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12 Aprile 2012

Meat Puppets 5 aprile 2012, BLOOM di Mezzago (MI)


Meat Puppets BLOOM MEZZAGO 2012Ormai è sempre la stessa storia, quando vado a vedere qualche eroe della mia adolescenza (indie) rock: parto con l’angoscia. Ho il terrore di dover misurare il tempo inesorabilmente passato – per loro, ma anche per me – sulle rughe che hanno in faccia, sul diametro del girovita o sulla superficie della piazza sul cranio. Perché se ti sforzi di ricordare i tuoi eroi belli e giovani e capelluti com’erano sulle copertine di dischi di venticinque anni fa, l’impatto con la triste realtà – ehi, le persone invecchiano! non solo: i rocker che si drogavano un sacco invecchiano ancora peggio! – può essere devastante. Con i Meat Puppets, eccezionalmente, non avevo questi timori. Perché che fossero sfatti lo davo per scontato.  Gente che ha vissuto le vite che hanno avuto loro sarebbe già sottoterra da un bel po’, altro che su un palco di un club di provincia – per quanto glorioso come il Bloom -  a rifare tutto il loro secondo album.

 

La sorpresa, una volta tanto, è stata positiva: mi aspettavo dei cadaveri ambulanti e guarda un po’, eccoti dei ragazzini. Oddio: si fa per dire. Le vicissitudini di un’esistenza borderline i fratelloni Kirkwood se le portano dietro tutte, sul volto e nel fisico, ma sono meno devastati di quel che pensassi. Soprattutto Cris, che dei due è quello che ha fatto le peggio cose; faccia da gaglioffo scavata con l’accetta stile Willem Dafoe, ma ancora scattante e sinuoso con il suo basso brandito come un fucile mitragliatore. Curt, quello più – ehm – sano si è invece lasciato andare totalmente, tanto che sarebbe perfetto come amico sovrappeso e intontito di Drugo in un sequel del Grande Lebowski. Ma quando tocca le corde della chitarra torna a essere un principe del deserto. Anzi, la sensazione è che uno così devi farlo suonare e basta, perché solo quando suona riesce a uscire da quella specie di torpore autistico che ha dipinto sul volto. Comunque sia, quella chitarra tenuta assieme dallo scotch il buon Curt la suona sempre da dio.

 

Meat Puppets Bloom Mezzago liveLa scaletta di “Meat Puppets II” (1984: gesù, è davvero passato tutto questo tempo?) scorre fluida dalla prima canzone all’ultima, senza che mai i tre (alla batteria c’è un motore perpetuo che dalle facce buffe che fa diresti nipote di Keith Moon, e invece è il figlio della leggenda texana Doug Sahm) diano l’impressione di fare il compitino per sbarcare il lunario. Dalla frenesia hardcore-circense di Split Myself In Two e New Gods al bluegrass stonatissimo di Magic Toys Missing e Climbing, passando per le sospensioni e le ripartenze della sempre meravigliosa Aurora Borealis, è una festa continua. Per chi c’era già allora e per chi invece non era neanche nato. Questi ultimi non sono pochissimi: incredibilmente, l’età media è più bassa di quanto mi aspettassi, e in prima fila c’è addirittura un ragazzino che avrà al massimo dodici anni. C’entrerà molto il collegamento con la mitologia dei Nirvana – basta sentire i boati con cui vengono accolgono le prime note di Lake Of Fire, Oh Me e Plateau, le tre canzoni che i Puppets suonarono con Cobain e soci nell’unplugged nirvaniano – ma è comunque un consolante dato di fatto.

 

Per fortuna questa non è solo materia per reduci. La seconda metà del concerto, libera dalle esigenze di remake, è maggiormente sciolta e gioiosamente cazzara. Parte con una Sam ancora più attorcigliata e scioglilingua dell’originale (stava su “Forbidden Places”), prosegue con una Up On The Sun magnifica, gonfiata da un visionario excursus psichedelico, e raggiunge l’apice con le cover di Wasted Days di Freddie Fender e Meat Puppets Bloomsoprattutto di Sloop John B, nella quale i Nostri resistono alla tentazione di velocizzare il pezzo mantenendolo al contrario sempre sull’orlo di una esplosione hc che non arriva mai. Geniale. Se ne vorrebbe ancora e ancora, ma dopo un’ora e un quarto i vecchi ragazzi dell’Arizona decidono che è tempo di andare a dormire con i coyote. Li guardo smontarsi gli strumenti da soli, con ancora in mente quelle ghirlande colorate di chitarra che nessun altro è mai riuscito a replicare, e mi dico che sì, maledizione, è stato bello avere sedici anni quando usciva Meat Puppets II. Ma è altrettanto bello essere qui, adesso, e renderti conto che le emozioni che solo la musica può regalare non cambieranno mai.

 

Carlo Bordone

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