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20 luglio 2012

Indie is not an attitude 3^ Tappa

BORING MACHINES: 2006-2012


VIAGGIO ALLA SCOPERTA DELLE VERE ETICHETTE INDIPENDENTI

 

L’UNIVERSO PARALLELO DI BORING MACHINES: TRA UCRONIA ED UTOPIA, DOVE LA NOIA E' SOSTENIBILE.

 

boring avatars

 La mente coraggiosa che sta dietro alla Boring Machines è quella di Onga. Questa etichetta è un progetto ben preciso che non ammette sfumature né compromessi, che si muove e si inquadra in dinamiche determinate ed omogenee - pur nell’ampia gamma di variabili - perché prodotto di un'unica mano che con tratto sicuro ne ha tracciato i canali concettuali ed ideologici. Si tratta quasi di una filosofia che elabora un meta progetto, un concept artist, per dare a delle idee un po’ folli e straordinarie una realizzazione concreta la cui messa a punto diventa un mirabolante prodigio. Una personalità straripante, un talento della creatività e dell’inusuale che dal 2006 è riuscito a dare vita ad esperimenti - riuscitissimi e di indubbia qualità- sulla mutazione genetica musicale e sul più ardito accostamento di generi mai tentato. Le leggi che governano il suo mondo sono quelle di un istinto innato verso sonorità differenti, la totale estraneità alla logica del mercato, una passione smisurata e fiera per il suo lavoro - che prima di essere tale è innanzi tutto interazione umana e confronto - piacere per le piccole conquiste, artigianato, cura dei dettagli, stile e pregio. Il campo di ricerca in cui spazia l’etichetta è quello della scoperta e rivalutazione di una musica spesso cupa e malinconica, che segue schemi di esplorazione interiore, che non ha le caratteristiche dell’immediatezza quanto piuttosto quelle di lenta assimilazione. Una specie di viaggio cosmico in luoghi ameni, pervaso da vuoti, da smarrimento, da atmosfere sospese ma anche dall’emozione e consapevolezza di aver varcato nuovi confini sensoriali e di essersi affacciati in uno spiraglio di ignoto per testarne l’essenza.  Il fatto che in pochissimi anni questa etichetta sia riuscita ad imporsi con autorevolezza nelle élites internazionali dell’underground discografico come riferimento di gran rispetto per la coerenza e per le scelte ardite quanto vincenti, la dice lunga sulla personalità carismatica ed istrionica del suo ideatore: Onga.

 

 

ONGA: ESPLORATORE COSMICO DI VIBRAZIONI

 

boring machines ongaMartini Bros sono due dj che dal 2003 propongono set personalissimi, giocati su un abile accostamento di influenze derivanti dalla Cosmic Music, dal krautrock, elettronica e ambient riproposti nella chiave alternativa dell’ascolto contemplativo e assorto invece che come stimolo al ballo di massa o incitazione quasi forzata ad un divertimento agitato e forsennato. In pratica tentano un approccio in cui il fruitore viene trasportato in una sublimazione introspettiva e personale e in cui il piacere e il coinvolgimento sono interiorizzati e non esternati. Da qui la crescente consapevolezza di poter dire qualcosa di nuovo e di voler trovare un canale autonomo in cui far confluire senza riserve le innumerevoli cose da dire. Onga attinge dalla sua esperienza di intrattenitore per dare la possibilità a chi vuole proporre nuovi approcci musicali di trovare teatro espressivo assolutamente sdoganato da ogni logica di previsione di vendita. Soprattutto non si stigmatizza in generi precisi con la pretesa di essere weird a tutti i costi, tanto per fare controtendenza, il suo è un campo d’indagine che predilige la sperimentazione, un accostamento alla materia che passi da sentieri poco battuti, spesso azzardati, ma col gusto di andare a cogliere quel qualcosa in più, quella allure, che spesso sfugge ad una visione superficiale. Inizia così, insieme ad un altro gruppo di etichette ardite, a mettere il suo nome nella produzione di esordio di My Dear Killer in veste di fiancheggiatore del Madcap Collective, portando all’attenzione un exploit irriverente, schizofrenico e anacronistico di folk noise lacerante e sperimentazione analogica, minimalismo, lo-fi e cantautorato fosco e introspettivo.

 

