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30 marzo 2014

Yes

Il progressive magnificato

2014

 yesbbc                                INTRO

 

Per ricostruire tutta la carriera degli Yes in ogni dettaglio, tra innumerevoli cambi di formazione, tournèe mondiali di proporzioni oceaniche e una produzione di titoli pressocchè sconfinata, oltre a tutte le collaborazioni soliste dei vari elementi, non basterebbe un sito web apposito, e sicuramente ci sarà qualche “folle” (in senso buono) al mondo che lo avrà già fatto, o perlomeno ci avrà provato. In questo articolo cercheremo quindi di offrire a chi vuole avvicinarsi alla band una lettura critica della loro discografia, evidenziando i picchi creativi della progressive band anglosassone per antonomasia, insieme a Gentle Giant, King Crimson, Genesis.

 

1968/1969 – Gli esordi: Yes - Time and a word

 

La band debutta con un LP omonimo nel qual critica e pubblico vedono fin da subito potenzialità ben maggiori rispetto a quelle di qualsiasi gruppetto pop. Il prog-rock è ancora ben di là da venire e nelle loro prime tracce gli Yes omaggiano ciò che hanno più amato, dalla psychedelia al sound della West Coast americana, non risparmiandosi nelle covers.Yes_(Yes_album_-_cover_art) Qualche esempio? Una efficace I see you dei Byrds, Every little thing dei Beatles, e tra i vari singoli (poi inclusi in successive ristampe del disco), Everydays di Stephen Stills e una Something’s coming di Leonard Bernstein che rivela soprattutto il grande bagaglio classico del tastierista Tony Kaye. Ancora più dirompente il successivo “Time and a word” : la title-track di questo disco, pur diversa dalle complessità e dagli arzigogoli dei dischi futuri, entrerà nel cuore dei fans e spesso verrà riproposta in concerto durante tutta la carriera, talvolta persino dal solo Jon Anderson che la canta accompagnandosi alla chitarra acustica. La copertina, inoltre, con delle gambe femminili in primo piano, suscita un certo clamore e conquista l’attenzione del pubblico verso tutta quell’iconografia vistosa e variopinta che accompagnerà la band negli anni. Sulla scia del successo della band fioriranno tantissime ristampe, più o meno lecite, con titoli o grafica cambiati, dei primi due dischi o altrettanto sospette antologie che ammucchiano il materiale presente su questi due album. Un’operazione non dissimile da quanto accaduto ai Genesis con il dimenticato esordio “From Genesis to revelation”. Dopo questo disco ilTimeAndAWordUS chitarrista originario Pete Banks lascia il gruppo e verrà ricordato nel tempo soprattutto per un album, “Two sides of Peter Banks” che, a parte i molti ospiti di lusso che vi suonano (Steve Hackett e Phil Collins dei Genesis, Jan Akkerman dei Focus, il turnista John Wetton, peraltro con il nome sbagliato nelle note di copertina), si riduce solo a una lunga jam inutilmente dilatata. A proposito di covers: anche gli Yes della formazione più blasonata, quella con Anderson, Howe, Wakeman, Squire e Bruford, ne pubblicheranno una. Si tratta di una arguta rilettura di America di Simon & Garfunkel talmente stravolta nell’arrangiamento da diventare in toto un brano degli Yes. E' reperibile solo sull’album antologico “Yesterdays” e sul live “Keys to ascension Vol. I”.

 

1970 – The Yes Album

 

yes albumLa band dopo aver vissuto una fase alquanto embrionale e interlocutoria, con una formazione in parte rimaneggiata, dà alle stampe questo disco il cui titolo è tutto un programma: “The Yes Album”, a simboleggiare che in realtà  riparte da qui. Secondo i non-fans questo disco resterà il loro capolavoro, una perla ineguagliata. E in effetti l’album è tutto bello e contiene già quelli che diventeranno i principali stilemi della band: la potente Yours is no disgrace, con i suoi inserti jazzati e lo spigoloso assolo di chitarra wah-wah, la dolce Your Move, che poi si collega al vivace country di I’ve seen all good people, la complicata Perpetual change, il cui titolo è tutto un programma, l’epica e solenne Starship Trooper. Inoltre il disco è fatto, secondo molti, dalla miglior formazione di sempre, con Jon Anderson (voce, percussioni), Steve Howe (chitarra, cori), Tony Kaye (tastiere), Chris Squire (basso, cori) e Bill Bruford (batteria, percussioni).

