Sigh Goh-ka
[Uscita: 04/09/2026]
“Goh-ka” è uno strano caso di orientalismo al contrario: qui l’Occidente sonoro viene filtrato da lontano, come se black metal, prog, horror e classicismo fossero rovine esotiche da osservare attraverso una lanterna deformante. Occidentalizzare l’Occidente, in fondo, è un gioco perverso e lucidissimo: il black metal dei Sigh diventa davvero “altro” non perché indossi semplicemente un kimono sonoro, ma perché lascia che la grammatica estrema europea venga incrinata da scale oblique, timbri tradizionali e da una teatralità tutta giapponese. In questa luce, Kuso-shi 1, 2, and 3 suona quasi come un manifesto black del post-colonialismo musicale: non una cartolina d’Oriente, ma il laboratorio in cui l’esotico cambia direzione e rimanda lo sguardo al mittente. Il titolo “Goh-ka” fa già tutto il lavoro sporco: può voler dire il fuoco dell’inferno che brucia i peccatori, l’incendio finale del mondo oppure il karma, tre modi diversi di dire che prima o poi qualcosa presenta il conto. Sotto c’è il Kusōzu, cioè quei dipinti buddhisti che mostrano i nove stadi della decomposizione del corpo umano: materia non proprio da brochure, e infatti i Sigh la trattano per quello che è, una meditazione brutale sull’impermanenza e sul distacco dalla bellezza fisica. Anche i brani Kuso-shi nascono da lì, come un poema sparso lungo il disco. La cosa interessante è che Mirai Kawashima e Dr. Mikannibal non si limitano a costellare di stickers immaginifici le canzoni per fare atmosfera: lo lasciano lavorare dentro la musica, finché ogni pezzo di svuota perdendo compattezza, colore, pelle. Dopo Shiki e dopo la rilettura celebrativa di Hangman’s Hymn, “Goh-ka” sembra guardare più indietro che avanti, ma senza nostalgia: è un sunto mobile di black metal progressivo, una ricapitolazione per figure della storia dei Sigh e, in filigrana, di trent’anni di musica estrema. Se, come diceva il tizio di Jena, il vero è l’intero, allora questo disco prova a mostrarsi proprio come intero scomposto: Celtic Frost, Voivod, Black Sabbath, cinema horror, psichedelia, prog e avanguardia classica non vengono citati come figurine da collezione, ma gettati nello stesso forno cerimoniale. Jinmenjushin, in questo senso, è una centrifuga di carne vegetariana: un corpo ibrido in cui il metal più riconoscibile finisce per sfregare contro memorie laterali, dai Cult of Luna a Iancu Dumitrescu, fino a diventare materia instabile. Accanto al nucleo Mirai Kawashima–Dr. Mikannibal e al chitarrista Nozomu Wakai, la sezione ritmica formata da Frédéric Leclercq e Mike Heller dà al disco una spinta nervosa ma controllata; la produzione nitida di Lasse Lammert evita l’effetto pastone e lascia respirare una tavolozza strumentale smisurata, tra shakuhachi, shamisen, koto e hichiriki. Il punto è proprio questo: gli strumenti tradizionali non decorano la superficie, la corrodono dall’interno. Negli episodi più immediati, come Unputenpu — con Mikael Åkerfeldt degli Opeth alla chitarra solista —, nei lampi furiosi di Jigoku-Zoshi e nella lunga solennità finale di Kuso-shi 8 and 9 / Mettaijakujo, le chitarre sferzano le voci senza infierire, mentre il disco continua a scavare nelle convenzioni inveterate del genere. Non le riscrive davvero, purtroppo; però le costringe a denunciarsi, e a mostrare cosa resta sotto la pelle.

Video →
Commenti →