Le distorsioni, lo slow, le malinconie sospese tra ipnosi e terrore di “Clinical Shyness” (Under My Bed, Madcap Collective, Eaten by Squirrels, 2006) saranno seminali nell’inaugurazione di una nuova fotosintesi musicale la cui coordinazione teorica di laboratorio risponderà al nome di Onga. Così come la prima produzione effettiva targata a pieno titolo Boring Machines, primo stupefacente full length di Be Invisible Now!, “Neutrino”, sarà destinata ad imporsi  senza mezzi termini nel sottobosco alternativo italiano. Un vintage kraut ondivago, nutrito da colonne sonore, droni, psichedelia e frattaglie industrial a delineare un paesaggio post atomico marziale, altero e di grande suggestione. Forse la concezione estetica dell’etichetta può essere boring machines Quit having fun compilationemblematicamente riassunta dalla compilation “Quit having fun”, uscita nel settembre 2009, in cui svariati amici presentano ben 23 tracce improvvisate, raccolte in due CD, che ne riassumono forma espressiva e pensiero musicale. La traduzione potrebbe essere 'smettere di divertirsi' o più sottilmente divertirsi in modo ‘soft’, alla maniera alternativa di Onga, ovvero attraverso l’ascolto. Dei 39 lavori a tutt’oggi usciti con il nome Boring Machines (22 dei quali a firma esclusiva)  per lo più in versione CD - tranne alcune eccezioni - va anche sottolineata la scrupolosa cura del packaging, soprattutto la preferenza per il cartoncino ad effetto embossato o la carta grezza con scritte a mano che suggerisce l’idea di confezionamento artigianale e cura amorosa dell’oggetto destinato ad essere il tramite di un’idea e di un sentimento ben preciso. Tra le novità in casa Onga è da segnalare l’uscita di un cofanetto dei Father Murphy, contenente il vinile dell’ultimo “Anyway your Children will deny it” e il CD “And he told us to turn to the sun” in coedizione con Aagoo e Madcap Collective, l’ultimo capitolo della quadrilogia Uggeri/Mauri/Giannico “Pagetos” uscito ai primi di aprile 2012.

 

 

IL CATALOGO ... *(Alcuni dei lavori più significativi ordinati in base ad un criterio puramente e squisitamente personale)

 

Satan is my brother: “A forest dark” (Boring Machines, 15 maggio 2011)

Come nel film da cui trae ispirazione (L’Inferno, 1911), questo lavoro dei Satan is My Brother è suddiviso in una serie di quadri animati, precisamente ‘movimenti’. La cosa più immediatamente percepibile è il sapiente e calibrato uso dell’elettronica che diventa supporto scenografico di grande effetto nella ricostruzione delle atmosfere e dei tortuosi passaggi emotivi delle concept jam. Le celebri illustrazioni di Gustave Doré, che tantoboring machines A Forest Dark contribuirono a rendere pregevole questo film muto da annale del cinema, si stagliano in tutta la loro visionaria efficacia negli occhi della mente, evocate da intarsi raffinatissimi, sospesi tra improvvisazioni e cesellature di jazz, dub, droni e fluttuazioni cosmiche. In parte viene ricostruito l’effetto, magistralmente ottenuto nel film, di sospensione puramente arty tra suggestioni epico mitologiche e deragliamento futuristico. In tutti gli otto episodi si ravvisa la capacità di dare coesione e compattezza concettuale all’opera e nello stesso tempo, con grande intuito e virtuosismo, saper imprimere gli snodi e le divagazioni ambient evocate dal concetto stesso di movimento, sviluppo e scorrimento, Movimento I. Le superbe sezioni fiati e ritmiche dialogano con grande armonia con la tecnologia del laptop, predomina la sensazione di un’immersione orchestrale in liquidità intimistiche trip hop. Questa dantesca selva oscura sfuma le tonalità fredde dell’omonimo primo lavoro (vicino all’oppressione angosciante del lynchiano “Lost Highway” e agli accostamenti tra suspence sound e arte visiva  tipici dello stile Andy Badale) richiama solo in parte le provenienze Yellow Capra e Quasiviri, prende le distanze dall’asfittico post rock che tenta di rileggere i Mogwai. “A Forest Dark” è equilibratissimo tra calcolo tempistico e libera evasione: Movimento VIII e II, vibrante e trasognato, fantasioso e meticoloso, rarefatto, oscuro: Movimento V, incantato. Mi viene in mente solo un possibile paragone che si perde nel tempo a tanto sfoggio di maestria: Tangerine Dream. Poi curiosamente, quasi per caso, scopro che nel 2002 gli stessi avevano avuto la stessa irrefrenabile tentazione di musicare lo stesso film di Francesco Bertolini. O che il film ispira determinate sensibilità artistiche, o che i fratelli di Satana sono degni di essere accostati al gruppo tedesco perché, come loro, sono dei validi e preparati musicisti a cui piace l’evasione sperimentale e surrealista.

 

Luminance Ratio: "Like Little Garrisons Basieged" (Boring Machine, Fratto9uder the Sky, 1 Ottobre 2009)