 

1971 – Fragile

 

Il tastierista Tony Kaye è il primo defezionario, e va a imbarcarsi in un progetto personale chiamato Badger, tra jazz-rock, blues e momenti alla Santana, che purtroppo partorirà un solo ottimo album. Viene sostituito dal ben più ingombrante Rick Wakeman, già collaboratore di David Bowie e Strawbs. Ingombrante in tutti i sensi: per presenza sonora, perché si presenta sul palco con vistosi mantelli dorati,  per complessità di arrangiamenti, perché rispetto all’essenziale set di Tony Kaye, basato soprattutto su organo Hammond e sintetizzatore Moog, pone sul palco uno schieramento di almeno 10 o 12 tastiere. Con luiFragile gli Yes registrano il loro manifesto, un disco che a dispetto del titolo è tutt’altro che fragile e lo si evince già dalla portentosa partenza di Roundabout, un brano che diventerà forse il massimo simbolo degli Yes. Il disco contiene anche delle interessanti tracce individuali di ogni singolo membro, cosa mai “osata” prima da nessuno: il riarrangiamento di Brahms per sintetizzatori di Wakeman in Cans and Brahms, le piacevoli sovrincisioni vocali di Anderson in We have heaven, i pochi secondi di osticissima musica contemporanea di Bruford in Five per cent for nothing, a dimostrare l’intelligenza e la cultura musicale di questo drummer proveniente dal jazz, la galoppata bassistica di The Fish (Schindleria Praematurus) di Squire, spesso usata come assolo congiunto basso/batteria dal vivo con l’inserimento di varie citazioni di altri pezzi, il flamenco di altissima scuola di Howe in Mood for a day. Ma sono i brani dell’ensemble a fare la storia: la già citata Roundabout, Long distance runaround, Heart of the sunrise, non mancheranno mai più, da quel momento, nella scaletta live della band. Basti dire che l’energica South side of the sky, pur bellissima, fu talmente oscurata dalle altre da spingere la band a riscoprirla ed eseguirla per la prima volta dal vivo soltanto nel 2003!

 

La prima metà dei ‘70 – Close to the edge – Yessongs - Tales from topographic oceans -

 

close-to-the-edge"Close to the edge" è un capolavoro, ma inizia ad accusare quei sintomi di gigantismo che da lì in poi affliggeranno la band. Tre sole tracce, due sul lato A e una sul lato B. Siberian Khatru diventerà, dalla sua uscita, il brano di apertura per la maggior parte dei concerti della band. And you and i verrà ricordata come la massima espressione di dolcezza e struggente romanticismo raggiunta dalla formazione. La suite di 18 minuti che offre il suo titolo all’album spinge al massimo, davvero “vicino al limite”, la ricerca e la sperimentazione sonora degli Yes, con pesanti contaminazioni di musica classica e contemporanea, compositori tra ‘800 e ‘900 e jazz. Con Yes Album, Fragile e Close to the edge si chiude un’era, ben fotografata sul triplo vinile “Yessongs”, che contiene i tre album di studio quasi per intero. Oggi disponibile su doppio CD, all’epoca il disco era uscito in una splendida confezione “sfogliabile” nella quale ogni pagina era un quadro di Roger Dean, artista che legherà molto la sua fama a quella degli Yes. Da notare Yes-Yessongsche Bruford, batterista amante delle sfide e delle sperimentazioni, molto più che dei soldi, lascerà gli Yes all’apice della popolarità per entrare nei ben più sperimentali King Crimson. Nell’album dal vivo si possono sentire già le prime tracce del tour eseguite dal suo sostituto, Alan White, batterista ovviamente ottimo sul piano tecnico come tutti gli Yes sono sempre stati, ma non certo all’altezza del genio di Bruford. Come abbiamo detto, il gigantismo è dietro l’angolo, e dopo il live la band pubblica due dischi eccessivi e controversi. “Tales from topographic oceans” (1974) è addirittura un doppio vinile con quattro brani-suite, una per facciata, dai titoli estremamente evocativi: The Revealing Science of God: Dance of the Dawn, The Remembering: High the Memory, The Ancient: Giants Under the Sun, Ritual: Nous Sommes du Soleil. Le parti vocali ridotte all’osso e schiacciate da un debordare di virtuosismi strumentali - soprattutto del tastierista Rick Wakeman - affrontano tematiche ambientaliste ispirate dagli scritti del guru indiano Paramhansa Yogananda. Sempre strapazzato dalla critica, ed a volte anche dallo zoccolo talesduro della band, questo lavoro monumentale contiene tuttavia grandi illuminazioni armoniche ed una prepotente sontuosa creatività. L'ascoltatore può rimanervi intrappolato e sedotto, ma, con uguale intensità, rifuggirne soverchiato da cotanto gigantismo, nessuna via di mezzo. Il successivo “Relayer”, del 1975, vede una temporanea assenza di Wakeman, sostituito dallo svizzero Patrick Moraz, e ricalca fedelmente la formula a tre brani di Close to the edge senza coglierne però la magia e la dolcezza.

