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13 Ottobre 2025

Siren – 50esimo Anniversario


Il 24 Ottobre 1975 i Roxy Music pubblicano “Siren”, il loro quinto album di studio. Esattamente a mezzo secolo di distanza ne torniamo a scrivere. Sin dal debut act omonimo, i Roxy Music hanno dimostrato di prestare una maniacale attenzione per quanto concerne l’estetica del messaggio artistico. Le maliose cover che custodiscono i loro vinili dispensano puntualmente istantanee raffiguranti stupende ragazze in atteggiamenti ammalianti, scatti improbabilmente ignorabili. Su queste ‘prime pagine’ compaiono in ordine cronologico la Bond-girl Kari Ann Muller, l’ambigua musa del pittore Salvador Dali, Amanda Lear, con tanto di pantera al guinzaglio, la playmate Marylin Coe e le giovanissime modelle Evaline e Costance incontrate casualmente durante una vacanza nel sud del Portogallo (negli States “Country Life” è distribuito in una versione censuratissima nella quale della foto di Eric Boman si ‘salvano’ i soli arbusti) È il vocalist della band Bryan Ferry la figura chiave nella selezione di queste ‘ragazze-copertina’, splendide creature con le quali l’enfatico bellimbusto soventemente ama condividere piacevoli frequentazioni nel privato. A tale regola non si sottrae la diciannovenne Jerry Hall. Di origini texane, la top-model sfila a Parigi per griffe di alto livello nel campo della moda e della cosmetica ed ha tutte le carte in regole per divenire protagonista principale dell’artwork di un progetto della formazione londinese. Ferry allestisce un set fotografico a South Stack, isolotto del Galles nord occidentale, ed è proprio in questo sito naturalistico che prende forma una delle più iconiche copertine della produzione discografica seventies.

La bellissima Jerry distesa seminuda sulla scogliera con tanto di pinne alle caviglie e corona da ‘regina del mare’ a far capolino in mezzo alla riccioluta capigliatura. Una creatura misteriosa, inattesa, conturbante ed elegante come l’album che va a personificare: “Siren”. Distribuito dalla fedele Islands e prodotto da Chris Thomas – al fianco di George Martin nella produzione del beatlesiano “White Album” e tecnico al mix in “The Dark Side Of The Moon” dei Pink Floyd - “Siren” viene registrato negli AIR Studios di Londra nell’estate del 1975 sotto la supervisione di Steve Nye, fondatore de la Penguin Cafè Orchestra e futuro mentore dei Japan e di David Sylvian. Perso per strada Brian Eno, decisamente più interessato a perpetrare i suoi eccentrici studi su nuove tecniche di registrazione e musica d’ambiente che a stare sul palco, a partire da “Stranded” (1973) alla line-up originaria composta da Bryan Ferry (voce e tastiere), Phil Manzanera (chitarre), Andy Mackay (oboe e sax) e Paul Thompson (batteria) si sono andati ad aggiungere due esperti musicisti provenienti dall’area progressive rock d’oltremanica, Eddie Jobson (tastiere e strumenti a corda) e Paul Gustafson (basso), rispettivamente reduci dalle esperienze con Curved Air e Quatermass. Rumore di passi sullo sterrato, un potente motore che inizia a ruggire. Sulle ipnotiche linee dello strumento di Gustafson prende corpo l’esplosivo groove di Love Is The Drug, traccia di apertura di “Siren” caratterizzata da una energica spinta funk (non a caso il chitarrista newyorkese Nile Rodgers si ispirerà al trascinante ‘giro di basso’ nelle future hit targate Chic). Il brano scelto come singolo apri-pista raggiunge in ben poco tempo la piazza d’onore delle UK Charts e riesce persino nell’impresa di farsi apprezzare nella Billboard d’oltreoceano. La superba vena creativa di Ferry e soci dimostra di non essersi minimamente smarrita con l’accantonamento degli sgargianti abiti e dei lustrini della prima ora, né tanto meno con il distacco dalle elucubrazioni dell’era Eno. “Siren” è pop, o per meglio dire Art-Pop, di eccelsa fattura ben combinato con soul, funk, rock ed elettronica. Il tutto confezionato con una raffinatezza unica, tipica del manierismo ‘dandy’ del leadership della band. Così, se da un lato la track-list custodisce ballad e atmosfere tipiche del repertorio Ferry quali End Of Line, Just Another High o Sentimental Fool (quest’ultima preceduta da un convulso intro di stampo psichedelico), non meno interessanti appaiono le incursioni nella disco-funk di She Sells o il forsennato incedere, quasi hard rock, di Whirlwind traccia nella quale la scena è dominata dalla sei corde di Manzanera. Poco importa se Could It Happen To Me? sembra cadere in una eccessiva leziosità, o Nightingale ripercorrere cliché particolarmente collaudati e prevedibili. È Both Ends Burning il fiore all’occhiello dell’album; l’innovativo sound di estrazione sintetica, il testo introspettivo e quel retrogusto sofisticato e decadente della recita rappresentano un embrionale esempio di new romantic ante litteram. In anticipo di un lustro sui vari Simon Le Bon, Midge Ure e Tony Hadley, i Roxy Music redigono l’elegante cartolina di un movimento di cui saranno eletti ammirati porta bandiera e nel quale, volenti e nolenti, saranno risucchiati nella loro stagione conclusiva (a tal proposito si vada a riascoltare “Flesh + Blood”, 1980). Dal glam alla new wave, dal rock’n’roll al art-pop passando per il funk. Ogni disco dei Roxy Music merita la sua dovuta dose di attenzione. A maggior ragione se sulla copertina è presente una sirena dai boccoli dorati.

Alessandro Freschi

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