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9 giugno 2013 , , ,

The Pretty Things

TALKIN’ ABOUT THE GOOD TIMES


The Pretty ThingsINTRO

 

Questo profilo è nato, per la cronaca, anni fa durante l'ascolto di Walking down the street, uno dei brani meno conosciuti dei PRETTY THINGS, cui segue I need somebody con i fiati che un pò disturbano: quella voce però é inconfondibile e fa la differenza; i due brani si trovano su “Electric Banana” ma sembrano outtakes di “Emotions” il terzo album dei favolosi Pretty Things, il meno amato dal gruppo proprio per l’aggiunta di fiati ed orchestrazione, decisione aliena alla banda. Stiamo parlando di uno dei capitoli meno noti e chiari nella storia di un gruppo che é sempre stato trattato come una band minore e troppo spesso liquidato come una copia dei Rolling Stones. Un'intro come un'altra per introdurre The Pretty Things, tra i gruppi inglesi seminali che ispirarono il garage americano, autentici punks del panorama R&B britannico, quello più selvaggio, con la voce da gatto selvatico di Phil May e la prodigiosa chitarra di Dick Taylor, intrisa di blues e della sacra lezione C.Berry-ana.

 

 

1964-1967: THE BLUES AND RHYTHM AND BLUES YEARS

 

