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7 gennaio 2014

Stop the pounding heart

Roberto Minervini

2013 - Italia/USA - Cast: Sara Carlson, Colby Trichell, Tim Carlson, LeeAnne Carlson, Katarina Carlson, Christin Carlson -Durata: 98 min. - Uscita 5 dicembre 2013

 

A cavallo tra fiction e documentario, "Stop the pounding heart" di Roberto Minervini, regista marchigiano emigrato negli USA, è un film che brilla della semplicità che solo il cinema puro sa avere. Il film è il terzo capitolo della trilogia del Texas (dopo "Low tide" e "The passage"), terra d'adozione del regista, che nei tre film viene esplorata in maniera affatto inedita. Sara, giovane allevatrice di capre vive con la sua famiglia una vita all'insegna del lavoro e della preghiera, ma l'adolescenza farà battere il cuore anche a lei, specie dopo aver conosciuto un giovane cowboy che cavalca i tori nei rodeo. Ma la trama è poco più d'un pretesto: vero protagonista del film è l'ambiente, raccontato in maniera, si potrebbe dire, sentimentale, nel senso che i luoghi perdono la fisicità che è loro propria (pur rimanendo fortemente identitari, ancorati ad una certa idea di realtà), per diventare categorie pure, immagini portatrici di significato interiore. In una parola: di sentimenti. E non c'è bisogno di troppe parole per rappresentare il sentimento; Minervini ha un'idea di cinema modernissima eppure arcaica, fa parlare le immagini, e il rapporto tra di esse, lavora alternando linearità assoluta e ossimoro (la ragazza incinta con la pistola), non spiega direttamente ma lascia che tutto venga alla luce in maniera naturale, col mezzo proprio del cinema. Il Texas di "Stop the pounding heart" è dunque allo stesso tempo vero e ideale, stilizzato e assolutamente nudo e crudo. Fangoso eppure quasi ascetico, violento ma anche pacifico nella sua immobilità rurale e arcaica (e qui ci viene in mente una versione "mistica" del cinema di Jeff Nichols). Il lavoro sulla realtà è discreto pur mostrando tutto, simbolico pur rimanendo ancorato al vero. E anzi, è proprio dal vero che emerge il simbolo, l'astratto assoluto. Come un esegeta medievale della sacra scrittura Minervini cerca il midollo che si nasconde sotto la corteccia delle cose, e così un'allevatrice di capre si trasforma, con una naturalezza che lascia stupefatti, in moderno mistico agnus dei, vittima d'un sacrificio e simbolo d'una purezza ancestrale.

 

Fedele all'idea zavattiniana del pedinamento della realtà, Minervini fa scivolare la macchina da presa fluidamente, accompagnando i movimenti e le azioni della protagonista. Ma anche in questo caso il vero movimento, la vera azione non è quella che si vede sullo schermo, ma quella interiore, quella del cuore che non smette di battere e di pesare, nonostante le raccomandazioni a Dio, che è forse incapace di placare i turbamenti dell'età inquieta, anche se si tratta di una ragazza devota e timorata. E se è vero, come in molti hanno notato, che il cinema di Minervini guarda in maniera diretta a quello di Terrence Malick (specie in certi momenti, e movimenti, "epifanici", che però in Minervini conservano un maggior senso di Mistero rispetto all'ultimo Malick), le radici profonde del cinema del regista italo-americano si insinuano più a fondo nella tradizione del "documento" neorealista (di cui mantiene anche tutte le contraddizioni, inevitabili, legate alla rappresentazione del "vero"), rosselliniano in certi momenti ("Stromboli", ma anche il finale di "Viaggio in Italia" nei suoi momenti rivelatori), di quella terra di mezzo tra fiction e non fiction che forse oggi è una delle poche, seppur ambigue, forme di cinema possibile, un cinema che ritrova una purezza che pareva aver dimenticato, parlando per sé e attraverso sé.

 

Ma Minervini va oltre: i personaggi, ed in primis la protagonista, acquistano una dimensione simbolica molto forte proprio nel loro essere personaggi-sentimento in una maniera quasi bressoniana (come in Bresson il ritmo del film è dato "dai battiti del cuore"). Gesti, silenzi, ma anche situazioni (apparentemente documentaristiche o paesaggistiche) concorrono tutte a mettere a fuoco la storia di un cuore, di un'anima che sente forte il peso del suo stesso stare al mondo, stare in quel mondo (ma non c'è critica, né scherno, né tantomeno psicologismo da parte del regista nel rappresentare quel mondo chiuso e arcaico). Il cuore continua a pulsare, nonostante tutto. Solo Dio, forse, potrebbe calmarlo, ma probabilmente non vuole.

Luca Verrelli

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