 

 

1977 – Going for the one

 

Ma gli Yes sono capaci di un colpo di coda del tutto inaspettato e nel 1977, in piena era punk-new wave e in un momento di palese declino del progressive rock, ecco che piazzano un capolavoro tra i più amati dai fans. Le cinque tracce di varia lunghezza sono tutte meravigliose: Parallels potrebbe essere un brano di hard rock se non fosse che il riff, anziché essere affidato a una chitarra o un Hammond distorto e in saturazione, è eseguitoYes_Going_for_the_One dal riconquistato Wakeman su un vero organo da chiesa di una cattedrale svizzera! La title-track rispolvera certe atmosfere country di Yes Album, Turn of the century mostra un uso intelligente e creativo delle percussioni intonate, Wonderous stories è una ballata strappalacrime che commuoverebbe chiunque. Ma il vertice del disco sta nei 15 minuti di Awaken, brano solenne, epico, sinfonico e monumentale come mai la band seppe essere prima! Buona parte di queste tracce continuerà a trovare posto nelle tracklist dei concerti della band per tutti gli anni a venire. Si può invece tranquillamente sorvolare sul poco riuscito “Tormato” del 1978, tentativo della band di coniugare il proprio stile barocco con la formula di una decina di canzoni di breve durata. Esperimento non riuscito, poche tracce si salvano, la maggior parte sono noiose e poco emozionanti.

 

1980 – Drama

 

All’inizio degli anni ’80 succede qualcosa di veramente assurdo. Esce infatti il primo album della storia degli Yes senza il cantante Jon Anderson, il cui timbro sovracuto e cristallino era da sempre il marchio di fabbrica della band. Anche Wakeman, figura di indiscusso peso artistico, se ne va. E gli altri tre, che fanno? Ingaggiano in blocco il duo dei Buggles, yes_dramala band che aveva appena scalato le classifiche con l’hit Video killed the radio stars. Geoff Downes (che poi andrà negli Asia) è un ottimo tastierista e Trevor Horn, qui in veste di cantante, non fa rimpiangere Anderson, ma non dimentichiamo che è uno dei più sofisticati e innovativi produttori del suono che esistono e così l’album “Drama” del 1980 si distingue per il suono potente, caldo e corposo. Alla faccia di tutti i trends imperanti, il disco, davvero bello (tranne la discutibile Into the lens, rimaneggiamento di un brano dei Buggles) contiene sei tracce, mediamente lunghe (a parte la fulminea White Car, eccellente esempio delle capacità sinfoniche di questa nuova line-up), di taglio inequivocabilmente progressive. Una nota curiosa: Does it really happen, forse il momento più riuscito dell’album, diventerà per breve tempo in Italia la sigla del programma televisivo Discoring.