Le similitudini tra THE PRETTY THINGS e Rolling Stones non sono solo invenzioni della stampa che li spacciavano come una versione più pericolosa degli Stones: il gruppo ha infatti le sue origini nella zona di Dartford, Kent a circa 25 km a sud-est di Londra, luogo di nascita di Phil May e Dick Taylor, che poi é come dire Mick and Keith, ambedue nati a Dartford! Come molti giovani inglesi dei primi anni 60 scoprono e si innamorano del blues e presto formeranno un loro proprio gruppo, il cui nome viene preso da una canzone di Bo the pretty things 1964Diddley, Pretty Thing. Non tarderá molto il contratto con l’etichetta Fontana, grazie a Jimmy Duncan, manager del gruppo ed autore del loro primo singolo Rosalynche non fu mai superato in intensitá: un attacco sonico che colpisce immediatamente, un brano frenetico, possiamo solo immaginare le facce sconvolte degli spettatori che videro nel 1964 quell’apparizione a Ready Steady Go!, purtroppo non sopravvissuta al tempo. I Rolling Stones con il loro aspetto trasandato in un’epoca dove l’uniforme era la regola giá avevano infastidito e scandalizzato: con i Pretty Things si passò davvero il segno; come era possibile che un gruppo di degenerati suonasse una musica cosí selvaggia sfidando occhi ed orecchie di tutta la gioventú e della popolazione in generale dell'amata Inghilterra? Piú sporchi degli Stones, Phil May con i capelli piú lunghi mai visti, Viv Prince un batterista scatenato il cui unico rivale era Keith Moon, o sarebbe meglio dire erede? Eh sí, perché quando Keith si fece conoscere il nostro Viv già ne aveva combinate delle belle, rimanendo a piedi in Nuova Zelanda nel 1965 dopo una lite con il comandante che ordinó che scendesse dall’aereo che riportava il gruppo a casa; era stato un tour talmente riuscito che valse ai Pretties il premio di divieto di ritorno in quel paese! Rosalyn fu un buon debutto, peró con il successivo Don’t Bring Me Down raggiunsero per la prima ed unica volta il n. 10 della Top Ten britannica nel 1964. "The Pretty Things", il primo album omonimo uscito nel marzo 1965, debitore soprattutto al grande Bo Diddley (“We thank you Bo for the name...”) ma anche a Jimmy Reed e Chuck Berry, contiene dei brani blues di grandissimo calibro (nonPretty-Things-The-Pretty-Things avevano rivali in tal senso) ed un paio di originali nella stessa vena. Si racconta che quando il boss della Fontana si presentó durante le registrazioni, se ne andó dopo mezz’ora lamentandosi che non sarebbe rimasto lí con quel gruppo di animali! Varie le apparizioni televisive in Europa, fortunatamente arrivate fino a noi grazie a you tube. Incredibile per esempio l’apporto degli archivi televisivi Francesi che ci hanno regalato innumerevoli filmati storici di vari artisti dell’epoca. In Olanda partecipano al Blokker Festival (First Show) (Second Show) dove i fans impazziscono per il gruppo; assolutamente imperdibili i relativi filmati che qui vi offriamo, fedeli testimoni dell’energia del gruppo nella sua formazione originale. Anche negli Stati Uniti grazie al celebre programma Shindig! i Pretty Things fanno conoscere ai giovani americani il loro blues e rhythm & blues bastardizzati, con Big city ed il successivo 45, Honey I need  (incluso nel 1° LP), che uscito all’inizio del 1965 consolida la reputazione del gruppo, nonostante non riesca ad entrare nella Top Ten per poco. Nel dicembre del 1965 pubblicano lo stupendo secondo album “Get The Picture?”. Viv Prince é presente solo in parte e salvo qualche avventura musicale posteriore di lui non si saprá quasi piú niente. You don’t believe me  apre il disco, un brano meraviglioso che mostra i Pretties in una nuova luce, il momento in cui forse si avvicinano di piú al folk-rock ed al jingle-jangle sound dei Byrds; il pezzo porta anche la firma di un noto session man, un certo Jimmy Page,  che vi suona la chitarra ritmica; poi ci sono Twink alla batteria e John 'Freddy' Gandy al basso, ambedue membri dei Fairies. In questo secondo album c’é thepretty things GET THE PICTUREmolta piú varietà musicale, compresa un’apertura al soul con covers di Cry To Me e I had a dream, ed una strizzata d’occhio al folk-rock con London Town. Ovviamente non mancano pezzi nel vecchio stile Pretty Things come Buzz the Jerk o la stessa Get the Picture?. Alla batteria a partire da questo momento siede Skip Alan che si dimostra un vero Pretty, inquieto al pari il suo predecessore, come dimostra un filmato del 1967 in cui il gruppo esegue Children e la inedita Reincarnation. Questa formazione, che oltre al giá citato Phil May alla voce e Skip comprende gli enigmatici John Stax al basso, Brian Pendleton alla ritmica ed il fondamentale Dick Taylor alla solista (bassista negli Stones embrionali!) avanza poderosamente senza freni, regalandoci tra la fine del ‘65 e l’inizio del ’66 singoli esplosivi come Midnight to Six ManCome See Me ed un paio di EPs tra cui "On Film" che presenta sonoritá e temi che anticipano la psichedelia con Can’t stand the Pain e Lsd  (quest’ultima si suppone basata sul sistema monetario inglese pre-decimale, composta e giá registrata dai Manfred Mann). Dopo un 1965 caratterizzato da vicende varie (anche scandali) oltre che da registrazioni e dischi, un 1966 foriero di cambiamenti importanti ma in realtá deludente musicalmente: terminerà con all'attivo solo qualche singolo tra i quali una cover dei Kinks, A house in the country e con Progress che anticipa le sonoritá di Emotions. Del 1966 sono varie apparizioni televisive tra le quali una alla tv svedese Popside. Sarebbe giustificato pensare ad un gruppo al punto di implodere; di lí a poco Stax e Pendleton se ne andranno e si chiude un ciclo. Arrivano Jon Povey e Wally Waller ex Fenmen, dalla destrezza vocale invidiabile: essa si aggiungerá al suono dei nuovi Pretty Things cosí come la loro abilitá compositiva e musicale, essendo entrambi infatti in grado di suonare differenti strumenti. Jon passerá da batterista dei Fenmen soprattutto a tastierista e Wally, amico d’infanzia di Phil May, imbraccerà per la prima volta in vita sua il basso. Per prendere atto dei risultati positivi di tutti questi cambiamenti dovremmo aspettare ancora un pó: intanto all’inizio del 1967emotions esce “Emotions”, senz’altro un album di transizione, non privo di brani molto belli come Growing in my mind e The Sun, nei quali l’orchestrazione anche se imposta produce buoni risultati. Nello stesso periodo iniziano a registrare brani per la libreria musicale De Wolfe, non tanto destinati al mercato discografico quanto ad essere usati in colonne sonore, programmi radio o televisivi. Verranno poi ri-pubblicati a dieci anni di distanza: i tre dischi originali erano “Electric Banana”, “More Electric Banana” “Even More Electric Banana”; ripubblicati qualche anno fa in raccolte dedicate a quel periodo come “The Electric Banana Blows your mind”. Sono di quest’epoca alcuni dei migliori pezzi mai scritti dai nostri eroi, soprattutto intorno al 1968-69 (AlexanderIt’ll never be me, Eagle’s SonBlow your Mind) e grazie alla loro apparizione nel film “What’s good for the goose” li possiamo ammirare in gloriosi colori psichedelici!