Un progetto sperimentale che vede la collaborazione di tre bravi artisti impegnati in ambito elettroacustico ed elettronico noise ambientale.  Certamente Andrea ics Ferraris, Eugenio Maggi e Gianmaria Aprile, ciascuno nei rispettivi campi di attività, rileggono con le moderne strumentazioni alcune delle divagazioni post psichedeliche e free folk, riadattandole ad una fantasiosa e retro futuribile oscillazione di frequenze. Un'operazione che raccoglie preparazione e competenza che non ha nulla da invidiare al monopolio americano ma ha semmai dettagli e spunti da poter aggiungere e che non è sfuggita all'attenzione di boring Like Little Garrisons Besiegedetichette all'avanguardia e coraggiose come appunto la Boring Machines e la validissima fRaTto9uNderR tHE sky. Una specie di libero fluire liquido in cui il field recording e i droni rarefatti lasciano spazio agli inserti di numerosi strumenti analogici. Ne esce un abbozzo che pur conservando intatto il sapore di esperimento e quasi di improvvisazione estemporanea e minimale, spicca per equilibrio raffinatissimo dei dosaggi. Un doppio effetto quindi tra indefinito, commistione istintiva dai contorni sfumati e meticolosità ragionata. Per cui l'impressione più immediata è quella di un etereo galleggiamento spazio temporale pieno di suggestioni oniriche ben amalgamate che comunicano senso di leggerezza ed evasione pur creando un ambient che per certi versi induce ad uno stato ipnagogico di indolente distacco. Solid State Turners e Armada sono forse i pezzi più evocativi, con la dispersione del glockenspiel in un'apnea sensoriale e ovattata che rievoca la nicchia amniotica e la culla ancestrale della simbiosi percettiva. Lo smussamento di certe dispersioni, che comunque non intaccano minimamente la bellezza e la morbida suggestione dell'intero lavoro, è poi abilmente riaccorpata e intensificata dal remix di 'sottolineatura' di Paul Bradley (Twenty Hertz), che negli ultimi venti minuti raccoglie minuziosamente la condensa delle cinque tracce ed ogni stilla di calda palpabilità che ancora una volta fuoriesce dalla sapienza tecnica e dall'esplorazione sonora nostrana.

 

 

Mamuthones: “Sator” (Boring Machines, 1 dicembre 2009 ed. limitata/ 1ª ristampa settembre 2010)

Le nere maschere lignee del popolo della Mamoiada rievocano un suono potente e cadenzato, tribale e oscuro. Tuttavia la parte sorprendente di questo lavoro che fa emergere la straripante personalità dell’ex Jennifer Gentle, Alessio Gastaldello, è il modo particolare e inaspettato in cui il suono sembra infrangersi e sgretolarsi nella sua compattezza e coesione per arrivare attraverso alcuni processi alchemici, indotti da un’elettronica fortemente vintage e da una commistione strumentale originalissima, ad una fluidità leggerissima. Un vapore acqueo che nello sprigionarsi mantiene la forza e il calore di un geyser, l’equilibrio perfetto tra energia ed eterea dispersione. Il segreto racchiuso in un rituale pagano di primordiale liberazione dove istinto e oscurità, simbolismo e improvvisazione, misticismo e visceralità, vengono immolati in un immaginario altare pagano eretto ad uno sconosciuto custode della rivelazione. Soffici contesti acustici accolgono verso un’iniziazione fatta di visioni lisergiche e ultraterrene, il vociare soffuso disator boring machines Kash-o-Kashak fa pensare agli esperimenti di arcana psichedelia degli Amon Duul dell’esordio, con la creazione di paesaggi irreali e sospesi di molle calma piatta e ipnotismo. Viaggi spaziali evocativi del kosmische kraut teutonico in 10000 Voices, con riverberi siderali e vuoti opprimenti e stranianti. I Popol Vuh religiosi ed esoterici fanno capolino in alcuni spunti di 2007-8-15 che dilaga in maree sinaptiche dal sapore vagamente ambient e terapeutico. I ritmi vigorosi e quasi orgiastici di Ota Benga ci restituiscono in parte alcuni richiami al “Concentric” dei Jennifer Gentle (ampliati nell’organico anche dall’ulteriore presenza di Marco Fasolo al mixaggio) con le incursioni graffianti del Farfisa che si intrecciano ai battiti percussivi e all’incalzare dei sussurri allucinati. Carring the Fire è forse il pezzo che più restituisce l’essenza a spirale dell’intero disco, in cui si assiste ad una concentrica frammentazione del suono che poi si allarga in onda cinetica amplificata ad alto potere evocativo e subliminale. Una specie di tensione ossessiva ad un Nirvana acido cha si lascia solo intravedere e poi si disperde in un moto di eterno ritorno tra onirismo e limbo apatico.

 

Rella the Woodcutter: "I know It's time to get the fuck away" (Boring Machines, 1 ottobre 2011)

Doveva essere una specie di intro al già preannunciato "The Golden Undertow" questo EP del nostro taglialegna Federico Macchiarella che invece in queste cinque tracce intimiste e malinconiche sfondera un raffinatissimo cantautorato da penombra e da raccoglimento in cui prevale l'arpeggio della chitarra acustica, le improvvisazioni dei fiati e delle percussioni ed una voce smarrita e lievemente nasale, calda e rassucurante nel compiere solitarie esplorazioni in quella stessa romantica desolazione di ghiaccio e grigiore che si ravvisa in copertina. Un piccolo mondo oltre che racchiude l'essenza più profonda e appartata del boscaiolo Rella.  Apocryphal usa l'energia sprigionata dall'intreccio strumentale per aprirsi un varco, un sentiero che si inoltra tra rami e sterpi di inesplorato. Coward ci introduce all'abissale introspezione decadente e ipersensibile di Nick Drake. Bodies e Wrong boring I Know when it's time to get the Fuck AwayAffection usano le dissonanze cacofoniche degli strumenti a mo' di lamenti, riproponendo graffi esistenziali e malesseri in parte leniti dalle spire del vento freddo della notte e dal fruscio carezzevole delle fronde oscure. Un racconto confidenziale che sa di fragilità e romantica decadenza, implosione di stati d'animo stratificati, elaborazione, travaglio, barlumi di riflessi azzurri che si proiettano in acque cupe penetrate da raggi di luna. Le storie inenarrabili di Matt Elliott, i moti onirici, gli intrecci sussurrati di Eternal Zio. Un piccolo intenso gioiellino che ci racconta il segreto e l'incanto del bosco.