 

1982 – 90125

 

Nel 1982 succede davvero di tutto! Rientra Anderson, se ne va però Steve Howe, sostituito da Trevor Rabin, e soprattutto rientra il tastierista storico Tony Kaye dopo dieci anni di lontananza dalla line-up! La collaborazione con Trevor Horn però prosegue, ed il produttore consente alla band di fare l’album con i suoni più incredibili e moderni ottenibili all’epoca, mediante uno spiegamento di tecnologie pari solo a quello della NASA. La fama della band era ormai offuscata dal cambiare delle mode, eppure “90125” contiene quell’hit che ancora oggi tutti canticchiano e con cui migliaia di coverbands al mondo si sonoyes_-_1983_90125 cimentate: la famosissima Owner of a lonely heart, che intaserà la programmazione radiofonica universale per diversi anni. Ovviamente la traccia più orecchiabile è forse anche la meno interessante di questo gioiello musicale che offre finalmente una formula vincente di adeguamento del vecchio prog-rock agli stilemi degli anni ’80. It can happen potrebbe essere una perfetta canzoncina beat anni ’60, con tanto di sitar, ma esplode in un crescendo strumentale poi copiato a piene mani da tutte le massime bands prog-rock e metal-prog nel corso degli anni, in primis i Dream Theater (ascoltare per credere!). Leave it offre dei giochi di armonie vocali degni dei Gentle Giant, i due-minuti-due dello strumentale Cinema mozzano il fiato. Rabin, oltre a rivelarsi chitarrista ipertecnico e innovativo, si ritaglia ampi spazi come secondo tastierista e secondo cantante. Una nota curiosa: di Owner of…: circoleranno in tv due video diversi, uno molto bello in cui un individuo ha delle visioni di animali feroci o pericolosi che poi si trasformeranno, sul finale, negli stessi Yes; l’altro, decisamente orribile, con la sola band che suona in uno scenario dai colori anni ’80 e per di più tagliato a metà durante il solo chitarristico. Con questo album la band rinnova totalmente la propria immagine e rinuncia allo stile dell’illustratore Roger Dean per abbracciare soluzioni “geometriche” più in linea col gusto del momento. Da questo album di grande successo verrà tratto il live “9012 live solos– the solos”, da ricordare più che per la fedele trasposizione live dei brani di studio dell’album, per una straordinaria, dilatata versione finale del classicissimo Starship trooper, da The Yes Album. Nel 1987 questa formazione, ormai guidata da Rabin, tenta di bissare il successo di 90125 con l’album “Big generator”, disco che meriterebbe una riscoperta, interessante e non tutto da buttare, a cominciare dall’hit di lancio, The rhythm of love, un delizioso esempio di pop song perfetta, che però non avrà un minimo della eco avuta da Owner of…

 

1989 – ABWH

 

Possiamo definirlo il canto del cigno degli Yes. E paradossalmente, l’ultimo grande disco degli Yes non esce a nome Yes! Infatti si tratta dell’unico album della band senza il leggendario bassista Chris Squire, che detiene i diritti del nome. Però rientrano Rick Wakeman e, udite udite, Bill Bruford. Così i quattro pubblicano l’album a nome Anderson Bruford Wakeman Howe. Al basso c’è Tony Levin, turnista famoso soprattutto per le sue collaborazioni con Peter Gabriel e King Crimson. In più la formazione è inspiegabilmente rinforzata da due oscuri turnisti, Matt Clifford e Milton McDonald, che irrobustiscono le parti13 - anderson bruford wakeman howe di chitarra e tastiere - come se ce ne fosse stato bisogno - svolgendo comunque un ruolo anonimo e marginale. La band riscopre la grafica di Roger Dean, che oltre a realizzare la copertina sarà anche art director del video di Brother of mine. E con i passaggi televisivi di questo brano, di Order of the universe e di I’m alive la band riscoprirà anche l’ebbrezza della popolarità e degli alti posti in classifica. Inevitabile il disco live, intitolato “An evening of music Yes plus”, uno stratagemma per infilare da qualche parte la parola Yes, in parte rovinato dal fatto che Bruford, in linea con il suo animo sperimentatore, non usa una vera batteria ma un gigantesco set di tamburi elettronici dai suoni orrendi. Una nota curiosa: in una sola data del tour mondiale, causa impegni, Levin non potrà partecipare e verrà sostituito dal grande jazzista Jeff Berlin. In rete gira un rarissimo video di quest’unica performance, nel quale si possono vedere le smorfie di dolore di Berlin dopo essersi cimentato con i 18 minuti ininterrotti di Close to the edge!

