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3 luglio 2015 ,

Mutoid Man

BLEEDER

2015 - Sargent House-Goodfellas
[Uscita: 30/06/2015]

Stati Uniti  #consigliatodadistorsioni

 

mutoid_mannNiente lasciava sospettare che quel gioco di partenogenesi sul corpo dei Cave In chiamato Mutoid Man avrebbe prodotto questo sorprendentemente serio “Bleeder”; niente lasciava prevedere che l’intrepido Stephen Brodsky potesse sfornare l’ennesimo riuscito Spin-off di se stesso dopo l’acclamato “Ape Of God” dell’anno scorso con il supergruppo Old Man Gloom. Tanto più che l’EP “Helium Head”, con il quale il marchio Mutoid Man si era esposto al mondo per la prima volta, era sembrato più un cervellotico divertissement che una vera e propria scommessa artistica. Con Bleeder  scopriamo invece che Brodsky non ha alcuna intenzione di concedere tregua alle proprie ibridazioni e sceglie i Mutoid Man per fare pace con se stesso, dichiarare sfacciatamente i propri debiti e farla finita con le primogeniture. Il parricidio è esplicito: Brodsky uccide per troppo amore i Soundgarden, ma per farlo si traveste da Mike Patton. Anche la cadenza mathcore - molto robusta in Helium Head -  è più smussata e gli incastri ritmici non sono mai contorsioni autoerotiche. La ricerca della perfezione post-rock è talmente ostentata che nella composizione di apertura Bridgeburner, sfiora il paradosso temporale citando quasi letteralmente i Deep Purple di “Burn”. Succede così che dietro la forsennata geometria della sezione ritmica guidata da Ben Koller dei Converge e sostenuta dalle punture elettriche della chitarra di Brodsky ritroviamo una tonalità emotiva tipicamente Seventies a saturare Sweet Ivy o a esercitare un controllo dietro la sfrenata tensione di Deadlock.

 

manIn quest’ultimo caso l’omaggio a ciò che è stato ha la forma di preziosi cristalli doom sciolti in una soluzione composta in parti uguali da esaltazione maniacale dell’ibridazione compositiva, virtuosismo vocale al quale si aggiunge un perfetto Scream e una specie di gioia spavalda nell’uso della melodia sparata a velocità che tendono ad annullarla. Qualcosa di molto simile avviene in Surveillance, solo che in questo caso sono i luoghi più classici e frequentati del genere prog ad essere violentati. Cambi di tempo, arrangiamenti presi in prestito dal jazz e un velo di schizofrenia sono abilmente celati nella riscrittura dei Mutoid Man. La sensazione è che il grande lavoro di Brodsky consista nel tendere continui attentati alla Mutoid-Manstruttura della composizione e alla retorica dei generi. Ogni cosa è ravvicinata e ingigantita nel cannocchiale rovesciato di Bleeder, ogni misura saltata a suon di equalizzazioni forzose e scelte tecniche sorprendenti. Qui le frequenze basse della chitarre sono talmente irrobustite da risucchiare i medi e liberare il campo alla lama svettante dei riff. La qualità della produzione artistica e tecnica di Bleeder è altissima e costante, tanto da sfiorare l’estetismo in alcuni passaggi. Un disco dandy e sofisticato che lascia spazio al compiacimento e al gesto snob. Oggetto musicale che si lascia ammirare e affascina perché lusinga l’ascolto e accarezza l’ascoltatore con la promessa dell’esclusività. Che in fondo è anche un ricatto.

     

Voto: 7.5/10
Luca Gori

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