 

 

1968-1971: THE PSYCHEDELIC YEARS

 

Ma torniamo indietro un attimo alla discografia ufficiale. Per quanto grande il gruppo degli esordi, l’apice si raggiunse quando liberatisi dell’etichetta Fontana, i nuovi Pretties ricaricati e pieni d’energie si tuffarono completamente nell’oceano psichedelico, lasciandosi trasportare e cavalcando con sicurezza le onde psichedeliche. Lo dimostrano con lo stupefacente brano e singolo Defecting Grey, uscito per la EMI Columbia. Dopo unatheprettythings1968 versione demo di circa 8 minuti si arriva ad accorciarlo e si pubblica infine con una durata di 4:30 minuti, nonostante la pressione della casa discografica di non andare oltre i tipici 3 minuti di un singolo. In questa giostra psichedelica si alternano momenti tranquilli ad improvvise esplosioni di fuzz, con una strumentazione ampliata a mellotron e sitar: il tutto stordì non pochi all’epoca. Il retro Mr Evasion conferma l’ottimo momento del gruppo. Di questo periodo di rinascimento é la stupenda e inedita Turn my head, giuntaci grazie a sessions registrate per programmi radio della BBC. Si apre il 1968 con il magnifico singolo Talkin' about the good times/Walking thru my dreams un vero e proprio gioiello della corona Psichedelica inglese.

 

S.F. SORROW

 

Dopo vari mesi, finalmente nel 1968 esce il capolavoro “S.F. Sorrow ”: Importa poco che questo disco sia in realtá la prima opera-Rock, divorato da Pete Townsend e fonte d’ispirazione per il piú celebre “Tommy”. Per seguire la narrazione e rendersi meglio conto della storia di Sebastian F. Sorrow, all’interno della copertina apribile disegnata da Phil May si trovano i testi delle canzoni unite da una trama che lega un brano all’altro. Il gruppothe pretty things sf sorrow arrivó con quest’album a vette mai piú raggiunte ed oggi é giustamente e finalmente considerato alla pari di dischi come “Sgt.Pepper” e “Piper At The Gates Of Dawn”. Fondamentale sará Norman Smith produttore residente degli studi Abbey Road, famoso per aver lavorato con i primissimi Pink Floyd e considerato come un’altro Pretty Thing dalla stessa banda che ne riconosce la volontá ed abilitá di sviluppare e scoprire nuove sonoritá. Molti sono i brani da estrapolare ma davvero é uno di quei dischi da ascoltare tutto di un fiato! Tra i migliori episodi The Journey/I see you/Well of Destiny. Durante le registrazioni Skip se ne va e subentra Twink dei leggendari Tomorrow e ancor prima dei Fairies, che registrarono una manciata di singoli tra i quali Get Yourself Home, inciso anche dai Pretties come possibile seguito di Don’t bring me down, ma poi scartato per essere troppo simile. Le connessioni con i Pretty Things sembrerebbero forti, peró in realtá la relazione dura poco. Twink é comunque un personaggio, come dimostra Private Sorrow dove lo possiamo ammirare come mimo, avendo introdotto la parte teatrale del suo show giá collaudata con i Tomorrow. Seguono le apparizioni in diverse parti d’Europa, con buona accoglienza in cittá come Parigi e Amsterdam. Ricorda Phil May come a Roma, nel Piper, il pubblico rimase stupefatto, a bocca aperta ancor prima che una sola nota fosse suonata. Per fortuna nel corso del concerto i Pretty Things riuscirono a vincere l’incredulitá della gente. Possiamo goderci Death e Baron Saturday, ambedue da "S.F. Sorrow", cosí come le videro i telespettatori in Francia all’epoca. The Pretty Things riproporranno S.F.sfsorrow2 Sorrow molti anni dopo, nel 1998, dal vivo agli Abbey Road Studios di Londra: nel CD che ne esce, "Resurrection" (1999) appaiono anche nel ruolo di narratore il vecchio Arthur Brown, uno dei deus ex-machina dell'underground britannico dei sixties, ed il chitarrista David Gilmour in cinque brani. Il tutto infine sarà immortalato e visibile in un DVD uscito nel 2003 per la Recall (UK) /Snapper, "S.F. Sorrow Live at Abbey Road".  Rimanendo in tema di DVD segnaliamo il sontuoso doppio "40th Anniversary: Live in Brighton" (2006, Snapper) che vede la band impegnata nei suoi brani più significativi incisi nell'arco di quattro decadi.