 

Rella the Woodcutter: “The Golden Undertow”, (Boring Machines, 10 gennaio 2012)

Un folk psichedelico diluito in  antifone blueseggianti, accordi scarni e minimali che sembrano voler attingere al pathos primordiale e oscuro del Mississippi, alla sommessa e struggente malinconia dei lavoratori neri. Dopo una serie di ottimi lavori precedenti in cui si lasciava maggiore spazio alla sperimentazione sporcata dall’uso del drone, l’artista milanese torna con questo lavoro ad una forma canzone lineare ed intimista che si riaggancia alla tradizione cantautorale americana, con strumentazione acustica e atmosfere raccolte. Canti sussurrati, dimensione ovattata e trasognata, sospensione, torpore, lisergico incanto in queste dieci tracce in equilibrio tra tradizione, adattamento libero e impronta personale. Una nostalgia che si muove tra pieghe morbide di fiabesco incanto, che rielabora impressioni e frammenti con uno spiccato senso di fantasia, proponendo una lettura che è dilatazione, spaziatura evanescente, deriva onirica. Dear Star sembra un racconto tramandato, un inno alla notte che stende lembi di rassicurante torpore sulle cose e custodisce ricordi e impressioni. La voce esprime rassicurante calore e le note si disperdono in una elaborazione soporifera e avvolgente.  A forest journey è forse uno tra gli episodi di trance più comunicativo: poche note e lievi riverberi ad evocare un viaggio mentale capace di scardinare le linee di confine tra spazio, tempo e gravità. Ipnotici tribalismi, atmosfere rarefatte e caliginose che suonano come passaggi introduttivi verso un confronto diretto con la nostra profondità e con la parte più vibranteboring The Golden Undertow dell'esperienza che si fa tangibile verità. Un groviglio di corde capaci di risvegliare stimoli diversi e primordiali, capaci di condurci come funamboli traballanti  nei luoghi rimasti inaccessibili alla nostra voglia di abbandono e di evasione. Un nuovo esercizio di equilibrio ottenuto da rotture inibitorie recondite, che in Drugtime family suonano come karma orientaleggiante di rinascita e liberazione. Diafani e slavati Elf Power giunti a raduno nella casetta del taglialegna, insieme alla poetica evocativa dei Mazzy Star (Bonobo richiama moltissimo Among my Swan nel suono sparuto del tamburello). Bob Corn, Tim Hardin e Donovan nella versione più esotica e pacata, richiamati dallo spirito tormentato di Blind Lemon Jefferson nel bosco delle rimembranze, tra nebbia e ombre allungate, chiamati a riscrivere nuove novelle sudiste sotto l'egida ispirata e raffinatissima di un cantautore illuminato e indipendente capace di coniugare tradizione e ricerca, intensità e inedia arty in un manifesto solipsistico di rara e delicata bellezza.

 

Wispers for Wolves: "Language of the Dards" (Boring Machines, 7 aprile 2007)

Melissa Moore con il suo progetto Whispers for Wolves ancora una volta fa confluire la sua grande creatività e il talento artistico per tessere, attraverso il suono, autentici abbozzi visionari tra improvvisazione e avant. In questo “Language of the Dards” viene compiuto un percorso specifico che si serve di certe sonorità e atmosfere per avvicinarci ai prodigi dell’arte visiva, dove ogni approccio musicale è funzionale ad un concetto espressivo che
si intende voler svelare alla mente dell’ascoltatore. Tutto confluisce in un’idea, tutto è piegato e usato per darle forma quasi tangibile e universalmente ravvisabile. Strumenti plasmati per la circostanza, effetti di registrazione e voci. Equilibri e convergenze delicatissimi, ricerche puntigliose, attente ad attingere a tutto campo a quei particolari richiami, a quelle combinazioni che messe insieme sono capaci di ricreare un’essenza compatta e fluente di libere associazioni, di impulso visivo, di abbandono sensoriale. Così come il grande maestro tibetano Milarepa ha prodigato i suoi 100000 insegnamenti attraverso delle canzoni, il moniker Whispers for Wolves vuole essere un’ipotetica antenna dispiegata nell’etere capace di captare i sospiri dell’esistenza pulsante, della vita stessa che si manifesta nelle più svariate forme. Si cattura lo scintillio, la forza dell’attimo, il mutare delle cose. Dietro a tutto questo si deve celare la forza di una riflessione, di una contemplazione. Una meditazione di grazia e percezione, di intuito e rigenerazione. Radiciboring Language of the Dards etniche, elettronica, divagazioni elettroacustiche con chitarra ed oboe nepalese, sperimentazioni che da basi folk si nutrono di contaminazioni per assurgere a personalità propria. I mugolii lamentosi del tutto simili alle preghiere tibetane, tracciano sentieri di smarrimento, fughe introspettive, solitarie perdizioni. Tutto sembra volto alla ricerca di un’illuminazione, di quel fuoco interiore capace di riconciliare e armonizzare l’essere umano con il proprio ambiente. I suoni si riconvertono e si plasmano in espressione di realizzazione, in senso di pacificazione. Il malessere del vuoto, la sofferenza e la rabbia sono riconvertite in energia positiva capace di donare nuove percezioni, nuove potenzialità. In Kuu Aari Hassu gli strumenti tradizionali si insinuano e si intrecciano con riverberi e rumori della casualità limandone le asperità ed instaurando un dialogo capace di evidenziare nuove armonie e nuovi effetti simbiotici. In The Woman Eagle il percorso è più tortuoso, l’interazione coinvolge suoni ambientali, quadri di disparate abrasività noise, sussurri informi, per poi condurre agli stessi suggerimenti finali. La tensione emotiva trova aperture di luce, la dispersione si infrange in sfumature delicate e cristalline. Tutto si contestualizza in familiarità, percorso di esperienza e approdo.

