili, piacevoli e atmosferiche. I collage proposti sono estrosi, gustosamente spiazzanti (Der Kaffee kocht) e abrasivi (Nähmschine) ma non hanno più il contorsionismo lacerante, l’eccesso cupo e sottilmente aggressivo di pezzi come Why Don't You Eat Carrots? o la straniazione abissale di Jennifer

 

Faust Jean Herve (Credit Ian Land)C’è un ritrovato gusto per la ricerca timbrica e ritmica, per la linearità minimale della forma canzone, per le sonorità ambientali. Gerebelt e Sur le ventre: improvvisazioni tribali che omaggiano il motorik e la propulsione cosmica della tradizione. Le pastiche rumoriste di 80hz e Nur nous. Troppo solenni, troppo misurate e rifinite nell'indulgenza orchestrale e nei dosaggi etno world Gammes e Ich bin ein Pavian. Le stilettate emotive, l’estetica rocambolesca, iFaust Zappi (Credit Ian Land) surrealismi spericolati sono davvero opachi e vagamente percettibili in Palpitations e Ich sitze immer noch. Gli preferiamo la brillantezza free e disimpegnata di eeeeeeh… Sarebbe davvero un album pregevole se... se fosse un esordio, se perdessimo l'ingombrante fardello di ciò che fu e di ciò che venne, se ci affacciassimo a loro come giovani esordienti. Se solo quella mano scheletrica non tornasse inevitabilmente a solleticare i nostri ricordi con la sua conturbante, irripetibile, perversa glacialità.

 

Voto: 7/10
Romina Baldoni

foto 2: Werner “Zappi” Diermaier (a sinistra) e Jean Hervé Peron

 

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