 

PARACHUTE

 

Un pó come per il 1966, il 1969 non ci regala molto ed il gruppo soffre il ricambio piú grande avvenuto fino ad allora: Dick Taylor abbandona e da lí a poco produrrá il debutto degli Hawkwind nel 1970. Una perdita importante che si nota immediatamente nel suono di “Parachute”, l’ultimo grande disco del gruppo. Votato disco dell’anno dalla rivista Rolling Stone, Parachute va al passo con i tempi ed alla psichedelia subentra l’hard-rock, ed theprettyparachuteanche qui il gruppo eccelle. Proveniente dalla Edgar Broughton Band, alla chitarra solista si sistema Victor Unitt che durerá giusto il tempo di registrare l’album, mentre si registra il ritorno alla batteria di Skip Alan. Tra i brani piú duri Cries from the Midnight Circus e Sickle Clowns. C’é anche abbondante spazio per momenti piú delicati come She’s a Lover (la mia favorita) e Grass. L’album é stupendo, in alcuni momenti ricorda anche i Beatles di “Abbey Road” (In the Square). Di questo periodo sono anche alcune ottime canzoni mai pubblicate come Send my loving e Spring ora fortunatamente disponibili nell'ottimo doppio cd “The BBC Sessions". Seguiranno un paio di buoni singoli usciti nel 1971 con Pete Tolson invece di Victor Unitt, come October 26/Cold Stone e Stone Hearted Mama, con i quali si conclude il miglior momento dei Pretty Things che attraverso fasi diverse continueranno a suonare ed incidere sino ai giorni nostri. Tutti gli album citati sono disponibili in CD ad ottimi prezzi con brani extra, includendo vari singoli e brani usciti in origine solo su EPs, piú qualche sorpresa.

                           

                                                          ALDO  REALI

 

 

1971-1975: POP GLAMOUR E RHYTHM'N'BLUES

 