 

Fabio Orsi: "Wo Ist Behle?",  (Boring Machines, 6 aprile 2011)

L'esplorazione degli spazi siderali attraverso gli occhi attoniti e smarriti di un essere umano. Ascoltando queste cinque tracce dal sapore puramente elettronico di Fabio Orsi sembra quasi di rivivere gli attimi interminabili del viaggio oltre l'infinito dell'astronauta David Bowman nel celeberrimo “2001: Odissea nello spazio”. Velocità talmente accelerate da risultare sconosciute alle nostre percezioni, velocità attraverso spazi sconfinati che diventano ridondanti ripetitività. Echi di paura e smarrimento, tensione emotiva che monta boring Wo Ist Behlelentamente e dilaga in dimensioni nuove di totale perdita dell'orientamento spazio temporale. Un approdo rassicurante oltre i confini dello scibile, un tuffo nel vortice dell'incalcolabile e dell'immensamente grande che finisce per restituirci, come in un ideale specchio cosmico, l'immagine della nostra essenza più vera. Un'illuminazione che trova conforto nel ritrovo delle origini perdute, nella consapevolezza di essere stati catapultati all'interno di un moto ciclico che si nutre di reminiscenze per saggiare l'oltre. Penso a questa ruota luminescente che rompe il nero di fondo nell'immagine di copertina (una foto dello stesso Orsi) sfumata dalle nebbie dell'ignoto o delle nostre singole volontà di evasione. Penso a come l'artista parte dal lontano sapido Salento per arrivare a Berlino, a come riesce a riannodare i fili di un'elettronica delle origini inserendoci tocchi rarefatti della sua anima e del suo bagaglio culturale squisitamente mediterraneo. Penso alla progressione kraut dei cinque Loipe contenuti in questo Wo Ist Behle? che ci restituiscono la magia e l'anima del Manuel Gottsching più ispirato e il prodigio disincantato dei suoi "Cosmic Jokers". Penso soprattutto al concetto di esplorazione che è la base concettuale di tutto questo lavoro, partendo da scarni field recorders e pochissimi altri elementi strumentali, Loipe 01, inizia a montarsi una tessitura che attraverso dei crescendo minimali e ossessivi riesce ad esprimere con calore e coinvolgimento l'idea di fluttuazione galattica, l'idea di convergenza emozionale e pacificazione sensoriale nell'osservare nuovi orizzonti da nuove prospettive. La tetra freddezza teutonica è mitigata da una sensibilità vagamente psyco ambient (Loipe 02 e 03) che suggerisce un desiderio di introspezione, profondità, scansione interna, immersione ipnotica nel proprio io come in un rituale yoga. I flussi di loop sembrano campi magnetici, spire di energia vitale che traggono forza e mistero dall'essere plasmati e convogliati da un pensiero e da una volontà reale che nella ricerca e nella sperimentazione trova identità, Loipe 04. Morbidezza, assuefazione, compattezza che nel finale sfocia come in una esondazione incontenibile di ritrovate calde ritmicità, le linee guida si sfaldano, le costruzioni che prima traevano potenza dall'accumulo monocolore di più elementi simili stratificati, si sgretolano e si frastagliano in tocchi analogici dirompenti che scardinano ogni proposito di simmetria. Loipe 05 è la nebbia lattiginosa dell'imprevisto che rompe le righe, il tocco di fantasia che spezza la straniazione marziale del perdersi. Un beat fragoroso e viscerale, pulsante di vita, che riesce a ricomporsi solo dopo una feroce battaglia con  gli spettri dell'alienazione.

