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24 maggio 2017

Don Bryant

DON’T GIVE UP ON LOVE

2017 - Fat Possum Records
[Uscita: 12/05/2017]

Stati Uniti     #consigliatodadistorsioni

 

Parlare di un nuovo lavoro di Don Bryant, un ultra settantenne (nasceva a Memphis, TN, nel 1942) che non ha mai avuto successi “in proprio”, nonostante ne abbia mietuti parecchi come autore, contribuendo all’affermazione della Hi Records (basti citare I Can’t Stand The Rain di Ann Peebles, Musa e moglie alla quale è dedicato l’album in questione), potrebbe far scaturire un sorriso e rischiare di farvi passare oltre. Date retta, non è questo il caso: sin dalle note introduttive di A Nickel And A Nail, già nel repertorio dell’immenso O.V. Wright, si inarca il sopracciglio e un «Ohibò!» si impadronisce dell’espressione del viso, venendo rapiti da quell’atmosfera deep soul che era il marchio di fabbrica della succitata etichetta, resa celebre da Al Green. Sentendolo cantare, si stenta a credere che per Bryant questo sia solo il secondo long playing in carriera, anche perché la voce è perfetta, potente, ma all’epoca sicuramente simile a quella di molti concorrenti già affermati: oggi, per fortuna, si cerca di rispolverare il sound d’antan e, complice l’inevitabile riduzione delle file degli originali, anche le seconde linee riescono ad esprimersi a livelli sempre degni.

 

Le ballate la fanno da padrone, in questo disco, e sono sempre porte con trasporto (paradigmatica, in tal senso, la title track), ma non mancano brani tipo Something About You, dal passo funky, e il soul più vicino al gospel (up tempo in I Got To Know, che il don-bryantnostro aveva scritto per i “5” Royales negli anni ’60, e più lento in How Do I Get There, strepitosa), quasi tutti a firma Bryant, spesso in team col bassista Scott Bomar. Fiati, chitarre, violini, persino il suono della batteria sembrano proprio quelli delle incisioni della Hi, ma essendo quelli i musicisti (oltre a Bomar, sono della partita anche il batterista Howard Grimes e le tastiere di Charles Hodges e Hubby Turner, tutti veterani della gloriosa etichetta)  e Memphis la città sede delle session, era quasi inevitabile. Menzione particolare per la rilettura di It Was Jealousy, brano a suo tempo scritto per Ann ma interpretato anche da  Otis Clay. Acquistatelo, donatelo, fatevelo regalare: simili ritorni meritano di essere replicati. Magnifico.

Voto: 9/10
Massimo Perolini

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