 

1991 – Union

 

Ogni dieci anni agli Yes succede di tutto! Stavolta da una parte ci sono Anderson, Bruford, Wakeman e Howe che vorrebbero bissare il trionfo dell’album a loro nome; dall’altra Squire, Rabin e Kaye vorrebbero tornare ai fasti di popolarità di 90125. Le due bands parallele iniziano a lavorare a due dischi diversi e, con un colpo di scena, durante il lavoro uniscono le forze. Ne nasce una strana band “binaria” con Anderson (voce) e Squire (basso) come elementi singoli di congiunzione, due chitarre (Howe e yes-union-1991Rabin), due tastiere (Kaye e Wakeman), Alan White alla batteria e Bill Bruford al suo orribile set di percussioni elettroniche. E ne nasce anche un disco lunghissimo, dall’evocativo titolo di “Union”. In realtà la maggior parte delle tracce vede coinvolta solo una metà o l’altra dei musicisti coinvolti, con Anderson e Squire a fare da trait d’union. Gli 8 musicisti fanno i servizi fotografici insieme tutti abbracciati e sorridenti e portano in giro un tour in cui suonano tutti e otto sul palco solo per onorare il contratto, ma in realtà i temperamenti istrionici, indomabili e un po’ presuntuosi di tutti gli Yes portano a liti talmente accese che la band non finisce neanche il disco in studio, e le tracce vengono finite “à la Yes” da un manipolo di oltre una ventina di turnisti, tutti citati nel libretto del disco, tra cui musicisti di bands importanti come Saga e Toto. Il materiale video del tour che gira in rete è comunque da vedere per gli epici “duelli” di chitarre e tastiere, mentre in studio l’unico hit Lift me up non raggiungerà i vertici di popolarità dei singoli tratti da ABWH. Dopo questa esperienza, Rabin dedicherà la sua vita per lo più a comporre colonne sonore, concedendosi rare incursioni ancora negli Yes e qualche disco solista di pop-rock radiofonico di gusto americano comunque di pregevole fattura.

 

Gli anni ‘90

 

Gli anni ’90 regaleranno ai fans continui cambi di formazione con tanto di fugaci passaggi di turnisti assurdi (chi si ricorda di Billy Sherwood o del russo Igor Korotchev?) e comunque, gli album che ne nasceranno, come “Talk”, “The Ladder” o “Open your eyes”, contengono sempre qualcosa di piacevole e interessante che può meritare più di un ascolto da parte dei fans. La band esiste tuttora, pur ormai priva di Jon Anderson, che si èkeys ritirato per problemi di salute delle corde vocali, sostituito, o meglio, scimmiottato da imbarazzanti cloni. Anche Wakeman si è ritirato, facendosi sostituire da qualcuno dei suoi numerosi figli tastieristi, ancora più ingestibili caratterialmente del padre, che sono durati poco. Oggi la band vede un rientro, chissà quanto duraturo, persino di Geoff Downes. Episodi da ricordare sono i due CD doppi della collana “Keys to ascension”, di fine anni ’90, non certo per gli anonimi e prescindibili brani di studio ma per l’abbondante materiale live che consente di apprezzare, risuonati oggi, con le tecnologie e la produzione attualmente disponibili, i grandi classici della band nelle ultime apparizioni della formazione più amata dai fans, quella con Anderson, Howe, Squire, Wakeman e White.

 

                                              ALBERTO SGARLATO

 

 

Il terzo millennio - Magnification - Fly from here

 