 

Claudio Rocchetti: "The Carpenter" (Boring Machines, Wallace Records, Presto?!, Holidays, 1 dicembre 2009)

boring The CarpenterUno sperimentatore a tutto tondo Claudio Rocchetti. La sua è una musica di esplorazione metafisica completamente intenta ad una ricerca di essenza attraverso il superamento di qualunque ostacolo di ordine mentale e materiale sovrapponibile ad un processo produttivo che è totale ermeticità. Viene compiuto un percorso assorto e distaccato verso il proprio sé che si rende del tutto impermeabilizzato agli stimoli esterni. Ciò che si recepisce passa direttamente da cunicoli interni e profondi e per altrettante vie oscure si incanala in maniera indefessa, quasi ineludibile. Ci arrivano scorie e residui di superfluo, materiali di scarto rigettati nel tentativo nevrotico e compulsivo di trovare identità, di percorrere sentieri capaci di mettere a proprio agio il disordine di nevrosi e sentimenti contrastanti. Un’opera di paziente mondatura della non appartenenza e della straniazione, una meticolosa ricerca sensoriale di uniformità e omogeneità. In tutto il disco si avverte un muoversi fluido e disinvolto dentro qualcosa che ci ritorna distorto e volutamente ostico ad ogni possibile spiegazione o interpretazione che dir si voglia. Il modo migliore per incanalarsi nell’essenza di questo disco amniotico è diventare parte stessa della sua anima, del suo palpito, delle stille di etere che in esso di amalgamano e dissolvono. E’ una nicchia modellata per adagiarvisi dentro senza lasciare nemmeno il più piccolo degli spazi fuori. La si può sentire propria o si può provare a capire in modo inequivocabile cosa si prova e cosa si sente ad essere proprio quella cosa in quel dato momento, quell’anelito, quel soffio di vita, quel palpito di inesprimibile. Un’elettronica lo-fi minimalista e stridente ma anche fragile e umorale, rumore bianco e noise drone rediretti ad una nuova conciliazione con il rumore arcaico e primitivo a fini terapeutici ed identitari. Una metanarrativa visionaria e spezzettata del flusso, un suono che diventa funzione espressiva di inespresso nel suo dissolversi, sinestesia di arte e psiche, caos e silenzio. Rocchetti gioca molto bene con l’apparente casualità del rumore ambientale che sembra catturato in modo quasi estemporaneo e poi sapientemente adagiato in un percorso fluido e ovattato che riporta inevitabilmente ad una presenza/assenza, tracce di umanità ravvisabili nell’inospitale. E tutto questo va a costituire la parte pulsante e vibrante di un disegno solo all’apparenza freddo e alienante. Come la ricerca della comunicazione disseminata negli stralci melodici recisi e risucchiati in vortici di indefinito, di silente e rarefatta dispersione Northern Exposure, Mendelsshon. Nelle voce che sembra emergere da stratificazioni pluridimensionali: Anna, The Black lake, Numebers. Si potrebbero richiamare Rhys Chatham e Illachime Quartet nel tentativo di approccio avanguardistico scaturente da un post rock incanalato in sinergie finto casuali di musique concrete che trova armonia nel riciclare i giusti frammenti, senza mai strafare, senza cadere nel manierismo sintetico, ma tenendo sempre viva l’atmosfera e l’uniformità del concetto di fondo.

 

Father Murphy : “…and He told u sto turn to the Sun” (Boring Machines, dicembre 2008)

boring and he told us to turn to the sunLa registrazione del disco in una chiesa (San Giovanni Crisostomo di Bombanella) conferisce al suono quel cupo riverbero un po’ inquietante e mistico che ci rimanda ad antiche celebrazioni corali, impregnate di volontà di espiazione, timore reverenziale, fervore di gioia contemplativa. Sembra di assistervi ponendo il nostro punto di osservazione in un anfratto oscuro e profondo che ci restituisce barlumi quasi visionari e immaginifici del rituale e sonorità distorte, dilatate, capaci di imprimersi in tutta la loro oscura solennità negli occhi della mente. Colpiscono le sospensioni, i vuoti, i singulti secchi della sezione ritmica, la completa scardinatura di ogni struttura e al contempo la percezione di coesione concettuale e armonica che si insinua sibilante e strisciante nel nostro inconscio e nelle nostre più morbose visioni di deviata sacralità. Ci piace sbirciare in questa bifora impolverata per tentare di lenire i nostri mali oscuri, l’occulta forza magnetica ci risucchia e ci richiama. E’ eccitante e intrigantemente perverso pensare di espiare parte del proprio fardello di peccati unendosi ai cori lamentosi e strascicati innalzati a qualche perfida divinità che per un attimo compiace la nostra paura incuriosendosi. Un percorso di espiazione in veste psych-folk che riveste di nuova solennità il sound dei Father Murphy, suoni scheletrici e misticheggianti, densi e ossessivi che inducono ad una partecipata intensità, a raccoglimento emotivo. Dai colpi secchi e squassanti di In Their Graves che si perdono nel silenzio più desolante, ai rintocchi di We were Colonists con urla laceranti da cerimoniale esorcista. La nenia cupa di Ran out of fuel and a viper just bit me scandita dalle corde riverberanti della viola, i campanelli e l’organo di Never forget you have a Choice come lugubre accompagnamento ad un messaggio criptico declamato dal significato arcano e inquietante fino a At that time I guess we misunderstood che si conclude distorcendo i Devo di Are we not men? Ferali gli adepti del reverendo Murphy ma con la grande astuzia di non prendersi sul serio se non nell’eclettica sperimentazione sonora e nella voglia di creare illuminazione identitaria attraverso la musica, seguendo una specifica esperienza narrativa.