The Pretties: feroci guys dei bassifondi londinesi che incendiavano i pubs inglesi con le loro schegge elettriche di lascivo e depravato rhythm and blues, raffinati dispensatori di conturbanti perle psichedeliche nella seconda, luminosa fase della loro strabiliante carriera. Dal 1965 al 1970, cinque anni di grande, grandissima musica, che nulla aveva da invidiare ai lavori coevi di gente come Stones, Who e Kinks, se non il numero delle copie di dischi vendute. E dopo? In che modo i nostri eroi affrontano il passaggio dagli entusiasmanti e profumati anni sessanta, vissuti nonostante tutto da prettymadnesssplendidi protagonisti, al decennio più disilluso e complicato che si apprestava a nascere? Chi sono i Pretty Things degli anni settanta? Semplice: sono cinque ragazzi dal glorioso "passato" che non hanno nessuna intenzione di smettere! Cinque ragazzi che sfornano una triade di albums micidiali, certamente differenti dai capolavori passati, ma che assolutamente meritano un più degno riposizionamento all'interno della letteratura rock. Dopo continui avvicendamenti nella line-up della band, in verità sempre alquanto instabile, la formazione che si stabilizza intorno al vocalist Phil May comprende il fido John Povey alle tastiere, l'ex Eire Apparent Pete Tolson alle chitarre (che in quanto a bravura non è da meno al grande Dick Taylor) e la potentissima sezione ritmica composta dal turbolento batterista Skip Alan (già dimissionario nel marzo del 1968 in seno alla lavorazione di S.F. Sorrow sostituito da Twink) e dal bassista Stuart Brooks, proveniente dai Black Cat Bones, che però lascerà quasi subito per far posto all'ex Matthews Southern Comfort Gordon Edwards. Nel 1974 è da segnalare l'ingresso di un secondo vocalist che va ad affiancare May, lo scozzese Jack Green, proveniente da una breve esperienza come chitarrista nei T. Rex (dal luglio a novembre del 1973). È questo un periodo che vede i Pretties esibirsi maggiormente in piccoli clubs e nei circuiti universitari, ambienti sotterranei e con poca visibilità, ma sicuramente luoghi in cui la creatività della band non deve scendere agli odiosi compromessi imposti dalla ricchezza facile elargita dal mainstream musicale. Non che theprettythingssilktorpedonon avessero addosso la pressione delle majors per le quali incidevano (Emi prima, Warner ora), ma, semplicemente, se ne fregavano altamente! E in questo i ragazzi hanno rappresentato da sempre un'affascinante anomalia: erano sì una band che incideva per colossi dell'industria musicale, ma vivevano e suonavano in modo genuinamente "underground", fino ai nostri giorni. Per questo motivo i Pretty Things non sono mai stati campioni di vendite, ma ci hanno lasciato una ricchissima discografia che, in un'ipotetica classifica di Serie A, si assesterebbe sicuramente in zona Champions (perdonatemi l'orrido esempio calcistico ma rende bene l'idea). Non parliamo solo dei mai troppo celebrati capolavori degli anni sessanta, ma, appunto, anche dei tre gioiellini "sotterranei" pubblicati nel primo lustro dei seventies. I "magnifici tre" in questione sono “Freeway Madness” (Warner Bros. 1973), “Silk Torpedo” e “Savage Eyes”, pubblicati entrambi dalla zeppeliniana Swan Song rispettivamente nel 1974 e 1975. Sostanzialmente sono tre dischi di grande, fottuto "british rock", dischi che mantengono una costante stilistica che li fa sembrare tre volumi di un'unica, splendida opera, e questo non vuol dire che siano tre albums identici, sia ben chiaro! Da qualche parte si è accostato questi tre lavori all'AOR (!) e abomini simili: è innegabile che dai loro solchi fuoriesce (anche) ciò che  imperava nella Londra tutta piume e lustrini di quei giorni: influenze glam e hard, vero, ma sapientemente innestate sull'indistruttibile ossatura r'n'b e pop (nel senso più alto e nobile del termine), marchio di fabbrica della band, in modo da creare un equilibrio magico e dall'altissima caratura artistica. Brani come Religions Dead, Havana Bound (da Freeway Madness); Joey, Come Home Momma, Singapore Silk Torpedo, Belfast Cowboys (da Silk Torpedo); e ancora It Isn't Rock And Roll e la bellissima Sad Eye da Savage Eyes prettyeyerappresentano la quintessenza del suono inglese (e non) del periodo, ed il "trattamento" à la Pretty Things svetta su tutto. Questione di attitudine, dunque, nella vita e nei confronti di fare musica, dischi e concerti; e la loro attitudine era (è) quella giusta. L'artwork che correda le covers è opera dello studio Hipgnosis, e questo a completamento di un discorso di ricercatezza non solo musicale, ma anche estetico. Un'altra menzione particolare la meritano di sicuro Peter Grant, "monumentale" manager dei Led Zeppelin, e gli Zepp tutti, che accolgono il gruppo sotto la loro egida dopo la fine del rapporto con la Warner. Questo a dimostrare l'enorme rispetto e la sincera devozione da parte di superstars come Page & Co. nei confronti di un nome importantissimo come quello dei Pretty Things. E non è cosa da poco. La loro parabola si interrompe improvvisamente nel 1975.

 

 

GLI  '80 e '90:  IL RITORNO ALLE RADICI - UNA NUOVA SBORNIA BLUES e R&B

 

Dopo cinque anni i Pretties risorgono, ed alla grandissima! Ritornano in formazione Wally Allen, bassista in S.F. Sorrow, ma, soprattutto, il chitarrista Dick Taylor. Con May, Alan, Povey & Tolson i Pretty Things nuovamente al gran completo! Frutto di questa attesissima rentrée nel giro che conta è “Cross Talk”, pubblicato dalla Warner nel 1980, disco che mostra al mondo (del rock) che i Pretties ci sono ancora e soprattutto ci sanno ancora fare! Ricominciano così a macinare chilometri on the road: splendidaPretty-Things-Live-At-Heartbreak Hotel testimonianza di questo periodo è il disco registrato dal vivo “Live at Heartbreak Hotel”, pubblicato in Inghilterra dalla benemerita Big Beat nell'agosto del 1984, in piccoli locali devoti al rhythm and blues, zeppi di passione e amore, entrambi contraccambiati. In Live at Heartbreak Hotel  la band ripropone con grande grinta una serie di classici del blues e del r&b che avevano già reso grandi i primissimi due album in studio, Big Boss Man, King Bee, Rosalyn, Road Runner, Don't Bring Me Down, Mona, più Shakin' all Over, Round'n'Round, e alcuni dei loro primi successi firmati Dick Taylor, Midnight To Six, Honey I Need. La storia dei Pretty Things non si è affatto esaurita. Centinaia di concerti infuocati ogni anno e pubblicazioni  negli anni successivi di dischi tutt'altro che prescindibili (da “Out of the Island”  - un'ottima compilation uscita nel 1998 dei primi cinque album - a “Resurrection”, “Rage Before Beauty”, “Balboa Island”), fanno sì che la venerazione di migliaia di appassionati sparsi nel pianeta, nei confronti di ‘Cette ancienne group...’ continui ad ardere esattamente come nei bei giorni del Marquee e dell'Ufo Club, del Middle Earth e del Roundhouse.

