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18 luglio 2017 ,

Kronos Quartet

FOLK SONGS

2017 - Nonesuch Records
[Uscita: 09/06/2017]

Stati Uniti

 

kronos-quartet-folks-songs-450L’onorata carriera, più che quarantennale, del quartetto d’archi di David Harrington, validamente coadiuvato dai fidi John Sherba, Hank Dutt, Sunny Yang - con l’aggiunta di Sam Amidon alla chitarra e alla voce, Olivia Chaney all’harmonium, alle percussioni e alla voce, Rhiannon Giddens e Natalie Merchant (10,000 Maniacs) alla voce - rassegna alle stampe l’ennesimo tassello discografico, “Folk Songs”, una raccolta di canzoni tratte dalla tradizione popolare afferente a diverse aree geografiche, Stati Uniti, Regno Unito, Irlanda, Francia, arrangiate per archi e voce. Un esperimento che il Kronos Quartet, non nuovo a cimenti artistici con i più disparati generi musicali, ripropone, ora riarrangiati su disco, dopo aver suonato dal vivo il medesimo materiale in occasione della festa per i cinquant’anni di attività della meritoria etichetta discografica Nonesuch, già tre anni fa tra Londra e New York. 

Dicevamo dell’eclettismo artistico del quartetto americano, capace di spaziare indifferentemente dalla musica classica a quella sperimentale e minimalistica, dal jazz al rock-blues, e al folk per l’appunto. Il più delle volte con esiti sorprendenti e artisticamente superbi: dalle musiche minimalistiche e iterative di Philip Glass e Steve Reich a quelle di John Cage, alle classiche dissonanze di Anton Webern, dal jazz di Bill Evans e Thelonious Monk al rock-blues di Jimi Hendrix. Passando per il tango di Astor Piazzolla. Un pò troppo, talora, anche per dei virtuosi come loro, invero. Un sorta di miscellanea di stilemi sonori che non sempre trova esiti felici, come in questo nuovo album.

 

Certo, kronoscanzoni gradevoli, non v’è dubbio, e tuttavia, benché le voci soprattutto della Giddens e della Merchant siano ben oltre la media, non si riesce a sfuggire a un qual certa palese e insopprimibile edulcorazione di atmosfere, nell’insieme. Brani che narrano di partenze irrorate da fiotti di lacrime, di abbandoni familiari, di terre lontane, di struggenti echi nostalgici, di richiami a inni religiosi. Il tutto tramato dei suoni degli archi dell’ensemble di Harrington. Oh Where, Rambling Boys Of Pleasure, Factory Girl, I See The Sign, Montaigne, Que Tu Es Haute non riescono a emanciparsi da una sensazione di sdolcinatezza estenuante, stucchevole in sommo grado. Un paio di frammenti che meritano di essere sottratti alla legittima damnatio memoriae ci paiono quelli cantati da Natalie Merchant, The Butcher’s Boy e Johnny Has Gone For A Soldier. Il resto è sterile accademia. Ad meliora. 

 

Voto: 5/10
Rocco Sapuppo

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