 

Jealousy Party "Live" (Bar la Muerte, Boring Machines, Burp Enterprise, Fratto9, Frigorifero prod, Megaplomb, SGR Musiche, Trasonsonic, Valvolare, 1 aprile 2010)

Elucubrazioni schizoidi sulla dissonanza e sull’improvvisazione. Jealousy Party che sprigionano carica dissacrante ed eversiva, goliardia e caotica divagazione dal sapore puramente nostrano in un’istantanea catturata dal vivo presso l’Hold’em di Roma. Un live voluto rendersi testimonianza tangibile del talento e della spontanea coesione di questo sorprendente trio votato alla sperimentazione grazie al coraggio di ben dieci etichette, tra le quali il collettivo multimediale Burp.  Accompagnati per l’occasione dal percussionista boring Jealousy Party LiveJacopo Andreini, dal bassista Andrea Caprara e S.Dro, curatore del mixaggio. Una serie di puzzle folli ed irresistibili giocati sul free jazz, sui fiati abulici e sincopati, sui rumorismi più disparati che si fanno interpreti di vere e proprie pièce teatrali del demenziale e dell’insensato, di quell’assurdo che diventa verosimile nell’ottica del paradosso e dell’umano smarrimento. Sei tracce che ci restituiscono spezzettature e contaminazioni di un intero universo musicale riletto con abilità e sagacia, intelligenza ed eclettica leggerezza. Svariati elementi stilistici deformati e contorti da una follia euforica, dadaista e visionaria, sguaiata e nevrotica, da una lucida volontà destrutturante con intenti artistici e identitari, fedeli alla volontà di affermazione del fenomeno New Thing. Avanguardia, radici, ludico sarcasmo, creatività sdoganata da ogni convenzione applicabile all’armonia. Devastazioni da buontemponi che conservano una logica di divertissement legata ai controtempi, alle incursioni sconclusionate di strumenti fuori timbro che si fanno onomatopeici imitatori dei deliri gutturali e dei vagiti infantili tirati in ballo con casualità naif. Un combo in preda alla corrente nevrotica dell’incoerenza e del disordine che si ritrova ad essere profondo e veritiero nel suo non voler dire nulla, irresistibile e contagioso nella verve e nell’umore caustico. Esilaranti e sfrontati nel farsi portavoce di un’originalità scanzonata e grottesca. Ritmi sghembi, riff scordati, cacofonie, tutto viene macinato e ingurgitato e poi risputato con illogica maestria. Bebop, funky, avanguardia, swing. Dalla filosofia cosmica di Sun Ra, ai college satirici dei Fugs, da Giuseppi Logan Quartet a God Is my Co Pilot, ma anche Faust, Frank Zappa e Art Ensemble of Chicago.

 

Father Murphy "No room for the weaks" (ottobre 2010, Aagoo, Boring Machines)

boring No room for the weakIl discorso è senz’altro ripreso sotto molteplici aspetti anche nel bellissimo EP “No room for the weak” in cui la sinistra tensione è destinata a salire in un’apoteosi crescente. Il suono è più teso, i vuoti più cupi, i silenzi più opprimenti. Poi c’è l’ondivago susseguirsi di silenzi e rumori: Until the Path is no longer, le scansioni e i crescendo che sono dei veri e propri intarsi sonori, tangibili come materia, palpabili, asfissianti. Senz'altro un plauso va attribuito al mixaggio dell'ancor presente Marco Fasolo dei confratelli Jennifer Gentle. You got warry sembra una preghiera che rimane sospesa tra la solenne coralità chiesastica e il rito pagano. Sublime e assolutamente di raffinata oscurità, come funereo drappo regale, l’omaggio al Leonard Cohen di There is a war.

 

Heroin in Tahiti, "Death surf" (Boring Machines, 18 gennaio 2012)