 

 

                                                       ANTONIO  LEONE

 

 

pretty things chicagoAnche gli anni '90 della band sono consacrati a ribadire i sacri fuochi del blues e del rhythm'n'blues rimasti immutati, anzi sono fortemente ribaditi con due lavori: "The Chicago Blues Tapes with Yardbird Blues Band" (1991, Floating World) e "Wine, Women & Whiskey: More Chicago Blues & Rock Sessions" (1994, Demon Rec.) a nome The Pretty Things & Yardbird Blues Band. In realtà dei vecchi gloriosi gallinacci insieme a Phil May e Dick Taylor qui compare solo il batterista Jim McCarty, e la line up è completata dal bravo chitarrista-armonicista Studebaker John e dal bassista Richard Hite. E così nel primo volume i nostri ricominciano ad esplorare senza risparmio di energie la storia del blues elettrico così come si sviluppò nella 'windy city" nelle decadi antecedenti alla british invasion, influenzandola poi in modalità massicce: insomma si tratta della classica storia del figliol prodigo - figlioli in questo caso - che torna all'ovile. 15 brani scritti dai padri del blues, scelti in un vastissimo repertorio: Spoonful, Can't Hold Out, Ain't Got You, Long Tall Shorty, You Can't Judge a Book by the Cover, Caress Me Baby, più uno dei primi hits dei Rolling Stones, Time Is on My Side, e qualche deviazione verso il soul (Chain of Fools), il jungle rock di Bo Diddley (Diddley Daddy) ed il rock'n'roll più classico (Don't Start Cryin' Now). Grandi arrangiamenti, feeling e grinta da vendere, un sentito omaggio insomma alle radici prodotto da George Paulus, così come il secondo capitolo di tre anni dopo, sempreprettymorewomen registrato a Chicago. "Wine, Women & Whiskey: More Chicago Blues & Rock Sessions", in cui in qualche brano compaiono i fiati, riprende brani e classici del volume precedente come Spoonful, Diddley Daddy, Can't Hold Out; appare anche quell' I'm Crying che fu uno dei primi grandi successi degli Animals di Eric Burdon, in una versione non entusiasmante, qualche originale come lo strumentale The Amble di Dick Taylor, French Champagne  firmata dal produttore George Paulus, No Questions sempre di Paulus e di Phil May/John Grimaldi. Poi altri standard come Gettin' All Wet (Leroy Carr), Bad Boy (Eddie Taylor), My Back Scratcher (Frank Frost/Chip Young), It's All Over Now (Bobby Womack/Shirley Jean Womack), già portata al successo dai Rolling Stones. Più curato e ricco di contributi strumentali questo secondo omaggio al Chicago blues, ma meno spontaneo e grintoso del primo. Il bello deve però ancora venire: approfittando del clima di revival che si respira nei '90  gli inseparabili Phil May e Dick Taylor mettono su un estemporaneo ma vigoroso omaggio al sixties garage americano, quello delle bands - per intenderci - che fecero grande la doppia compilation di Lenny Kaye  "Nuggets", e così a nome  The Pretty Things 'n mates" (with Matthew Fisher) nel 1994 esce  "A Whiter Shade of Dirty Water", strano gioco di parole-incrocio tra un celeberrimo hit dei Procol Harum  ed uno degli standard più noti dei garagers The Standells. Il disco sarà ristampato nel 2005  dalla Voiceprint Records con il titolo "Rockin' The Garage". May e Taylor riuniscono alcuni musicisti inglesi del giro pub e punk rockgarage pretty things made in '70 come Ben Donnelly e Tony Oliver degli Inmates, Jonathan Edwards (Inmates, Vibrators) più Matthew Fisher,  il benemerito organista dei Procol Harum ed imprimono il loro inconfondibile marchio interpretativo grezzo e virile ad una serie di classici sixties garage evergreen: 96 Tears, Let's Talk About Girls, Sometimes Good Guys Don't Wear White, Pushing Too Hard, Kicks, Louie, Louie, Strychnine e He's Waitin' dei Sonics, insomma una vera epifania garage. Ciliegina sulla torta Midnight to 6 Man '93, una vigorosa rivisitazione corretta ed aggiornata del loro vecchio hit.

