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7 dicembre 2018

Salvatore Esposito, Paolo Vites-Roberto "Jacksie" Saetti, Steve Wynn

SPECIALE – LA CANZONE D’AUTORE MESSA SU CARTA: Bob Dylan, Eric Andersen, Steve Wynn, songwriting da origine controllata

2018 - Hoepli - Late for the Sky - CreateSpace Independent Publishing Platform

libri tutti IMG_3553C'è una lunga, lunghissima strada che corre da quando venne a crearsi, nata dalla commistione tra il folk bianco e certe urgenze del blues, la figura del cantautore spesso, spessissimo munito di chitarra. È la strada per cui Bob Dylan ha costruito il massetto sul quale mille nuovi Dylan e tantissimi altri hanno successivamente steso ogni tipo di copertura. Strade asfaltate, polverose, strade di ciottoli, rettilinei o ammassi di curve, hanno accolto e raccolto nei decenni passati un'umanità assai varia, personaggi solitari o in grado di farsi promotori di adunate importanti. Tutte figure, qualsiasi sia il peso poi avuto singolarmente nella storia dei singers-songwriters, che hanno contribuito a formare il rosario della canzone popolare americana e definirla nel tempo.

Che occupino posizioni importanti nel mercato o che fatichino con i loro dischi a superare le mille copie nel mondo, si tratta di personalità che occupano un posto importante nel cuore di chi frequenta con attenzione la musica d'autore e che finiscono con l'incuriosire sempre quanti hanno uno sguardo più ampio sulle faccende dello show business. Impossibile negare il fascino di questi giramondo, impegnati, romantici e solitari quanto basta per farsi ancora largo sulle riviste musicali (o, almeno, su quelle che resistono) e nell'editoria che impila volumi su volumi dedicati a questi infaticabili produttori di storie.

 

Bob Dylan

Con Bob Dylan che continua ad aprire generoso i suoi archivi e con Bruce Springsteen che a Broadway ha fatto del suo songwriting una piece teatrale autobiografica prestissimo destinata al piccolo schermo (Netflix, 16 dicembre, a corollario di quindici mesi in scena a New York), mettere mano a qualche interessante volume dedicato a questi piccoli grandi eroi, non tutti assistiti dallo stesso tipo di fortuna, è più che doveroso e garantisce, per strano che possa sembrare nel 2018, un tuffo nell'attualità mai perduta dai personaggi in questione.

libro dylanMentre il cofanetto "More blood more tracks" rivela ogni angolo nascosto delle session da cui scaturì "Blood on the Tracks", capolavoro anni Settanta di Bob Dylan e crocevia obbligato per chiunque voglia tuffarsi in un concept sugli amori che finiscono, si consiglia di mettere mano al volume "Bob Dylan" inserito nella collana "La storia del rock - I protagonisti", edito da Hoepli e curato in maniera eccellente da Salvatore Esposito. Proprio partendo dall'analisi di "Blood on the tracks" e trascurando saggiamente i commenti di parte di Jakob Dylan che si defila ("Non riesco ad ascoltare dischi come quello... chi vorrebbe soffermarsi su canzoni che parlano di tuo padre e di tua madre che si stanno separando?") si comprende quanto utile sia continuare ad approfondire la materia. Esposito, che passa al microscopio tutta la carriera di Dylan disco per disco, avvalendosi di preziosi contributi di saggisti e anche musicisti (è il caso del violinista Michele Gazich che con l'America che fa canzoni ci convive e ci suona), ascolta, riascolta e ricorda: “C’era di più della semplice poesia. Ogni brano tesseva una storia a tutti gli effetti, in realtà a volte erano più storie in una, che lasciavano l’ascoltatore non solo commosso dallo schietto impatto emozionale della performance, ma anche con dei testi su cui discutere e da esaminare”. Ecco, il bello è ricordare insieme, rivalutare le cose, riscoprire: un libro sa portarsi dove soltanto la musica non basta. E tutto insieme, musica, lettura, approfondimento, ci fa viaggiare ancora una volta su quelle strade costruite tanto tempo fa.