Immaginate di essere improvvisamente piombati in un paesaggio post atomico, scintillii sinistri e violacei, ombre allungate che si proiettano nella loro oscura immensità e un paesaggio spettrale sfiorato da folate di vento caldo, mentre sciabordii di onde nere di pece lambiscono i vostri piedi scalzi e vi fanno correre un brivido freddo lungo la schiena. State vagando smarriti e atterriti,  cercate invano di mettere a fuoco ricordi vaghi e confusi che affiorano. Sogni meravigliosi, spiagge incontaminate, ballerine hawaiane, una natura selvaggia e incontaminata che ad un tratto vengono filtrati da una lente deformante che ne deturpa orrendamente i contorni, volti che assumono sembianze di morte, colori inghiottiti da un vermiglio denso, desolazione, vuoto, poi il battito del vostro cuore, poi voci e presagi di morte iniziano a scorrere al rallentatore, stridii di gabbiani e sibilii, riverberi metallici, echiboring Death Surf di arpeggi lugubri. Per un attimo la spiaggia vi era sembrata quella assolata della California, potevate quasi sentire Dick Dale e la magia della sua chitarra uscire da un juke box metallizzato tirato a lucido, vedere allegri ragazzi imbrillantinati correre a riva con le più sgargianti tavole da surf. Poi un'eclisse improvvisa che stende un pesante filtro sul sole, la spiaggia torna deserta, i colori spenti, una nebbia caliginosa emerge dalle onde pigre e la sagoma di una nave fantasma, piena di cigolii e brandelli di vele svolazzanti, emerge dagli abissi del tempo. Il capitano dei pirati ha il volto scheletrito di Link Wray, ci fa accomodare con un ghigno beffardo lungo il ponticello di attracco fino alla fumosa stiva. Benvenuti al party droneabilly a cui partecipano in versione sedata Piero Umiliani, Ennio Morricone, High Wolf, Laika & the Cosmonauts, Sun Arow, gli ultra-ipnotizzati Spaceman 3, Elvis e Lux Interior con le loro ghirlande di fiori appassiti che scimmiottano Alhoa from hell nella più improbabile versione firmata Borgata Boredom. Campomorto, Spaghetti Wasteland, Sartana ma soprattutto l’evocativa Ex Giants on Dope sono la terrificante e disturbata colonna sonora in slow playing che celebra il surf e i Beach Boys della costa californiana, portandone il feretro più iconoclasta in  processione e profanandone gli orpelli e i paramenti più inutili.

 

Simon Balestrazzi "The Sky Is Full of Kites" (Boring Machines, 3 febbraio 2012)

boring The sky is full of kytesUna ricerca sonora che si avvale del suono stesso per dilatare le tenebre, per esplorare, per attraversare lo spazio e il tempo. In questo terzo lavoro con firma esclusiva Simon Balestrazzi, l'avanguardia e il futuribile, seppur presenti in quantità massicce e richiamati da un sofisticato e meticoloso lavoro di dosaggio, da un'ipertecnologia elaborata e cervellotica, sono mitigati da inserti e improvvisazioni che riconducono più al viaggio sensoriale che all'asetticità; all'ipnoticità e al turbamento evocativo più che al senso di alienazione e smarrimento. L'armonia subliminale del rumore e del drone lasciato fluire con tale ottimizzazione di intervalli e sfumature crea trasporto e smarrimento, rapimento e abbandono simbiotico. Chiaramente vi confluisce e ne trova espressione massima di maturità la grande esperienza sperimentale in campo analogico, portata avanti da Balestrazzi fin dal 1981 con i T.A.C., Tomografia Assiale Computerizzata, una band assolutamente innovativa e atipica nel campo dell'alt rock e delle derive post industriali - rarissimo caso di genialità puramente italiana - e l'affinamento della ricerca e dello studio in campo elettronico con il conseguimento della laurea in ingegneria del suono presso l'Institute of Audio Research di New York, dopo alcuni anni di collaborazione -dal 1991- con i ben più noti Kirlian Camera di Angelo Bergamini. Tre suite che ci introducono in paesaggi drone maestosamente sospesi tra colori glaciali e tetri dell'elettronica, graffiature di industrial e tocchi strumentali.

 

Un risultato perfettamente armonico nella sua lievità che introduce l'ascoltatore ad un vero e proprio attraversamento di sensazioni. Dall'esplorazione dell'ignoto, all'assuefazione anestetica, da una tensione vibrante e sottile di smarrimento alla rassicurante percezione di sentori di arcaico. Diventa difficile mettere a fuoco lucidamente il gioco di rimandi in cui veniamo catapultati, distinguere l'ambivalenza tra vuoti marziali, lontananze sconfinate o esplorazione dei sordidi meandri del nostro inconscio. I flussi e le risacche scompongonoBoring-Machines-onga ogni ordine e ogni ricorso alla logica. Under Pressure di quasi 27 minuti fa pensare alle eterne prove ordaliche che l'uomo è chiamato ad affrontare in bilico tra orrore del vuoto esistenziale e sottomissione alle proprie debolezze. L'inquietudine i disturbi dell'amplificazione, le insinuazioni di feedback sibilanti sono il grand'angolo della desolazione in cui siamo costretti a guardare. Persistence of Memory riassume invece un senso di profonda e sofferta presa di coscienza, un disperato rifiuto della metafisica del dominio che riconsegna fierezza e dignità alla fragilità e ai limiti della natura umana. “The Sky is full of kites” è un approdo sofferto, un'emotività palesata, impeto poetico che diventa vero punto di forza nel percorso esistenziale. Incanto del risveglio reso in modo sublime dal lieve posarsi degli inserti synth, dai riverberi che sono placide eco che cullano, fino ai minuti finali come dense lingue vermiglie che rivestono le superfici plumbee e spettrali dell'intero edificio innalzato, per richiamarci allo splendido artwork di Daniele Serra. Simon Balestrazzi come un moderno Efesto dalla cui fucina viene forgiata la nuova iperbolica impalcatura del suono.

Romina Baldoni

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