 

 

 ... RAGE BEFORE BEAUTY  -   BALBOA ISLAND

 

Nel gennaio 1999, a ben 19 anni da "Cross Talk", i Pretty Things tornano in studio con un lavoro intitolato significativamente "Resurrection", ma in realtà, come abbiamo già spiegato in questo profilo, i nostri si limitano a replicare nel 1998 negli Abbey Road Studios di Londra, il loro mitico concept album S.F. Sorrow con qualche ospite in studio. Il reale nuovo lavoro con Mark St. John come produttore della band, esce circa due mesi dopo, in Marzo. "...Rage Before Beauty", dopo una gestazione difficile e lunghissima (così si spiega anche il periodo così prolungato di assenza dalle sale di registrazione) dovuta a diatribe legali con la EMI ed alla volubilità artistica di Phil May e Dick Taylor. "...Rage Before Beauty" riscuote finalmente - per una band che ha fatto una gavetta lunghissima - un certo successo: si tratta di un album sostanzioso con brani che raggiungono anche i nove theprettythingsragebeefore beautyminuti  (Love Keeps Hanging On) ed i sei (God Give Me the Strenght, Pure Cold Stone); le forze profuse dalla band nei 14 episodi sono elevate, ma purtroppo la qualità del songwriting di Phil May (il compositore principale), Frank Holland, John Povey, Mark St. John, e degli arrangiamenti lascia alquanto a desiderare, sino a toccare in alcune occasioni punte decisamente scadenti (Not Givin' In, Goodbye Goodbye, Goin' Downhill). Abbiamo a che fare con una sorta di 'mainstream' che pesca nel gospel (God Give Me the Strenght), nella ballata, spesso con accenti troppo enfatici e forzati; anche a livello strumentale si gira a vuoto: l'interminabile Love Keeps Hanging On contiene addirittura mood e solo chitarristici 'gilmour-iani' degni di una Shine On You Crazy Diamond. Per fortuna ci sono anche dei momenti molto brillanti in cui i Pretties tirano fuori il loro peculiare sound e le radici più veraci: la vibrante di umori beat Passion of Love, Vivian Prince, intrisa di Bo Diddley-jungle sound, Everlasting Flame che sembra uscita  dai 'solchi' di S.F.Sorrow, e le ispirate slow-songs Fly Away e Blue Turns To Red. Poco riuscite invece le tre covers presenti: una Stones-iana Play With Fire  e la gloriosa Eve of Destruction (P.F. Sloan, Barry McGuire), troppo pompate ed incolori, meglio la vecchia 'bubblegum song Mony Mony di Tommy James & The Shondells con Phil May coadiuvato da una intrigante vocalist. "Balboa Island", dopo varie collaborazioni ed incisioni dal vivo negli anni 80 e 90, é il loro effettivo primo album in studio a 8 anni di distanza da "Rage...Before Beauty" (1999), nonché l'undicesimo dei loro 43 anni di carriera. Possiamo considerarlo un sunto musicale ed esistenziale in tal senso con flash vividi di un glorioso passato: The beat goes on, In the beginning, Livin' in my skin, nei quali vibranti toni autobiografici sono più che palesi: l'urgenza malinconica della voce di Phil May soprattutto rinverdisce i fasti degli balboainizi! Balboa Island é un album che solo i veterani del rock possono apprezzare con dedizione d'ascolto: in più di un episodio riemerge l'antica oscura energia pre-punk impregnata di blues urbano, ma anche di folk maturo e blues rurale. Gli otto minuti di (Blues for) Robert Johnson, omaggio ad uno degli indiscussi maestri del british blues, sconfinano ad onor del vero in una sorta di autocompiacimento esecutivo, si fatica un pò ad ascoltarlo per intero. Profonda ed oscura la lunga cover acustica della dylaniana The Ballad of Hollis Brown; coinvolgenti le altre reinterpretazioni emozionali di Feel like goin' home e Freedom Song. Altrove The Pretty Things ritrovano la leggerezza espressiva freakbeat delle pagine migliori di "Emotions" e "S.F.Sorrows" (Dearly Beloved, Balboa Island, Mimi, Pretty Beat). Un piccolo avvenimento un nuovo disco dei Pretty Things nel 2007, e senza che lo spirito originario sia andato perso: stiamo parlando dell'unica band della British Invasion dei '60 (oltre ai Rolling Stones) che è resistita nel tempo e con la line-up originale, unica eccezione il chitarrista Frank Holland, con loro dal 1992. Un timeless album denso e generoso, appesantito un pò da un accentuato spirito autocelebrativo: a tutt'oggi l'ultimo lavoro in studio dei Pretty Things.