yes magnification"Magnification" (2001)  è concepito per - e registrato con - un' orchestra sinfonica: nel vecchio Time and a Word (1970) appariva una sezione d’archi ma in questo lavoro  si raggiunge con essa una integrazione perfetta. Dieci anni più tardi, dopo un malaugurato “Yes Remixes” (2003), il nuovo album del 2011 “Fly from here” è diviso idealmente nelle due vecchie facciate degli ellepì dei quali ha anche la durata di soli quarantasette minuti.  La prima parte è una classicissima suite divisa in sei movimenti dei quali, dopo la breve Ouverture, il brano seguente We can fly a confermare il titolo vola veramente altissimo in una perfetta 'Yes dimension' che non fa rimpiangere i momenti più belli del glorioso passato del gruppo. Il basso di Chris Squire è una macchina da guerra macinante e squassante come non si sentiva da tempo, lo sarà per tutto l’album eyes-2012-lineup basterebbe solo questo magnifico sentire per dare, se non altro, la sufficienza al disco. La suite procede tra momenti più acustici e altri più tosti fino al brano Madman at the screens dove, ne sono certo, mentre registravano il pezzo, le luci dello studio che colpivano gli Yes proiettavano sul muro le ombre fumose e inconsapevoli dei Gentle Giant. La voce di Benoit David quando canta in solitaria pur simile a quella di Jon Anderson non è poi del tutto clonata come si racconta in giro (punto a suo favore), mentre è invece nei frequenti cori che salta fuori, come il pupazzo a molla dalla scatola, il fantasma di Jon Anderson come nella stupenda We can fly reprise che termina con una certa ridondanza la ventina di minuti della piacevolissima suite. Se finora si era sentita la mancanza del protagonismo di Steve Howe, quest’ultimo si ritaglia un bello spazio in The man you always wanted mi to be (ottimamente cantata da Chris Squire) esibendosi nei tipici assoli birichini e sottili cheyes fly viaggiano, come suo solito, sulle note più acute del manico della chitarra, per poi riproporsi successivamente in completa solitudine nell’acustica Solitaire:pur facendo il verso alla sua antica e classicissima Mood for a day, è bella prova di chitarra classica suonata con estrema classe. Downes alle tastiere fa la parte del leone anche se ritroviamo Oliver Wakeman in un brano dal quale però non si capisce se oltre a non avere le enormi orecchie a sventola del padre possa averne o no anche le dita. Lo stesso Trevor Horn che produce l’album si ritaglia oltre a coreggiare qualche spazio tastieristico mentre la batteria di Alan White registrata inspiegabilmente “sotto”, unica pecca di una produzione magistrale, è assolutamente anonima e non brilla per evidenza e personalità. Se tra i difetti vogliamo metterci che se nessun brano è assolutamente memorabile e potrebbe stare alla pari con i vecchi classici, We can fly e la sua gemella diversa ci vanno molto vicino, scoprendo poi che l’ottimo brano è un fondo di magazzino che non trovò posto su Drama. Pur trattandosi di un genere musicale il cui nome è Yes-2014-tourdivenuto sinonimo di ridondanza e dinosauricità, da questo album trasuda una certa freschezza e una brillantezza di suono lieve e leggera che si fa ascoltare con grande piacere. Oltre al CD normale l’album è stato pubblicato in una seconda veste con allegato un DVD che documenta la realizzazione del disco e il videoclip del brano che abbiamo definito migliore. Potremmo concludere banalmente  scrivendo che con questo album gli Yes del terzo millennio hanno nuovamente spiccato il volo. Ma un nuovo album, dopo tre anni, bussa alle porte del 2014: "Heaven and Earth", con uscita ufficiale programmata per il 7 Luglio (UK) e l'8 Luglio (US). Sarà il primo con il nuovo vocalist americano Jon Davison, prodotto Roy Thomas Baker. Altrettanto banalmente: continuerà il volo?

 

 

                                              MAURIZIO PUPI BRACALI

Alberto Sgarlato - Maurizio Pupi Bracali
AScolta Yessongs (spotify)

  • DISCOGRAFIA
  • Yes (1969)
  • Time and a Word (1970)
  • The Yes Album (1971)
  • Fragile (1971)
  • Close to the Edge (1972)
  • Yessongs (1973)
  • Tales from Topographic Oceans (1974)
  • Relayer (1974)
  • Going for the One (1977)
  • Tormato (1978)
  • Drama (1980)
  • Yesshows (1980)
  • 90125 (1983)
  • 9012Live: The Solos (1985)
  • Big Generator (1987)
  • Union (1991)
  • Talk (1994)
  • Keys to Ascension (1996)
  • Keys to Ascension 2 (1997)
  • Open Your Eyes (1997)
  • Something's Coming: The BBC Recordings 1969–1970 (1997)
  • The Ladder (1999)
  • House of Yes: Live from House of Blues (2000)
  • Magnification (2001)
  • The Word Is Live (2005)
  • Live at Montreux 2003 (2007)
  • Symphonic Live (2009)
  • Fly from Here (2011)
  • Union Live (2011)
  • In the Present – Live from Lyon (2011)
  • WONDEROUS STORIES’ Remastered ‘Best Of YES’ DOUBLE CD (2014)
  • The YES Album – Remixed & Expanded by Steven Wilson (2014)
    Heaven and Earth (2014)  

Video

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