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9 novembre 2016

White Miles ‎

‎THE DUEL

2016 - Long Branch Records
[Uscita: 01/04/2016]

Austria    

 

Walchsee, ridente borgo vacanziero del Tirolo austriaco, affacciato sul lago omonimo. Passeggiate, natura, ombra, relax. Ma che fare nella nebbiosa bassa stagione? Immaginarsi ad Akron, Ohio, e mettere su un duo di fottuto e fracassone rock ‘n’ roll! Questo devono avere pensato Medina Rekic e Hansjörg “Lofi” Loferer, testa e muscoli di White Miles, ‎power duo “lui&lei” che gioca a fare i White Stripes (assonanza sospetta, no?) a parti invertite. Perchè in questo caso c’è “lei” alla sei corde e “lui” che pesta come un matto là dietro. Un gioco che riesce piuttosto bene in realtà: “The Duel” è il secondo album in due anni e l'attitudine da bad girl che puzza di punk e Joan Jett della nostra protagonista concede qualche ruvido riff niente male. E per fortuna una ruffiana spartizione delle parti vocali (vedi Coke On A Jetplane o la perversa conclusiva Keep Your Trippin' Wild) rende almeno un po’ più variegata una proposta a costante rischio noia, visto che di Jack White o Dan Auerbach mica sono pieni i garage. Più ricchezza quindi rispetto al precedente e prevedibile “Job: Genius, Diagnose: Madness”, da cui comunque traspariva quell’energia brada che è il vero pregio della coppia.

 

La spunta su tutto qualche serpeggiante bluesaccio da pub malfamato (Insane To The Bone per esempio), hard rock da Hell’s Angels come A Good Pennyworth o A(n) Garde (questa non è male), che evidentemente vanno alla grande alle più calde Oktoberfest bavaresi: in breve, tutto quel grezzume schietto e senza alcun orpello che si colloca a buon diritto nel solco di onesti blackeysiani come i canadesi Black Pistol Fire (provate con “Big Beat ’59”) o i rombanti tamarri australiani Jackson Firebird. Con l’aggiunta di un costante substrato fangoso di stoner da confederati irriducibili, che spesso traspare in tutta la sua elettricità (vedi il galoppo lento di Crazy Horse) e contrasta bene con la vocalità subdola di Medina, generando quel bel mix tra femmineo e tonante già sentito di recente in gruppi come Black Moth o Holy Grove.
Un ascolto che scivola liscio, se ritenete credibili le ipersature e pompate scorribande automobilistiche di “Squadra Speciale Cobra 11” rispetto ad originali capostipiti come “Starsky & Hutch” o “The Shield”. Motori potenti, senza alcun componente originale, ma dai mitici Boss Hoss in giù (senza certo scomodare i gloriosi Seventies) le terre teutoniche sanno pur svendere oneste imitazioni di classici come “Elephant” o “Attack & Release”. Copie fatte con cura e una passione innegabile, mica paccotiglia cinese con l’etichetta taroccata.

Voto: 6,5/10
Giovanni Capponcelli

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