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3 aprile 2015

Steve Hackett

WOLFLIGHT

2015 - InsideOut Music
[Uscita: 30/03/2015]

Inghilterra 

 

SteveHackett-WolflightDei cinque elementi che costituirono la formazione più significativa dei Genesis, Steve Hackett è quello rimasto sempre più coerente con il sound originario della band, sia nei lavori solisti di propria composizione, sia nei diversi capitoli della saga “Genesis Revisited”, in studio e dal vivo. Dopo una fase, all’inizio degli anni ’80, in cui sembrava essersi un po’ perso, tra album in cui flirtava con l’elettronica (“Cured”) o con altre sonorità a lui poco consone (l’infatuazione brasiliana di “Till we have faces”), dai ’90 in poi è ritornato a legarsi spesso a quelle sonorità di progressive rock maestose e romantiche dalle quali era partito. Oggi, Hackett, torna sulle scene con questo “Wolflight”: quando si parla di un artista con oltre 40 anni di attività sulle spalle, ci si avvicina sempre con una certa diffidenza, temendo che abbia già detto tutto. Inoltre la copertina non aiuta affatto. Per fortuna ci pensa già l’introduttiva Out of the body a dissipare timori e incertezze: l’impatto sinfonico che caratterizza questo breve strumentale colpisce positivamente fin da subito. Gli 8 minuti della title-track, che arriva subito dopo, si affidano a un’apertura ricca di sonorità etniche, sulle quali si innesta un arpeggio di inconfondibile sapore genesisiano, perfetto supporto alla melodia vocale che, invece, si stacca dalla storica band di “Foxtrot” e “Nursery Cryme” per spostarsi su territori più affini al folk irlandese, fin quando il tutto si indurisce grazie all’arrivo di un riff molto azzeccato. 

 

Steve-HackettCon i quasi 10 minuti della successiva Love song to a vampire, però, si ha l’impressione che lo schema (intro etnica, strofa folk, indurimento dei suoni) sia un po’ troppo fotocopia del brano precedente e che, inoltre, certe situazioni siano un po’ troppo portate per le lunghe. A smuovere le acque ci pensa, verso l’ottavo minuto, un assolo chitarristico dalle sonorità quasi metal, del tutto inusitate per Hackett. Per uscire un po’ dai clichès bisogna arrivare alla bizzarra The Wheel’s turning, che sembra cercare un connubio tra i Genesis più teatrali (quelli di The grand parade of lifeless packaging o di Get’em out by Friday), con una colonna sonora di gusto “circense” molto alla Nino Rota. Alla fine dell’album si ha un po’ l’impressione che gli ingredienti rimescolati tra loro siano sempre gli stessi: monumentali inserti sinfonici più vicini alle musiche cinematografiche che al prog, suggestioni esotiche, ora spagnoleggianti (affidate alla chitarra classica), ora arabeggianti (grazie all’abbondante uso di strumenti musicali etnici) e, naturalmente, un chitarrismo di forte matrice genesisiana, sia nei riff elettrici, sia negli arpeggi acustici. Tuttavia, Hackett dosa tutto ciò con una sapienza, un gusto e un senso della misura tali da non annoiare mai. E poi, diciamoci la verità: quale genesisiano della prima ora non si commuoverebbe di fronte all’intermezzo acustico di Earthshine, dove il tocco del chitarrista emerge più inconfondibile che mai? Alla fine bisogna ammetterlo: l’album è bello, a tratti molto bello e, maxresdefaultnonostante sia costruito un po’ su alcuni schemi molto precisi, i brani che entrano di più nel cuore sono proprio quelli che riescono a rompere qualche clichè e a emergere per la loro diversità, come Loving sea, una tipica pop-rock ballad radiofonica da fine anni ’70 di gusto molto british, e la conclusiva Heart song nella quale, in meno di tre minuti, sembrano quasi passare in rassegna 50 anni di rock inglese, dagli Yes ai Beatles, da Mike Oldfield ad Alan Parsons Project, dagli ELO ai Barclay James Harvest, tutti racchiusi in un semplicissimo ritornello.

 

Voto: 7/10
Alberto Sgarlato

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