 

LE COMPILATION

 

pretty things bbc sessionsPer finire, tra le compilation (numerosissime e tutte non meno che buone, c'è solo l'imbarazzo della scelta!) che vi consigliamo di reperire se siete dei profani  in materia Pretty Things, o magari per completare la vostra collezione, indichiamo per necessità di sintesi solo alcune: "The BBC Sessions"  (2 CD, 2003, Repertoire), con molte unreleased tracks e consigliatissima, "Unrepentant -The Anthology" (2 CD, 1995, SPV Recordings),  "The Pretty Things, Still Unrepentant"  (2 CD + Bonus DVD, 2004, Snapper), con estratti video dello show per il 40^ Anniversario al Pressure Point di Brighton, "The Rhythm & Blues Years" (2 CD, 2001, Recall),  "The Pretty Things, The EP Collection..Plus" (1997, See For Miles Records), "Psychedelic Years, 1966-1970" (2002, Recall), "Singles A's & B's"  (3 CD, 2002, Repertoire), "The Singles A's & B's" (1977, Harvest), "1967-1971" (1983, See For Miles Records). L'ultima cronologicamente è uscita da pochi giorni, il 21 Maggio 2013, per Recall/Snapper: si tratta dei due CD di "Introducing The Pretty Things", 32 brani che pescano dall'intera carriera della band; se siete proprio all'asciutto di Pretty Things e questo profilo-tour de force vi avrà almeno fatto venir voglia di conoscerli potete iniziare anche da qui.

 

 
                                                          PASQUALE  WALLY BOFFOLI  

 

                     

 

 
bananaDISCOGRAFIA 

- The Pretty Things (1965, Fontana/Original Masters) 
- Get the Picture (1965, Fontana/Snapper)
- Emotions (1967, Fontana/Snapper)
- S.F. Sorrow (1968, Emi Columbia/Original Masters)
- Parachute (1970, Harvest/Demon)

- Freeway Madness (1972, W.B.)

- Silk Torpedo (1974, Original Masters)

- Savage Eye (1975, Snapper Music)

- Cross Talk (1980, Import)prettyep

- Live at Heartbreak Hotel (1984, Big Beat Records)

- The Chicago Blues Tapes 1991, with Yardbird Blues Band (1991, Floating World)

- The Pretty Things/Yardbird Blues Band: Wine, Women & Whiskey: More Chicago Blues    & Rock Sessions (1994, Demon Rec.)

- The Pretty Things 'n mates: A Whiter Shade of Dirty Water (1994)

- Resurrection (1999, Snapper)

- ...Rage Before Beauty (1999, Madfish)pretthingssingles

- Balboa Island (2007, Cote Basque/ Cadiz Music)

 

Compilation

 - The Singles A's & B's (1977, Harvest)

- 1967-1971 (1983, See For Miles Records)

- Electric Banana (1991)

- More Electric Banana (1991)

- Unrepentant -The Anthology (2 CD, 1995, SPV Recordings)

- The Electric Banana Blows your mind (1997)

- The Pretty Things, The EP Collection..Plus (1997, Miles Records)pretthythings2013

- The Rhythm & Blues Years (2 CD, 2001, Recall) 
- The Psychedelic Years 1966-1970, 2 CD (2002, Snapper/Recall)

- Singles A's & B's (3 CD, 2002, Repertoire)
- The BBC Sessions (2 CD, 2003, Repertoire)

- The Pretty Things, Still Unrepentant, 2 CD + Bonus DVD (2004, Snapper)

- Introducing The Pretty Things (2 CD 2013, Recall/Snapper)

 

 

 
 
 
 
Aldo Reali - Antonio Leone - Pasquale Wally Boffoli

The Pretty Things     

 

Articolo THE PRETTY THINGS 1964 - 1971: "Talkin' about the Good Times"

              pubblicato in origine su Distorsioni Blogspot il 19 Febbraio 2011

Balboa Island   Recensione pubblicata in origine su Distorsioni Blogspot il 18 Ottobre 2007

 


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