 

Eric Andersen

C'era anche Eric Andersen tra i protagonisti del 1975 dylaniano. Dopo essersi abbeverato alla fonte del Maestro Bob seguendone l'ispirazione di farsi elettrico già negli anni Sessanta, Andersen si trovò ad aprire due concerti del tour di Dylan. Era reduce dal meraviglioso "Blue River" in cui compariva anche Joni Mitchell. Nonostante la grande visibilità e altri preziosi lavori in studio (viene in mente "Be true to you", contemporaneo libri andersen FullSizeRenderdi "Blood on the tracks" e splendido ritrovo di anime belle - da Jackson Browne a Jennifer Warnes) il percorso di Andersen - amico di Patti Smith, buon frequentatore del giro di The Band (col compianto Rick Danko anche alcuni progetti discografici) - è proseguito fino ad oggi sempre lontano dalle grandi luci ma senza smarrire mai quella direzione, quella luce personale, quel focus, che questo tipo di figure, salvo grandi incidenti di percorso o incurabili crisi personali, privilegiano. A questa incrollabile integrità rende merito l'appassionato giornalista Paolo Vites, che da inguaribile e integro osservatore della scena ha messo insieme a Roberto "Jacksie" Saetti (che si autodefinisce "pescatore e perditempo", ma che è risultato spalla essenziale) il volume "Ghosts upon the road"  (pubblicato dall'associazione Late for the Sky): dal titolo di un album di Andersen del 1989, partorito negli anni in cui, trasferitosi in Norvegia, iniziava a sentirsi europeo e a guardare ai suoi fantasmi americani da una certa distanza. Per i frequentatori della tanta musica d'autore trasportata a fatica in Italia anno dopo anno, concertino dopo concertino, locale dopo locale, il libro è un tuffo in acque note (la vicenda umana del prezioso promoter Carlo Carlini, scomparso anni fa; il lento appropriarsi di certi songwriter - da Elliott Murphy a Willie Nile - delle nostre piccole 

R-3071092-1314347531.jpegcase musicali sparse nelle città e nelle campagne della provincia italiana), ed è anche un utile riassunto della vita e dell'opera musicale di Andersen che mancava.  Apprendiamo che Eric si dichiarò alla sua futura moglie sulle scale di Santa Maria in Trastevere a Roma ma soprattutto che nei giorni precedenti la sua morte, il manager di Beatles Brian Epstein si era fortemente interessato ad Andersen invitandolo a pranzo nella swingin' London. Nulla accadde poi, per ovvii motivi, se non il ritrovamento, tra le carte di Epstein, di un appunto che riportava "Eric's music makes me happy"Potremmo disquisire per ore delle sliding doors che nella vita qualche volta girano, qualche volta ti si bloccano sul muso. Ma Andersen, a differenza di Epstein, è tra noi e continua a raccogliere idee che trasforma in canzoni. Siamo in pace così. Non è diventato Bob Dylan, ma quanti lo sono diventati? E Dylan, è forse ancora lui o spesso ci tradisce?

 

Steve Wynn

Chi non ci tradisce, mai, dai primi anni Ottanta, ovvero da quando mise proditoriamente insieme i Dream Syndicate, è Steve Wynn, che a occhio e croce una trentina di album fa (band, carriera solista, progetti laterali) era un ragazzo di Davis, California, che aveva libro wynnscritto la sua prima canzone, Sing my blues a nove anni. Sing my blues, scrive Wynn nella prefazione, "è l'unica che non troverete in questo libro". Tutte le altre ci sono, da Tell me when it's over, che apriva il leggendario "The Days of wine and roses" dei DS (1982) fino a Recurring (Steve's dream) che è la traccia bonus dell'ancora fresco "How did I find myself here", album del 2017 che ha portato la riformata band californiana anche in Italia a più riprese. In "Steve Wynn, complete lyrics 1982-2017" (CreateSpace Independent Publishing Platform) l'autore, cantante e chitarrista tra gli artefici del Paisley Underground offre, riordinati cronologicamente, tutti i testi da lui scritti in trentacinque anni, quelli che portarono suo papà un giorno di qualche anno fa a dire "la tua più grande forza sono i testi". Wynn aggiunge scherzosamente nella prefazione "e allora la mia abilità di compositore, la mia chitarra elettrica, i tanti chilometri fatti in giro per il mondo, non contano nulla?". Contano eccome, e sappiamo che la vera forza sta nella fusione di tutto e che le parole da sole (parlatene con de Gregori) non sempre sommano poesia, ma quelle di Wynn, peraltro ben spiegate wynndall'autore con saporite argomentazioni disco per disco (sentitelo per "Here comes the miracles", eccellente doppio solista del 2001: "ero in un bar, davanti a un caffè, avevo tante canzoni finite, troppe?, no, le misi in fila in 10 minuti, nell'ordine che risultò poi definitivo, e questa cosa non mi accade mai, tanta velocità non è da me, ma succedeva per quello che ancora oggi considero il mio disco migliore") sono ammantate di bellezza e cariche di visioni. Sarà anche per questo - come Wynn rivela, un po' sorpreso - che il nostro ragazzo quando deve compilare carte governative o richiesta di visti per i paesi che visita con la sua musica non scrive "musicista" ma "writer". Scrittore.

Dylan, Andersen e Wynn sono la punta di un iceberg che non teme le alte temperature.  

 

Ermanno Labianca

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